La comunità apostolica
La
comunità apostolica è l’embrione
del movimento allora conosciuto come “nazareni”, perché si riconoscevano
come discepoli di Yeshua il Nazareno. In realtà erano soprattutto discepoli
dei suoi apostoli. Questa assemblea giudeo-messianica oggi è denominata
“chiesa primitiva”, ed i suoi aderenti sono chiamati “cristiani”,
termini a loro completamente sconosciuti. Infatti, secondo Atti 11:26, “fu in
Antiochia che per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”,
e come si può intendere dal testo greco, furono denominati così non da sé
stessi ma dagli altri, ed apparentemente in modo derisorio, come anche oggi
certi gruppi sono identificati da altri da una loro caratteristica
particolare, o perché seguono un pastore o capo carismatico, o da qualche
altra nota distintiva. Altrettanto la parola tradotta ʹchiesaʹ
dovrebbe essere sostituita da un termine più corretto, che è “assemblea”,
che corrisponde al termine greco
ekklesia
ed all’ebraico ʹkahalʹ ‒ che è
la stessa parola usata nelle Scritture Ebraiche ed è correttamente tradotta
come “l’assemblea d’Israele” (kahal Yisrael).
Infatti, nelle vecchie versioni della Bibbia in italiano, così come in
inglese ed altre lingue, in Atti 7:38 era scritto:
«Questi è colui che nella “chiesa” del deserto fu con l’angelo che gli
parlava sul monte Sinai, e con i nostri padri, e che ricevette rivelazioni
viventi per darcele»; semplicemente perché la parola greca era stata sempre
tradotta ʹchiesaʹ in tutto il Nuovo Testamento, doveva essere così anche in
questo caso.
Ovviamente, la “chiesa” nei tempi di Mosheh non esisteva, quindi le nuove
versioni hanno sostituito il clamoroso errore con la parola adeguata,
ovvero, assemblea. Quindi, in questo studio useremo i termini più appropriati quando si farà
riferimento al periodo apostolico:
assemblea anziché
chiesa e nazareni
o messianici, o
giudeo-messianici anziché
cristiani. Con i termini convenzionali
(chiesa e cristiani), s’intenderà invece l’istituzione successiva che si
contraddistingue per le notevoli diversità dottrinali da quella ch’era la
comunità apostolica originale.
Tecnicamente, le Scritture del Patto Rinnovato incominciano con gli Atti degli
Apostoli, in cui si racconta l’inizio di questa assemblea. Tuttavia, è
opportuno ricordare che nessuno di questi credenti dell’era apostolica ha
mai letto il Nuovo Testamento, il quale non faceva parte delle Scritture che
loro leggevano ogni volta che si riunivano, ed il loro unico punto di
riferimento come Parola ispirata era la Torah, i Profeti e gli Scritti,
ovvero, quello che poi la chiesa ha denominato “Antico Testamento”. Gli
apostoli e loro discepoli e successori non conoscevano una cosa tale come
andare la domenica in chiesa ad ascoltare la lettura dell’Evangelo, ma
continuavano ad essere dei Giudei che andavano lo Shabat alla Sinagoga per
ascoltare la lettura della Torah e dei Profeti e cantare dei Salmi
all’Eterno Elohim d’Israele. La fede nel Messia non alterava minimamente la
loro fedeltà al Giudaismo, né aveva in alcun modo minimizzato la validità
delle Scritture Ebraiche, le uniche che essi consideravano Parola
dell’Eterno. Un culto come quelli che svolgono la stragrande maggioranza dei
cristiani oggi sarebbe per loro una stranissima forma di promiscuità
religiosa in cui si leggono le Scritture ma si praticano dei costumi pagani
mescolati con nuove leggi e regolamenti umani. Essi non predicavano
l’Evangelo di Yohanan per convertire le persone, ma continuavano a
dimostrare qual’era il piano d’Elohim per l’umanità ed annunciare la
salvezza per grazia leggendo le Scritture Ebraiche. In altre parole, anche
se il Nuovo Testamento non era ancora stato scritto, non era un problema per
loro trasmettere il messaggio che Yeshua aveva loro commissionato.
Certamente, nessuno si sarebbe mai permesso di dire «questo ormai non è più
valido», perché la Parola dell’Eterno non ha scadenza di termini, né limiti
nel tempo, né cambiamento di programma, ma è valida per sempre.
Infatti, il canone del Nuovo Testamento non fu definito se non circa un
secolo dopo la nascita ufficiale dell’assemblea apostolica, la quale
avvenne nella
celebrazione di Shavuot (Pentecoste). Per un centinaio d’anni,
l’unica “Bibbia”
riconosciuta dai fedeli al Messia Yeshua erano le Scritture Ebraiche e gli
Evangeli che erano già stati scritti. Le lettere sono state accettate ed
aggiunte molto tempo dopo.
La versione più originale del Nuovo Testamento è quella in aramaico,
chiamata ʹPeshittaʹ,
in uso dalla Comunità Assira, che contiene i seguenti libri
nell’ordine indicato:
Evangelo di Mattai
Evangelo di Marqus
Evangelo di Luqa
Evangelo di Yukhanan
Atti degli Apostoli |
Lettera di Yakub (Giacomo)
Lettera di Ke’efa (1Pietro)
Lettera di Yukhanan (1Yohanan) |
Lettere di Shaul:
Romani
1-2Corinzî
Galati
Efesi
Filippesi
Colossesi
1-2Tessalonicesi
1-2Timoteus
Titus
Filemon |
Come si può
notare, a differenza del Nuovo Testamento “greco”, non contiene
2Kefa, Yehuda, 2 e 3 Yohanan e l’Apocalisse, scritti considerati
apocrifi dagli Assiri. La versione greca,
considerata “originale” dalle chiese occidentali, ha un ordine diverso dei
libri, collocando le lettere paoline subito dopo il libro degli Atti,
seguite da quella intitolata “agli Ebrei” e poi dalle epistole degli
apostoli, nel seguente ordine: Yakov, 1-2Kefa, 1-2-3Yohanan, Yehuda e
l’Apocalisse. In questo studio prenderemo considerazione di tutti i libri,
compresi quelli non accettati nel canone aramaico, anche se con le dovute
riserve perché, infatti, contengono un marcato riferimento a fonti
apocrife (vedi
“Il Nuovo Testamento ed i libri Apocrifi”).
L’ordine non è rilevante, tuttavia, per motivi pratici, conviene studiare il
Nuovo Testamento per autori, come segue:
Evangelo di Matteo
Evangelo di Marco
Evangelo di Luca
Evangelo di Yohanan
Atti degli Apostoli |
Lettere di Shaul:
Romani
1-2Corinzî (o 1 e 3 Corinzî)
Galati
Efesi
Filippesi
Colossesi
1-2Tessalonicesi
1-2Timoteus
Titus
Filemon |
Lettera agli Ebrei
Lettere Apostoliche:
Yakov (Giacomo)
1Kefa
2Kefa
Yehuda
1Yohanan
2Yohanan
3Yohanan
Apocalisse |
I libri
segnalati con un colore diverso corrispondono a quelli la cui canonicità è
discussa. Gli Evangeli sono già stati considerati nello studio sulla persona
e l’insegnamento di Yeshua. Seguiremo con il libro degli Atti e poi con le
lettere di Shaul, dette “paoline”, che sono in tutto tredici, di cui due ai
Corinzi, due ai Tessalonicesi e due a Timoteo. Le epistole dirette ai
Corinzi che noi conosciamo sono la prima e la terza, perché tra l’una e
l’altra dev’esserci una seconda che è andata persa, e quindi quella che ci è
arrivata come “seconda” è in realtà la terza. C’è da chiedersi, come mai una
lettera è Scrittura ispirata, l’altra no, poi quella successiva lo è di
nuovo? Oppure, se anche la seconda era ispirata, perché si è persa? Sappiamo
dall’epistola ai Colossesi (4:16) che anche una lettera diretta ai Laodicesi
non ci è pervenuta. In quanto all’autore della lettera senza destinatari,
che poi si è deciso di intitolare genericamente “agli Ebrei”, per molto
tempo si è ritenuto che sia stato Shaul di Tarso, detto Paolo, ma le
evidenze interne sono decisamente contrarie a tale ipotesi; più avanti
vedremo perché. Grazie al cielo che c’è anche l’epistola di Yakov (chissà
come è riuscita a passare la censura dei padri della chiesa?), la quale è
stata accettata a malincuore da molti protestanti... Infine, le epistole di
Kefa e quella di Yehuda sono molto somiglianti sia nella tematica che nello
stile e sarebbe opportuno collocarle in successione continua, anche per
non separare quelle di Yohanan dall’Apocalisse, che appartiene allo stesso
autore.
Il primo atto
degli apostoli fu scegliere un dodicesimo componente, perché l’Iscariota ne
era uscito. Perché dovevano per forza essere in dodici? Che cosa
rappresentava questo numero, che persino si faceva una scelta tramite la
sorte, un metodo così poco “cristiano”? In altre parole, perché il numero
degli apostoli doveva essere conforme a quello delle Tribù d’Israele? “E la
sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli” (Atti 1:26) ‒
di questo dodicesimo apostolo non se ne parla più, e non sappiamo quale sia
stato il suo ministerio. Il suo nome era lo stesso di quello di un altro
apostolo, Matteo ‒ nella lingua originale entrambi sono Mattityahu.
I nomi dei dodici sono, quindi, come segue: Shimon, chiamato Kefa,
e suo fratello Andreas;
Yohanan e Yakov,
figli di Zavdai, soprannominati B’nei-Regesh; Filippos;
Toma detto Didymos;
Nataniel Bar-Talmai; Levi figlio di
Halfai, chiamato Mattityahu;
Yakov figlio di Halfai (un
altro Halfai, oppure Yakov era fratello di Matteo?); Shimon
Zelota; Yehuda figlio di Yakov,
detto Taddai; e Mattityahu. È
strano che due di questi nomi, Andreas e Filippos, siano greci;
probabilmente gli evangelisti non conoscevano il loro nome ebraico, visto
che era comune in quei tempi averne due. È anche poco ciò che sappiamo sulla
vita degli apostoli. Il Nuovo Testamento riferisce pochissimi dettagli su
tre di loro (Kefa, Yohanan e Yakov) e niente sugli altri nove;
inoltre ci sono dei documenti storici
che ci indicano che almeno altri tre (Nataniel Bar-Tolmai, Yehuda Taddai e
Toma) sono andati nei territori dove si trovavano sparse le Tribù della Casa
di Israele, in Assiria, Armenia e India. È presumibile che anche tutti gli
altri siano andati a predicare in terre d’Oriente, perché la loro
commissione era di andare prima dalle pecore perdute della Casa di
Israele... Infatti, l’apostolo dell’Occidente fu un altro, possiamo dire, il
“tredicesimo”, Shaul di Tarso, chiamato appunto, “apostolo dei gentili”.
Leggiamo dunque come avvenne la nascita
dell’assemblea dei messianici o dei nazareni:
Atti 2:5 Or in Yerushalaym si
trovavano di soggiorno dei Giudei, devoti d’ogni nazione di sotto il cielo.
6 Ed essendosi fatto quel suono, la moltitudine si radunò e fu
confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel suo proprio linguaggio. 7
E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Ecco, tutti costoro che
parlano non sono essi Galilei? 8 E com’è che li udiamo parlare
ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio? 9 Noi Parti, Medi,
Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del
Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Pampylia, dell’Egitto e
delle parti della Libia Cirenaica, e di quelli che abitano fra i Romani,
11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi ed Arabi, li udiamo parlar delle
cose grandi d’Elohim nelle nostre lingue». 12 E tutti stupivano ed
erano perplessi dicendosi l’uno all’altro: «Che vuol esser questo?» 13
Ma altri, beffandosi, dicevano: «Sono pieni di vino dolce». 14 Ma
Kefa, levatosi in piè con gli undici, alzò la voce e parlò loro in questa
maniera: «Uomini Giudei, e voi tutti che abitate in Yerushalaym, siavi noto
questo, e prestate orecchio alle mie parole. 15 Perché costoro non
sono ebbri, come voi supponete, poiché non è che la terza ora del giorno...
22 Uomini Israeliti, udite queste parole: Yeshua il Nazareno, uomo
che Elohim ha accreditato fra voi mediante opere potenti e prodigî e segni
che Elohim operò per mezzo di lui fra voi, come voi stessi ben sapete, 23
quest’uomo, allorché vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e
per la prescienza d’Elohim, voi, per man d’uomini senza Torah, inchiodandolo
sulla croce, lo uccideste; 24 ma Elohim lo risuscitò, avendo sciolto
gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile ch’egli fosse da
essa ritenuto... 36 Sappia dunque sicuramente tutta la Casa di
Israele che Elohim ha fatto e Signore e Messia quel Yeshua che voi avete
crocifisso».
Questo è l’inizio ufficiale dell’assemblea dei credenti in Yeshua di
Natzaret, nel giorno di Shavuot, il 6 Sivan. Per celebrare la festa
giungevano a Yerushalaym degli Ebrei da ogni parte: come risulta ben chiaro
dal testo, tutti i presenti erano Israeliti,
compresi alcuni proseliti, ossia, Gerim
convertiti al Giudaismo. Non c’erano gentili. È interessante il fatto che la
fondazione dell’assemblea fu costituita da membri di tutti i paesi dove le
Tribù d’Israele erano disperse, e non a caso, l’elenco delle nazioni inizia
dai ʹParti e Mediʹ, proprio i popoli presso i quali la Casa di Israele si
trovava ancora. Il messaggio di Kefa, che specifica che coloro che uccisero
materialmente Yeshua erano uomini ʹsenza Torahʹ (tradotto ʹiniquiʹ, ma le
versioni più aggiornate hanno reso il significato più preciso come ʹsenza
leggeʹ) è stato fatto Messia per la Casa di Israele. Conviene
ricordare che il termine “Casa di Israele” nelle Scritture rappresenta
un’entità distinta dalla “Casa di Yehudah”, come abbiamo già dimostrato,
perché è fondamentale capire che questo concetto è implicito nelle lettere
apostoliche. Tenendo presente che il Nuovo Testamento fu redatto da persone
che avevano come unica fonte d’autorità la Torah, i Profeti e gli Scritti,
bisogna immergersi nella loro conoscenza per poter interpretare
correttamente il messaggio che ci hanno voluto trasmettere.
Atti 3:1 Or Kefa e Yohanan
salivano al Tempio per la preghiera dell’ora nona... 11 E mentre
colui teneva stretti a sé Kefa e Yohanan, tutto il popolo, attonito,
accorse a loro al portico detto di Shlomo. 12 E Kefa, veduto ciò,
parlò al popolo, dicendo: «Uomini Israeliti, perché vi meravigliate di
questo?... 18 Ma quello che Elohim aveva preannunziato per bocca
di tutti i Profeti, cioè, che il suo Unto soffrirebbe, Egli l’ha
adempiuto in questa maniera. 19 Ravvedetevi dunque e
ritornate, onde i vostri peccati siano cancellati, 20 affinché
vengano dalla presenza di Adonay dei tempi di refrigerio e ch’Egli vi
mandi il Messia che v’è stato destinato, 21 cioè Yeshua, che il
cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le
cose; tempi dei quali Elohim parlò per bocca dei suoi santi Profeti, che
sono stati fin dal principio. 22 Mosheh, infatti, disse: “Adonay
Elohim vi susciterà di fra i vostri fratelli un Profeta come me;
ascoltatelo in tutte le cose che vi dirà”. 23 E avverrà che ogni
anima la quale non avrà ascoltato codesto Profeta, sarà del tutto
distrutta di fra il popolo. 24 E tutti i Profeti, da Shmuel in
poi, quanti hanno parlato, hanno anch’essi annunziato questi giorni.
25 Voi siete i figliuoli dei Profeti, e del patto che Elohim stabilì
con i vostri padri, dicendo ad Avraham: “E nella tua progenie tutte le
nazioni della terra saranno benedette”. 26 A voi per i primi
Elohim, dopo aver suscitato il suo Servitore, l’ha mandato per
benedirvi, facendo ritornare ciascun di voi dalle sue malvagità».
Gli apostoli continuavano a comportarsi da Giudei,
andavano al Tempio com’era stabilito. In questo secondo discorso, Kefa ancora una volta chiama
ai suoi ascoltatori “Israeliti”, e parla in modo esplicito sull’identità
dell’Unto con cui egli identifica Yeshua di Natzaret:
1) il Messia
sofferente della Casa di Israele, il quale rimarrà nascosto fino al tempo
della restaurazione di tutte le cose;
2) il Profeta come Mosheh.
Abbiamo già parlato dei due Messia, e Kefa è certo nell’identificare Yeshua
con quello sofferente della Casa di Israele, annunciato da Zekharyah 9:9-11,
che rimarrà velato ai Giudei fino a quando il Messia della Casa di Yehudah
verrà per stabilire la restaurazione di tutte le cose. Quello che Kefa
rivela qui è che si tratta della stessa persona. È interessante il fatto che, di tutti i passi
delle Scritture Ebraiche che parlano del Messia, Kefa ha scelto proprio Deuteronomio
18:15~18, dov’è scritto: “Per te HaShem, il tuo Elohim, farà
sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un Profeta come me; a lui darete
ascolto! Io farò sorgere per loro un Profeta come te in mezzo ai loro
fratelli, e metterò le Mie parole nella sua bocca ed egli dirà loro tutto
quello che Io gli comanderò”. Perché non
scelse Yeshayahu 11:10, o Yirmeyahu 23:5-6 o 33:15-16, o Yehezkel 37:24-25, o
Daniel 7:13-14 o 9:25-26, o Hoshea 1:11, o Amos 9:11-15, o Zekharyah
6:12-13, o qualche altra profezia che si
riferisca specificamente al Messia dei Giudei? Non ha nemmeno presentato
Yeshua come il “lui” di Zekharyah 12:10 (passo che abbiamo già commentato).
Perché identifica Yeshua con
“il Profeta come Mosheh”,
colui che in Yohanan 1:25 è nominato insieme ad Eliyahu ed al Messia
come i tre probabili personaggi con cui intendevano identificare Yohanan
l’immersore? Quando dice genericamente che i Profeti hanno già annunciato
questi giorni, non ci dà alcuna indicazione su quali sono le profezie
specifiche: certamente, non esiste alcuna profezia che annunci un rifiuto
della Casa di Yehudah al proprio Messia, come pretendono i cristiani ‒
abbiamo letto tutte le Scritture, e non l’abbiamo trovata. A cosa si
riferisce dunque l’apostolo con le sue parole? Oppure, a chi vanno dirette?
Per saperlo, è necessario capire il contesto sia culturale che testuale, e
correggere i termini tradotti in modo ambiguo o errato, anche se questi sono
molto popolari: un chiaro esempio di traduzione pregiudicata è ravvisabile
nel verso 19, dove nelle versioni più comuni si legge “ravvedetevi dunque e
convertitevi”, mentre che la
traduzione corretta è “ritornate”, perché essi sono richiamati a ritornare
sulla via seguita e tracciata dai Profeti, non a convertirsi ad un’altra
fede! Questo termine ha lo stesso senso di Luca 1:16, che dice: “e farà
ritornare molti dei figli
d’Israele a Adonay, loro Elohim” ‒ anche questo verso è stato tradotto
erroneamente, usando quella parola tanto cara ai cristiani ma tanto priva di
senso per i Giudei... Invece, è giusto usarla per esempio in Atti 14:15-16,
dov’è scritto: “Uomini, perché fate queste cose? Anche noi siamo uomini
della stessa natura che voi; e vi predichiamo che da queste cose vane vi
convertiate all’Elohim
vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono
in essi; che nelle età passate ha lasciato camminare nelle loro vie tutte le
nazioni”. Effettivamente, i pagani, che adorano cose vane, devono
convertirsi, non li si può chiedere di ritornare sulla via dei loro padri,
né dei loro falsi profeti! Infatti, queste sono le vie delle nazioni (i
gentili); certamente non è il caso d’Israele.
Quando la Casa di Israele s’allontanò dall’Eterno, i Profeti l’ammonivano di
ritornare al loro Elohim.
Atti 4:1 Or mentr’essi
parlavano al popolo, i sacerdoti e il capitano del tempio e i sadducei
sopraggiunsero, 2 essendo molto crucciati perché ammaestravano il
popolo e annunziavano in Yeshua la risurrezione dei morti... 5 E il
dì seguente, i loro capi, con gli anziani e gli scribi, si radunarono in
Yerushalaym, 6 con Anan, il sommo sacerdote, e Kayafa, e Yohanan, e
Alexandros e tutti quelli che erano della famiglia dei sommi sacerdoti. 7
E fatti comparir quivi in mezzo Kefa e Yohanan, domandarono: «Con qual
potestà, o in nome di chi avete voi fatto questo?» 8 Allora Kefa,
ripieno dello Spirito Santo, disse loro: «Rettori del popolo ed anziani...»
Questo brano ci illustra chiaramente che coloro che s’opponevano a Yeshua e
la sua predicazione erano i sadducei e le famiglie dei sacerdoti, i quali,
come sappiamo, erano quelli che avevano usurpato il sacerdozio, non essendo
della stirpe dei
Leviti come stabilito nella Torah. Anche dai loro nomi non tutti ebraici si
può verificare la loro origine. Qui è evidenziato anche il vero motivo per
il quale essi s’opponevano sia a Yeshua che ai suoi discepoli: la
risurrezione, nella quale i sadducei non credevano. Nel libro degli Atti,
infatti, non troveremo i farisei se non dalla parte dei discepoli di Yeshua,
compresi quei farisei che non avevano creduto in lui. A conferma di questo,
leggiamo in Atti 23:6-9:
23:6 Or Shaul, sapendo che una
parte erano sadducei e l’altra farisei, esclamò nel Sanhedrin: «Fratelli, io
sono fariseo, figlio di farisei; ed è a motivo della speranza e della
risurrezione dei morti, che sono chiamato in giudizio». 7 E com’ebbe
detto questo, nacque contesa tra i farisei ed i sadducei, e l’assemblea fu
divisa. 8 Poiché i sadducei dicono che non v’è risurrezione, né
angelo, né spirito; mentre i farisei affermano l’una e l’altra cosa. 9
E si fece un gridar grande; e alcuni degli scribi del partito de’ farisei,
levatisi, cominciarono a disputare, dicendo: «Noi non troviamo male alcuno
in quest’uomo; e se gli avesse parlato uno spirito o un angelo?».
È
chiaro che questi farisei non erano seguaci di Yeshua di Natzaret, tuttavia,
non consideravano Shaul né i discepoli come predicatori d’un’altra dottrina,
né d’un’eresia che si discosti in qualche maniera dal Giudaismo che loro
professavano. Abbiamo visto che nel processo contro Yeshua i farisei non
presero parte perché esso era illegale, e infatti non sono nominati. In questi casi,
invece, i farisei erano presenti, ed hanno votato a favore dei credenti in
Yeshua, pur non essendolo loro stessi, perché non trovavano niente di
contrario al Giudaismo. Il libro degli Atti ci riporta un altro caso in cui
i farisei, nel Sanhedrin, hanno deciso in favore dei discepoli:
5:34 Ma un certo fariseo,
chiamato per nome Gamliel, dottor della Torah, onorato da tutto il popolo,
levatosi in piè nel Sanhedrin, comandò che gli apostoli fossero per un po’
messi fuori. 35 Poi disse loro: «Uomini Israeliti, badate bene, circa
questi uomini, a quel che state per fare... 38 E adesso io vi dico:
Non vi occupate di questi uomini, e lasciateli stare; perché, se questo
disegno o quest’opera è dagli uomini, sarà distrutta; 39 ma se è da
Elohim, voi non li potrete distruggere, se non volete trovarvi a combattere
anche contro Elohim».
Gamliel non era un credente in Yeshua,
tuttavia, egli difese i discepoli nel Sanhedrin, dov’erano stati portati dai
sadducei per essere processati (Atti 5:26-27). Nel rimanente del Nuovo
Testamento, non troveremo altre menzioni dei farisei come gruppo che queste,
a parte quelle di un noto fariseo che mai rinnegò la sua appartenenza a
questa scuola: Shaul di Tarso.
Sulla via di
Damasco
E visto che l’abbiamo chiamato in causa, occupiamoci adesso del
personaggio che molti ritengono il vero fondatore del cristianesimo: Shaul
di Tarso, detto Paolo, il quale, anche s’era un discepolo di Gamliel (Atti
22:3), sosteneva una posizione personale diversa da quella del suo maestro.
Or Shaul, tuttora spirante minaccia e strage
contro i discepoli del Signore, venne al sommo sacerdote, e gli chiese
delle lettere per le Sinagoghe di Damasco, affinché, se ne trovasse di
quelli che seguivano la nuova via, uomini e donne, li potesse menar
legati a Yerushalaym. (Atti 9:1-2)
Questo fariseo aveva deciso di fare la sua battaglia personale contro
quelli che seguivano la nuova corrente di pensiero all’interno del
Giudaismo, i quali erano liberamente accettati all’interno delle Sinagoghe.
Per poter combatterli, questo fariseo particolare non esitava ad allearsi
con gli odiati sadducei, ai quali apparteneva il sommo sacerdote. L’azione
di Shaul era unilaterale, e non rappresentava l’atteggiamento generale dei
Giudei nei confronti dei nazareni, come molti pretendono. I Rabbini di
Damasco e di altre città non avevano alcuna obiezione a lasciare i discepoli
predicare il loro messaggio. Per questo, Shaul si rivolse all’autorità del
Tempio. Leggiamo i tre rapporti dell’evento che cambiò il corso della sua
vocazione:
E mentre era in cammino, avvenne che,
avvicinandosi a Damasco, di subito una luce dal cielo gli sfolgorò
d’intorno. Ed essendo caduto in terra, udì una voce che gli diceva:
«Shaul, Shaul, perché mi perseguiti?» Ed egli disse: «Chi sei, Signore?»
E il Signore: «Io sono Yeshua che tu perseguiti; ma lèvati, entra nella
città e ti sarà detto ciò che devi fare». Or gli uomini che facevano il
viaggio con lui ristettero attoniti, udendo ben la voce, ma non
vedendo alcuno. (Atti 9:3-7)
«Or avvenne che mentre ero in cammino e mi
avvicinavo a Damasco, sul mezzogiorno, di subito dal cielo mi
folgoreggiò d’intorno una gran luce. Caddi in terra, e udii una voce che
mi disse: "Shaul, Shaul, perché mi perseguiti?" E io risposi: "Chi sei,
Signore?" Ed egli mi disse: "Io sono Yeshua il Nazareno, che tu
perseguiti". Or coloro ch’erano meco, videro ben la luce, ma non
udirono la voce di colui che mi parlava. (Atti 22:6-9)
«Il che facendo, come andavo a Damasco con
potere e commissione dei capi sacerdoti, io vidi, o re, per cammino a
mezzo giorno, una luce dal cielo, più risplendente del sole, la quale
lampeggiò intorno a me ed a coloro che viaggiavano meco. Ed essendo
noi tutti caduti in terra, udii una voce che mi disse in lingua
ebraica: "Shaul, Shaul, perché mi perseguiti?"» (Atti 26:12-14)
A parte le
evidenti discordanze tra i racconti, dai quali non si possono ricavare
esattamente i dettagli (purché secondari ed irrilevanti), e quindi non
sappiamo se gli accompagnatori di Shaul restarono attoniti oppure caddero
anch’essi, se videro o non videro, se udirono o non udirono,
quest’esperienza sulla via di Damasco è comunemente ‒ed erroneamente‒
conosciuta dai cristiani come la “conversione” di Saulo...
Come abbiamo già spiegato, non esiste una cosa tale come la conversione per
un Giudeo messianico, e lo stesso Shaul non usa mai questa parola per sé
stesso, ma soltanto nei confronti dei gentili (Atti 15:3), i quali egli era
chiamato a convertire dall’idolatria alla fede nel Messia d’Israele. La sua
esperienza è una visione diversa della sua vocazione, non una conversione.
D’altronde, a quale religione poteva convertirsi, se il suo Messia era
Giudeo e tale rimase per tutta la vita? Infatti, egli stesso ha sempre
sottolineato il fatto d’essere un vero Giudeo, non solo per la sua fede ma
anche per le sue origini, ed ha sempre dichiarato con orgoglio d’essere
fariseo, di famiglia di farisei, appartenenza che non ha mai rinnegato
neanche dopo la sua presunta conversione. Collegato a questo concetto, c’è
quello che il cattivo Giudeo chiamato Shaul divenne poi il buon cristiano
chiamato Paolo... Anche questa è un’inesattezza molto diffusa come
conseguenza della lettura superficiale della Bibbia. Si deve notare che
Yeshua non si rivolge mai al suo nuovo discepolo con un nome diverso dal suo
nome originale, né lo fanno i credenti di Damasco, di Yerushalaym o d’Antiochia,
e lo Spirito Santo stesso lo chiama sempre Shaul:
Poi Bar-Nabba se ne andò a Tarso, a cercar
Shaul; e avendolo
trovato, lo menò ad Antiochia. (Atti 11:25)
E Bar-Nabba e Shaul, compiuta la loro missione, tornarono da
Yerushalaym, prendendo seco Yohanan soprannominato Marco. (Atti 12:25)
Or nell’assemblea d’Antiochia v’erano dei profeti e dei dottori:
Bar-Nabba, Shimon chiamato Niger, Lucio di Cirene, Menahem, fratello di latte
di Erode il tetrarca, e Shaul. E mentre celebravano il culto del
Signore e digiunavano, lo Spirito Santo disse: «Mettetemi a parte Bar-Nabba e
Shaul per l’opera alla
quale li ho chiamati». (Atti 13:1-2)
E standomi vicino, mi disse: «Fratello Shaul, ricupera la
vista». Ed io in quell’istante ricuperai la vista, e lo guardai. (Atti
22:13)
[vedi anche Atti 11:30; 13:7,9]
Da dove
viene, dunque, il nome Paolo? È usanza comune tra gli Ebrei, e lo era già
allora, avere due nomi, uno ebraico ed altro secondo il paese di residenza. Shaul era anche un
cittadino Romano (Atti 22:27-28), e come tale aveva anche un nome latino, il
quale usava per i suoi rapporti con i non-Giudei, com’egli stesso non esita
a confessare che fa il Giudeo tra i Giudei ed il Greco tra i Greci. Il nome
Paulos può essere stato scelto per assonanza con Shaul, come avviene spesso
in questi casi.
Questo controverso personaggio sarà colui che dominerà la scena nella
seconda parte del libro degli Atti, nonché l’autore della maggior parte
delle lettere neotestamentarie. Non hanno tutti i torti coloro che lo
considerano il vero fondatore del cristianesimo, perché in realtà la grande
maggioranza delle dottrine delle chiese cristiane non si fondano
sull’Evangelo ma su delle interpretazioni ‒più o meno adeguate a quello che
ciascuno vuole insegnare‒ delle lettere di Shaul ai gentili, le quali
contengono tutto ed il contrario di tutto, come d’altronde i racconti su
quello che accadde sulla via di Damasco sono discordanti tra di loro.
Arrivano i gentili!
Benché l’apostolo dei gentili fosse stato
Shaul di Tarso, la prima conversione di persone non appartenenti al popolo
d’Israele avvenne per mezzo di Kefa.
Or v’era in Cæsarea un uomo,
chiamato Cornelio, centurione della coorte detta l’Italica, il quale era
devoto e temente Elohim con tutta la sua casa, e faceva molte elemosine
al popolo e pregava Elohim del continuo...
Or il giorno seguente, mentre quelli erano in viaggio e si avvicinavano
alla città, Kefa salì sul terrazzo della casa, verso l’ora sesta, per
pregare. E avvenne ch’ebbe fame e desiderava prender cibo; e come gliene
preparavano, fu rapito in estasi; e vide il cielo aperto, e
scenderne una certa cosa, simile a un gran lenzuolo che, tenuto per i
quattro capi, veniva calato in terra. In esso erano dei quadrupedi, dei
rettili della terra e degli uccelli del cielo, di ogni specie. E una
voce gli disse: «Lèvati, Kefa; ammazza e mangia». Ma Kefa rispose: «In
nessun modo, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla d’immondo né
di contaminato». E una voce gli disse di nuovo la seconda volta: «Le
cose che Elohim ha purificate, non le far tu immonde». E questo avvenne
per tre volte; e subito il lenzuolo fu ritirato in cielo. E come Kefa
stava perplesso in se stesso sul significato della visione avuta,
ecco gli uomini mandati da Cornelio, i quali, avendo domandato della
casa di Shimon, si fermarono alla porta. E avendo chiamato, domandarono
se Shimon, soprannominato Kefa, albergasse lì. E come Kefa stava
pensando alla visione, lo Spirito gli disse: «Ecco tre uomini che ti
cercano. Lèvati dunque, scendi, e va’ con loro, senza fartene scrupolo,
perché sono io che li ho mandati».
Or gli apostoli e i fratelli che erano per la Giudea, intesero che i
gentili avevano anch’essi ricevuto la parola d’Elohim. E quando Kefa fu
salito a Yerushalaym, quelli della circoncisione questionavano con lui,
dicendo: «Tu sei entrato da uomini incirconcisi, e hai mangiato con
loro». Ma Kefa prese a raccontar loro le cose per ordine fin dal
principio. (Atti 10:1-2,9-20,11:1-4)
Questa visione di Kefa, che come è scritto
chiaramente fu avuta in estasi, è quasi sempre interpretata letteralmente dai
cristiani, senza domandarsi come invece ha fatto Kefa, sul suo significato.
Bizzarrie degli esegeti cristiani, interpretare come simbolico quello ch’è
letterale e come letterale ciò ch’è simbolico, secondo come faccia comodo alla
loro teologia. Così questa visione è subito usata per giustificare la
libertà di mangiare ogni tipo di cibo (soggetto di cui parleremo più
avanti), anziché accettare l’interpretazione chiara ed univoca che lo stesso
Spirito ha dato a Kefa: gli animali impuri rappresentavano i gentili. In
primo luogo, la reazione di Kefa ci da un’ulteriore prova del fatto che
Yeshua ha osservato tutte le regole della
kashrut, altrimenti, Kefa non avrebbe avuto alcuna difficoltà
nel fare qualcosa che avesse già visto fare al suo Maestro ‒ evidentemente,
Yeshua non ha mai mangiato cose non
kosher; e nessuno dei suoi
oppositori l’ha mai accusato di questo.
In quanto riguarda più specificamente l’oggetto di questa visione, c’è
qualcosa ancora più importante: essa è stata necessaria per poter convincere
Kefa ad entrare in casa di gentili, cosa che nemmeno Yeshua aveva fatto.
Consideriamo un episodio simile a questo, in cui Yeshua è chiamato da un
altro centurione:
E il centurione, avendo udito
parlar di Yeshua, gli mandò degli anziani dei Giudei per pregarlo che
venisse a salvare il suo servitore. Ed essi, presentatisi a Yeshua, lo
pregavano insistentemente, dicendo: «Egli è degno che tu gli conceda
questo; perché ama la nostra nazione, ed è lui che ci ha edificata la
Sinagoga». E Yeshua s’incamminò con loro; e ormai non si trovava più
molto lontano dalla casa, quando il centurione mandò degli amici a
dirgli: «Signore, non ti dare questo incomodo, perché io non sono degno
che tu entri sotto il mio tetto; e perciò non mi sono neppure reputato
degno di venire da te; ma dillo con una parola, e sia guarito il mio
servitore». (Luca 7:3-7)
Il centurione sapeva perfettamente che non
era lécito ad un Giudeo recarsi in casa di gentili, ed egli stesso si
considerava indegno di presentarsi personalmente davanti al Rabbi. Yeshua,
s’avviava verso la casa del centurione sapendo già che non avrebbe avuto
bisogno d’entrare, e infatti, non entrò. Anche Cornelio, conoscendo questo
impedimento, ha dovuto essere consigliato dal Signore perché avesse il
coraggio di mandare a chiamare un Giudeo dentro casa sua (Atti 10:3-8).
In seguito, i discepoli a Yerushalaym, che avevano seguito Yeshua in tutto
il suo ministerio, hanno poi questionato a Kefa l’aver fatto qualcosa che
essi non avevano mai visto fare a Yeshua, né avevano ricevuto alcuna
dispensa da parte sua per poterlo fare in futuro.
Così i primi gentili entrati
nell’assemblea messianica sono stati degli italiani: Cornelio e la sua
famiglia. In precedenza c’era stato il funzionario etiope
della regina Kandake (Atti 8:27), considerato da alcuni come il primo
gentile convertito, ma egli in realtà era già un Israelita, il quale leggeva
le Scritture, e quindi poteva esserlo perché aveva eseguito la procedura
richiesta nella Torah per poter diventare parte d’Israele, oppure perché
apparteneva alle Tribù disperse ‒ gli Israeliti avevano stabilito delle
colonie in Etiopia già ai tempi del Re Shlomoh, quando egli accordò
un’alleanza commerciale con la Regina di Sheva, che allora regnava sullo Yemen,
e l’Etiopia le era soggetta. Fino all’ultimo monarca, Haile-Selassie,
la casa reale etiope si considerava
con orgoglio di stirpe salomonica ‒ anche se questo è in realtà un mito,
tuttavia ha un fondamento storico.
Ritornando a Cornelio, egli apparteneva ad una coorte chiamata ʹl’Italicaʹ,
precisazione non scritta a caso. Allora i popoli che abitavano in Italia a
sud degli Etruschi, cioè nelle regioni centro-meridionali, erano
conosciuti con il nome generico di Italici, da cui prese il nome la
penisola. Cornelio era sicuramente di queste origini, a capo di soldati
anch’essi Italici. Questo particolare è importante, vedremo perché nello
studio della lettera ai Romani.
Qui i gentili in questione sono chiamati
"incirconcisi" (Atti 11:3), termine che nel Nuovo Testamento troveremo
soltanto nelle lettere paoline a parte questo verso. Molti considerano
questa parola come un indicativo generale dei gentili, ma in realtà nelle
Scritture Ebraiche si usa in riferimento specifico ai Filistei, non a tutte
le nazioni (cf. Giudici 14:3; 15:18; 1Shmuel 14:6; 17:26,36; 31:4; 2Shmuel
1:20), oppure in senso spirituale, come nei Profeti (Yeshayahu 52:1;
Yirmeyahu 9:25-26; Yehezkel 44:9; ecc.). Per esempio, né gli Egizi, né gli
Assiri, né altri popoli sono qualificati con questo aggettivo in modo
specifico. Tuttavia, la parola così tradotta nel Nuovo Testamento si
riferisce a due termini diversi, secondo abbiano il primo o il secondo
significato, e differisce dall’originale greco in quanto al senso letterale
della stessa: correttamente, non è scritto "incirconcisi", ma "uomini con
prepuzio", che sostanzialmente è lo stesso, ma non corrisponde esattamente
alla lettera. Così come in italiano per indicare una negazione si antepone
il prefisso ʹin-ʹ, in greco si usa il prefisso ʹa-ʹ. Quindi, al termine
greco peritome, che significa circonciso, corrisponde aperitome
per incirconciso. Invece, in greco è scritto akrobustia, che può
indicare coloro i cui genitori non hanno tenuto conto della circoncisione,
come si potrebbe applicare nel caso degli Israeliti nati nel deserto
(Yehoshua 5:7). Perché mai si chiama a questi gentili con questo termine che
indica incirconcisione indirettamente e non letteralmente? Erano questi
gentili persone i cui antenati hanno dimenticato un patto? Chi dovevano
cercare gli apostoli in mezzo ai gentili? Dov’erano le “pecore perdute della
Casa di Israele”?...
Paradossalmente, l’unica occasione in cui troviamo scritta la parola
aperitome nella versione greca del Nuovo Testamento è in Atti 7:51, e
non in riferimento ai gentili ma alla stirpe dei sadducei (a cui risponde
Stefano), nel senso spirituale del termine.
Or alcuni, discesi dalla
Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se voi non siete circoncisi
secondo il rito di Mosheh, non potete esser salvati». Ed essendo
nata una non piccola dissensione e controversia fra Shaul e
Bar-Nabba, e costoro, fu deciso che Shaul, Bar-Nabba e alcuni altri
dei fratelli salissero a Yerushalaym agli apostoli ed anziani per
trattar questa questione. Ma alcuni della setta dei
farisei che avevano creduto, si levarono dicendo: «Bisogna
circoncidere i gentili, e comandar loro d’osservare la Torah di
Mosheh»... «Per la qual cosa io giudico che non si dia molestia a
quelli dei gentili che si convertono a Elohim; ma che si scriva loro
di astenersi dalle cose contaminate nei sacrifizî agl’idoli, dalla
fornicazione, dalle cose soffocate, e dal sangue. Poiché Mosheh fin
dalle antiche generazioni ha chi lo predica in ogni città, essendo
letto nelle Sinagoghe ogni Shabat». (Atti 15:1-2,5,19-21)
Questo passo è il cavallo di battaglia dei
cristiani per giustificare la loro inosservanza della Torah: infatti,
qui apparentemente dice che i gentili non sono obbligati a rispettare
alcuno dei comandamenti, ma soltanto d’astenersi di quattro cose che
hanno piuttosto a che fare con il mangiare: niente che sia sacrificato
agl’idoli, o animale non dissanguato o carne contenente sangue (molte
chiese hanno trovato il sistema per aggirare anche questi requisiti), e
di fornicazione, l’unica di queste azioni che i cristiani ancora
considerano che sia contro la volontà d’Elohim. Quindi, se le cose
stanno in questo modo, i gentili, dovendo osservare soltanto questi
quattro consigli ‒oppure solo uno di questi‒, per il resto possono
nominare il Nome dell’Eterno invano, violare lo Shabat, disonorare il
padre e la madre, uccidere, rubare, dare falsa testimonianza, concupire la donna ed
i beni del prossimo, e perché no anche ubriacarsi, assumere sostanze
allucinogene, dedicarsi
al gioco d’azzardo, truffare, e chi più ne ha più ne metta! È questo ciò
che Yakov nel Concilio di Yerushalaym ha voluto dire? I cristiani sanno
che non è così, anche se si rifiutano di considerare queste parole nel
contesto in cui sono state dette. In primo luogo, qui è chiaro che
quello che gli apostoli vogliono insegnare è che non è necessario per i
gentili convertirsi al Giudaismo prima di diventare discepoli di Yeshua,
ma possono esserlo ugualmente. Infatti, il pomo della discordia qui
non è l’osservanza dei comandamenti, ma della circoncisione e di quelle
cose contenute nella Torah riservate soltanto al popolo d’Israele, le
quali non appartengono ai gentili. D’altronde, il consiglio pastorale di
Yakov è quello che tuttóra è messo in pratica come strategia per
l’evangelizzazione: adeguando la stessa situazione ai nostri giorni,
potremo vedere che, come i farisei di questa scena, ci sono dei fratelli
che quando incontrano le persone da convertire o dei simpatizzanti che
si stanno avvicinando, li predicano dicendo «se vuoi unirti a noi, devi
smettere di fumare, devi tagliarti i capelli, non devi picchiare tua
moglie, devi pagare le tasse, ecc.»; poi il pastore o gli anziani li
consiglieranno dicendo «fratelli, non scandalizzateli, predicateli il
Signore, poi portateli in chiesa, e pian piano impareranno quel che
devono fare». Infatti, perché dice poi
«Mosheh fin dalle antiche generazioni ha chi lo predica in ogni città,
essendo letto nelle Sinagoghe ogni Shabat»? Precisamente perché i
gentili, una volta convertiti, sarebbero stati ammaestrati ogni Shabat
nella Sinagoga, e sarebbero cresciuti nella loro vita spirituale
attraverso la lettura delle Scritture, che, vi rammento ancora,
consistevano soltanto nei libri del cosiddetto ʹAntico Testamentoʹ. Sì,
perché questi gentili non andavano la domenica in chiesa, ma lo Shabat
in Sinagoga, dove anche i discepoli di Yeshua tenevano il loro culto,
come tutti gli altri Giudei.
Nei nostri giorni, ci sarebbe bisogno d’un altro Concilio di Yerushalaym
che spieghi ai cristiani che non devono pretendere che i Giudei
messianici abbandonino il Patto eterno e diventino dei gentili per poter
essere salvati. Anzi, costoro che hanno tali pretese disprezzano le
parole di Yeshua, che disse: «Poiché
in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure
un yod o un apice della Torah passerà senza che tutto sia adempiuto.
Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così
insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel Regno dei cieli; ma chi
li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel Regno dei
cieli». Quindi, coloro che insegnano
tali cose saranno molto piccoli nel Regno, ammesso che riescano ad
entrare. Purtroppo, così come quei discepoli ‒nuovi nella fede‒ non
avevano capito che la salvezza è indipendente dalla circoncisione, i
moderni cristiani ‒dopo due millenni‒ non capiscono che la salvezza non
autorizza minimamente a violare l’osservanza dei Patti, anzi, ci
incoraggia ad adempiere la volontà d’Elohim in modo più completo,
seguendo la Sua Legge e non quelle inventate dagli uomini.
«Fratelli, ascoltatemi. Shimon ha
narrato come Elohim ha primieramente visitato i gentili, per trarre
da questi un popolo per il Suo Nome. E con ciò s’accordano le parole
dei Profeti, siccome è scritto: “Dopo queste cose Io tornerò ed
edificherò di nuovo la tenda di David, che è caduta; e restaurerò le
sue rovine, e la rimetterò in piè, affinché il rimanente degli
uomini e tutti i gentili sui quali è invocato il Mio Nome, cerchino
Adonay”, dice Adonay che fa queste cose, le quali a Lui sono note ab
eterno». (Atti 15:14-18)
Questa
precisazione dell’apostolo Yakov è essenziale per capire il ruolo di questi
gentili nel piano di redenzione: “per trarre da questi un
popolo per il Suo Nome”, e poi: “Io
tornerò ed edificherò di nuovo la tenda di David”.
Vediamo a quale testo delle Scritture Ebraiche questa dichiarazione può
essere collegata:
«Dal giorno che trassi il Mio popolo
d’Israele dal paese d’Egitto, io non scelsi alcuna città, fra tutte le
Tribù d’Israele, per edificarvi una casa, ove il Mio Nome dimorasse; e
non scelsi alcun uomo perché fosse principe del Mio popolo d’Israele; ma
ho scelto Yerushalaym perché il Mio Nome vi dimori, e ho scelto David
per regnare sul Mio popolo d’Israele». (2Cronache 6:5-6)
«Non
siete forse per Me come i figli degli Etiopi, o figli d’Israele?»
dice HaShem. «Non ho forse condotto Israele fuori dal paese
d’Egitto, i Filistei da Kaftor e i Siri da Qir? Ecco, gli
occhi di HaShem, di Elohim, sono sopra il regno colpevole. Io li
sterminerò dalla faccia della terra; tuttavia, Io non distruggerò
interamente la casa di Yakov», dice HaShem. «Poiché, ecco,
Io darò ordini e scuoterò la Casa di Israele fra tutte le nazioni,
come si scuote il setaccio; non cadrà nemmeno un granello in terra...
«Quel giorno io rialzerò la capanna di David che è caduta, ne
riparerò i danni, ne rialzerò le rovine, la ricostruirò com’era nei
giorni antichi, affinché possegga il resto di Edom e
tutte le nazioni sulle quali è invocato il Mio Nome», dice HaShem
che farà questo. (Amos 9:7-9,11-12)
È chiaro che nel disegno d’Elohim il
Suo popolo, quello che è stato scelto per onorare il Suo Nome, si
chiama Israele. Questo popolo dev’essere tratto da in mezzo ai
gentili ‒ non dice che siano dei gentili, ma ch’è un popolo tratto da
loro. Perché? Perché la Casa di Israele è dispersa tra le nazioni.
Tuttavia, come un setaccio serve per selezionare i granelli più fini da
quelli più grossi, così la progenie d’Israele sarà separata da quella dei
gentili, dai quali non si distingue più. Ciò può avvenire soltanto tramite
l’opera dello Spirito Santo, che conosce quali sono i figli di Yakov a parte
dei Giudei. L’apostolo
riconduce l’ingresso di questi nuovi convertiti ad una promessa: restaurare
la tenda di David. Cosa significa questo? Restaurare implica ripristinare,
riportare allo stato originale, “com’era nei giorni antichi”. Quindi,
bisogna identificare qual’era la ʹtenda di Davidʹ, e che collegamento
possono avere i gentili con questa. David fu il Re che regnò su tutte le Tribù d’Israele,
ed il primo che estese il suo dominio anche su dei gentili ‒ tuttavia, questi
costituivano una parte minoritaria del suo Regno ed erano soltanto
soggetti e non sono mai stati considerati come parte d’Israele. David infatti
fu Re di Yehudah, poi di tutto Israele, ed in seguito conquistò Moav,
Ammon, Edom, Fenicia e Siria, nazioni che rimasero sotto la sovranità
ebraica durante il regno di Shlomo, ma che in seguito, con la divisione dei
due Regni riebbero l’indipendenza. Rammentiamo che nel tempo in cui
avvennero le conversioni dei primi gentili, cioè, quando Kefa, Shaul e gli altri discepoli
iniziarono la loro missione d’evangelizzarli, l’unica componente
riconoscibile della tenda di David era la Casa di Yehudah -i Giudei-, mentre la Casa di
Israele era in mezzo ai gentili, dai quali essa doveva essere
tratta, ricondotta come il figlio prodigo alla Casa del Padre.
Come disse il Profeta Hoshea: “Tuttavia, il numero dei figli
d’Israele sarà come la sabbia del mare, che non si può misurare né contare.
Avverrà che invece di dir loro, come si diceva: «Voi non siete Mio popolo»,
sarà loro detto: «Siete figli di El Hai»” ‒ Hoshea 1:10. Anche qui
come in Amos 9:9, i figli d’Israele sono paragonati a granelli di sabbia, ed
il suo numero non si può contare... Chi sono, dunque, questi figli della
Casa di Israele, i quali non sono più il popolo ch’Elohim ha scelto per
onorare il Suo Nome, che sono riscattati dai gentili, e separati da essi
come i granelli che il setaccio separa dagli altri? Perché la tenda di David
sia restaurata, è indispensabile che la Casa di Yehudah e la Casa di Israele
siano riunite sotto un’unica capanna, dentro la quale c’è anche posto per
una minoranza di gentili. Tuttavia, soltanto l’Eterno può sapere chi sono i
figli d’Israele i quali sono reputati come ʹLo-Ammiʹ, ʹnon-Mio popoloʹ,
perché essi possano poi ritornare ad essere i figli dell’Altissimo. Questo è
precisamente quello ch’è scritto in Atti 2:47: “E il Signore aggiungeva
ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvazione”.
Elohim è Colui che aggiunge coloro che devono entrare nell’assemblea dei
redenti, perché Egli li conosce. Yeshua stesso dichiarò essere venuto soltanto per le
pecore perdute della Casa di Israele ‒ lasciando comunque delle "briciole" ai
gentili (Matteo 15:27). Adesso ci chiediamo: erano questi
convertiti ʹgentiliʹ veramente gentili?
Shaul di Tarso, detto Paolo
Dal capitolo 16 del libro
degli Atti fino alla fine, la scena è quasi monopolizzata da questo
personaggio controverso, il quale è un riformatore e ciononostante le sue
lettere costituiscono la base per le elucubrazioni più fondamentaliste della
dottrina cristiana; un uomo che riconosce più volte il fatto d’esprimere una
sua opinione personale che non necessariamente è Parola d’Elohim (non come i
Profeti, i quali scrivono: «la Parola dell’Eterno mi fu rivolta»), e
tuttavia i suoi scritti riescono ad eclissare persino l’Evangelo in quanto
ad autorità secondo i parametri della chiesa. Spesso frainteso, appare a
volte come un revisionista oppure come un conservatore, come un rinnegato
oppure come un ortodosso. Il suo insegnamento può trovarsi in contrasto con
quello di Yeshua, perché entrambi rappresentano due correnti di pensiero
diverse, cosa che è tipicamente ebraica ‒ come le scuole di Shammai e
Hillel. Tuttavia, non c’è una così marcata incoerenza in quello che ha
scritto, se interpretato correttamente, o tra quello che ha detto e quello
che ha fatto, tra quel Shaul che raccomanda di non circoncidersi (1Corinzi
7:18) mentre egli stesso circoncide un suo discepolo (Atti 16:3), o tra
quello che apparentemente discredita la Torah mentre invece la
osserva puntualmente...
Quando si presenta un brano delle Scritture che non favorisce il punto di
vista cristiano, un vizio consuetudinario della chiesa è affermare che
“quello era valido allora, per gli Ebrei”, mentre sostiene con veemenza la
validità d’un testo (quasi sempre tolto dal contesto) di qualche lettera
paolina. Sarebbe opportuno notare che in molte occasioni, quello scritto da
Paolo ha un riferimento specifico ad una situazione determinata, e si
potrebbe dire altrettanto che “quello era valido allora, per i Romani, o per
i Corinzî, o per i Galati, o per gli Efesini...”. Tuttavia, in questo studio
vedremo che a parte le proprie auto-confutazioni, le parole di Shaul sono
spesso tradotte male.
Dall’inizio della sua carriera
apostolica, Shaul compie diversi atti che dimostrano, in primo luogo, la sua
osservanza della Torah:
Atti 16:1 E venne anche
a Derbe e a Lystra; ed ecco, quivi era un certo discepolo, di nome
Timoteo, figliuolo di una donna Giudea credente, ma di padre Greco. 2
Di lui rendevano buona testimonianza i fratelli che erano in Lystra ed
in Iconio. 3 Paolo volle ch’egli partisse con lui; e presolo,
lo circoncise a causa dei Giudei che erano in quei luoghi; perché
tutti sapevano che il padre di lui era Greco...
13 E nel giorno di Shabat andammo fuori della porta,
presso al fiume, dove supponevamo fosse un luogo d’orazione; e postici a
sedere, parlavamo alle donne ch’erano quivi radunate...
20 e presentatili ai pretori, dissero: «Questi uomini, che
sono Giudei, perturbano la nostra città, 21 e predicano
dei riti che non è lécito a noi che siamo Romani né di ricevere, né
di osservare».
17:1 Ed essendo passati per Amfipoli e per Apollonia, vennero a
Tessalonica, dov’era una Sinagoga dei Giudei; 2 e Paolo,
secondo la sua usanza, entrò da loro, e per tre Shabat tenne
loro ragionamenti tratti dalle Scritture...
10 E i fratelli, subito, di notte, fecero partire Paolo e Sila
per Berea; ed essi, giuntivi, si recarono nella Sinagoga dei Giudei.
11 Or questi furono più generosi di quelli di Tessalonica, in quanto
che ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando tutti i giorni
le Scritture per vedere se le cose stavano così.
Come si può confermare da
questi passi e da altri successivi, Paolo continuava ad osservare la Torah,
e non solo quella scritta, ma anche i precetti rabbinici ‒ come, per
esempio, considerare Giudeo chi ha una madre Ebrea anche se il padre non lo
è, e apparentemente, il fatto che Timoteo non sia stato circonciso non
causava scandalo a nessuno dei Giudei, almeno fino a quando questo Timoteo
non doveva essere avviato al ministerio nell’assemblea. Abbiamo già discusso
il fatto che Shaul come tutti gli apostoli e discepoli osservava lo Shabat,
com’era la loro usanza. Inoltre, essi erano visti dai gentili non come un
gruppo diverso, ma semplicemente come Giudei, i quali conducevano lo stesso modo
di vita di tutti i Giudei e predicavano l’osservanza di ʹritiʹ giudaici ‒
non dei rituali ʹcristianiʹ!
I credenti di Berea dovrebbero essere imitati da tutti i cristiani: essi non
s’accontentavano di ciò che li si predicava, ma confrontavano ogni cosa con
le Scritture... Quali Scritture leggevano questi discepoli di Berea? Le
lettere di Paolo? Gli Evangeli? Certamente no, perché l’unica Scrittura di
cui disponevano era la Torah, i Profeti e gli Scritti. Pensate magari che
avrebbero accettato il messaggio di qualcuno che li avesse detto «fratelli,
non siamo più tenuti ad osservare la Torah»? Su quale passo delle Scritture
avrebbero trovato una giustificazione a tale improponibile suggerimento?
Evidentemente, né Paolo né nessun altro poteva aver proclamato il cosiddetto
"messaggio della grazia" nella maniera in cui viene annunciato dalla chiesa
cristiana odierna! I bereani, sicuramente non l’avrebbero accettato.
Atti 18:12 Poi,
quando Gallione fu proconsole d’Acaia, i Giudei, tutti
d’accordo, si levarono contro Paolo, e lo menarono dinanzi al tribunale,
dicendo: 13 «Costui va persuadendo gli uomini ad adorare Elohim in modo
contrario alla Torah»... 18 Quanto a Paolo, ei rimase ancora molti giorni
a Corinto; poi, preso commiato dai fratelli, navigò verso la Siria, con
Prisca ed Aquila, dopo essersi fatto radere il capo a Kenkrea, perché
aveva fatto un voto. 19 Come furono giunti ad Efeso, Paolo li lasciò
quivi; egli, intanto, entrato nella Sinagoga, si pose a discorrere coi
Giudei. 20 E pregandolo essi di dimorare da loro più a lungo, non
acconsentì.
21:20 Ed essi, uditele, glorificavano Elohim. Poi, dissero a Paolo:
«Fratello, tu vedi quante migliaia di Giudei ci sono che hanno creduto;
e tutti sono zelanti per la Torah. 21 Or sono stati informati di te, che
tu insegni a tutti i Giudei che sono fra i gentili, ad abbandonare
Mosheh, dicendo loro di non circoncidere i figliuoli, e di non
conformarsi ai riti. 22 Che devesi dunque fare? È inevitabile che una
moltitudine di loro si raduni, perché udranno che tu sei venuto. 23 Fa’
dunque questo che ti diciamo: Noi abbiamo quattro uomini che hanno fatto
un voto; 24 prendili con te, e purificati con loro, e paga le spese per
loro, onde possano radersi il capo; così tutti conosceranno che non c’è
nulla di vero nelle informazioni che hanno ricevute di te; ma che tu
pure ti comporti da osservatore della Torah»... 26 Allora Paolo,
il giorno seguente, prese con sé quegli uomini, e dopo essersi con loro
purificato, entrò nel Tempio, annunziando di voler compiere i giorni
della purificazione, fino alla presentazione del sacrificio per ciascun di
loro.
Indubbiamente Shaul, come chiunque si
dedica ad una missione o professione, era un uomo che riceveva delle
critiche, ma aveva anche i suoi sostenitori. Da una parte, quelli che lo
calunniavano, dall’altra, quelli che lo pregavano di rimanere ancora con
loro; entrambe fazioni erano dei Giudei ‒ tuttavia, è usuale che nelle
chiese si enfatizzi il fatto che quelli che lo perseguitavano erano dei
Giudei, mentre non si tiene conto di quelli che lo sostenevano, anch’essi
Giudei. È perfettamente lécito che all’interno di un popolo o un partito o
movimento ci siano delle correnti opposte. È altrettanto ragionevole che la
chiesa parteggi per una di queste fazioni, ma non è assolutamente lécito
snaturare questa per sottolineare il carattere dell’altra, ovvero, non è
legittimo dire che i sostenitori di Paolo erano dei ʹcristianiʹ, mentre i
suoi oppositori erano Giudei: entrambi gruppi erano Giudei, entrambi
osservanti della Torah.
Le azioni compiute da Shaul per dimostrare ai Giudei che ciò che si diceva
di lui era falso sono difficili da spiegare per i teologi cristiani, perché
ci sono soltanto due possibilità: o era veramente ciò che mostrava, un
osservante della Torah in ogni punto, o era un perfetto ipocrita! Shaul,
essendo già un apostolo di Yeshua e predicatore della salvezza per grazia,
per ben due volte aveva fatto dei voti, i quali sono di precetti che
appartengono alla Legge e che, secondo i cristiani dovrebbero essere
abbandonati per questo stesso motivo. Shaul invece, non solo li ha fatti ma
li ha pure compiuti, insieme ad altri credenti in Yeshua! Essi dovettero
radersi, secondo prescrive la Legge, eseguire il rituale di purificazione, e
non solo, ma anche offrire il sacrificio! Questo è veramente
sconcertante per la teologia cristiana; infatti, questo verso non è mai
commentato nelle chiese, al punto tale che per molti lettori questa può
essere la prima volta che apprendono che i credenti in Yeshua ancora
sacrificavano nel Tempio! Siccome è scritto, e tutti lo possono leggere
(anche se nella maggioranza delle versioni della Bibbia il termine
sacrificio è stato sostituito per quello più morbido ed ambiguo di
offerta), non c’è da discutere oltre su questo argomento. L’unica
conclusione possibile è che i discepoli di Yeshua continuavano ad osservare
la Torah, comprese le offerte sacrificali.
Or in quel tempo nacque non piccolo tumulto
a proposito della nuova Via. Poiché un tale, chiamato Demetrio, orefice,
che faceva dei tempietti d’Artemide in argento, procurava non poco
guadagno agli artigiani. Radunati questi e gli altri che lavoravano di
cotali cose, disse: «Uomini, voi sapete che dall’esercizio di quest’arte
viene la nostra prosperità. E voi vedete e udite che questo Paolo ha
persuaso e sviato gran moltitudine non solo in Efeso, ma quasi in tutta
l’Asia, dicendo che quelli fatti con le mani non sono dèi. E non solo
v’è pericolo che questo ramo della nostra arte cada in discredito, ma
che anche il tempio della gran dea Artemide sia reputato per nulla, e
che sia perfino spogliata della sua maestà colei, che tutta l’Asia e il
mondo adorano». Ed essi, udite queste cose, accesi di sdegno, si misero
a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!»... E di fra la moltitudine
trassero Alexandros, che i Giudei spingevano innanzi. E Alessandro,
fatto cenno con la mano, voleva arringare il popolo a loro difesa. Ma
quando ebbero riconosciuto che era Giudeo, tutti, ad una voce, per circa
due ore, si posero a gridare: «Grande è la Diana degli Efesini!» (Atti
19:23-28,33-34)
Ci sembra d’essere in pieno ambiente
cattolico-romano... Certo, poi è stato nel concilio d’Efeso che il culto
d’Artemide/Diana/Maria è stato introdotto ufficialmente nel cristianesimo,
della quale si vendono tuttóra delle statuette, e che gran parte del mondo
continua ad adorare. Questa volta sono i gentili che s’oppongono a Paolo ed
Alexandros, i quali sono dei Giudei che predicano, come buoni Giudei, che si
deve osservare il secondo comandamento del Giudaismo. Come mai? Non bastava
dire ai gentili che dovevano astenersi di sangue e di fornicazione? Sembra
di no, anche la Torah va osservata, con i suoi comandamenti...
Poiché Paolo aveva deliberato di navigare
oltre Efeso, per non aver a consumar tempo in Asia; giacché si
affrettava per trovarsi, se gli fosse possibile, a Yerushalaym il giorno
di Shavuot. (Atti 20:16)
Al quanto pare, l’apostolo Paolo ci teneva
a celebrare le festività ebraiche... Ma non era già stato salvato per
grazia?
«Io so che dopo la mia partenza entreranno
fra voi dei lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e di fra
voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trarre i
discepoli dietro a sé». (Atti 20:29-30)
Già allora Paolo prevedeva che sarebbe
venuta l’apostasia e che dei falsi maestri avrebbero distorto la verità,
insegnando dottrine d’uomini, contrarie alla Torah ed invalidando le
Scritture che Paolo stesso predicava. Questo lo disse ad Efeso, la città
dove poi nacque la chiesa dei gentili con tutte le sue dottrine che i
cristiani si trascinano dietro fino al giorno d’oggi.
Atti 21:39 Ma Paolo disse: «Io sono
un Giudeo, di Tarso, cittadino di quella non oscura città di Cilicia; e
ti prego che tu mi permetta di parlare al popolo». 40 E avendolo
egli permesso, Paolo, stando in piè sulla gradinata, fece cenno con la
mano al popolo. E fattosi gran silenzio, parlò in lingua ebraica,
dicendo: 22:1 «Fratelli e padri, ascoltate ciò che ora vi dico a
mia difesa». 2 E quand’ebbero udito ch’egli parlava loro in
lingua ebraica, tanto più fecero silenzio. Poi disse: 3 «Io sono
un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma allevato in questa città, ai
piedi di Gamliel, educato nella rigida osservanza della Torah dei padri,
e sono zelante per la causa d’Elohim, come voi tutti siete oggi»...
25 E come l’ebbero disteso e legato con le cinghie, Paolo disse al
centurione che era presente: «V’è egli lecito flagellare un uomo che è
cittadino Romano, e non è stato condannato?» 26 E il centurione,
udito questo, venne a riferirlo al tribuno, dicendo: «Che stai per fare?
perché quest’uomo è Romano». 27 Il tribuno venne a Paolo, e gli
chiese: «Dimmi, sei tu Romano?» 28 Ed egli rispose: «Sì». E il
tribuno replicò: «Io ho acquistato questa cittadinanza per gran somma di
denaro». E Paolo disse: «Io, invece, l’ho di nascita». 29 Allora
quelli che stavano per inquisirlo, si ritrassero subito da lui; e anche
il tribuno ebbe paura, quand’ebbe saputo che egli era Romano... 23:1
E Paolo, fissati gli occhi nel Sanhedrin, disse: «Fratelli, fino a
questo giorno, mi sono condotto dinanzi ad Elohim in tutta buona
coscienza». 2 Ed il sommo sacerdote Hananya comandò a coloro
ch’erano presso a lui di percuoterlo sulla bocca. 3 Allora Paolo
gli disse: «Elohim percoterà te, parete scialbata; tu siedi per
giudicarmi secondo la Torah, e violando la Torah comandi che io sia
percosso?» 4 E coloro ch’erano quivi presenti, dissero: «Ingiurii
tu il sommo sacerdote d’Elohim?» 5 E Paolo disse: «Fratelli, io
non sapevo che fosse sommo sacerdote; perché sta scritto: ’Non dirai
male del principe del tuo popolo’». 6 Or Paolo, sapendo che una
parte erano sadducei e l’altra farisei, esclamò nel Sanhedrin:
«Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; ed è a motivo della
speranza e della risurrezione dei morti, che sono chiamato in giudizio».
7 E com’ebbe detto questo, nacque contesa tra i farisei e i
sadducei, e l’assemblea fu divisa. 8 Poiché i sadducei dicono che
non v’è risurrezione, né angelo, né spirito; mentre i farisei affermano
l’una e l’altra cosa. 9 E si fece un gridar grande; e alcuni
degli scribi del partito dei farisei, levatisi, cominciarono a
disputare, dicendo: «Noi non troviamo male alcuno in quest’uomo; e se
gli avesse parlato uno spirito o un angelo?»
La versatilità di quest’uomo è una virtù
che non tutti riescono ad avere. Veramente, era un Giudeo che parlava
ebraico e ribadiva la sua osservanza della Torah, ma se si trattava della
propria pelle era anche un Romano che
parlava greco. Era anche un fariseo di farisei, di pura stirpe, e se ne
vantava, soprattutto se da questo ne traeva qualche vantaggio. Conoscitore
delle usanze ebraiche, un uomo del suo calibro non poteva non sapere quale
di questi uomini radunati nel Sanhedrin era il sommo sacerdote! È come se
oggi uno va al vaticano e vedendo il papa, non lo riconosce. Poi,
evidentemente, non porse l’altra guancia ‒ ma in questa sua azione di
maledire chi l’aveva percosso, non ha contraddetto l’insegnamento di Yeshua,
come ho già spiegato cosa significa ʹporgere l’altra guanciaʹ
nel capitolo ʹYeshua, “il fariseo”ʹ. E poi, sul
motivo per il quale egli era chiamato in giudizio... evidentemente, era una
mezza verità; non esattamente “a motivo della risurrezione dei morti”
è che egli era contestato.
È un fatto usuale nelle chiese cristiane che si critichi Avraham per aver
detto una “mezza verità” in quanto a sua moglie Sarai, che era veramente sua sorella
(Genesi 20:12), ma nessuno osa criticare il santissimo Paolo, presunto padre
della loro teologia, per aver fatto altrettanto. Shaul era non
solo un missionario, ma anche un politico.
Ma ragionando Paolo di giustizia, di
temperanza e del giudizio a venire, Felice, tutto spaventato, replicò:
«Per ora, vattene; e quando ne troverò l’opportunità, ti manderò a
chiamare». Egli sperava, in pari tempo, che da Paolo gli sarebbe dato
del denaro; per questo lo mandava spesso a chiamare e discorreva con
lui. Or in capo a due anni, Felice ebbe per successore Porcio Festo; e
Felice, volendo far cosa grata ai Giudei, lasciò Paolo in prigione.
(Atti 24:25-27)
Anche Felice era un politico, ma un
politico italiano...
La lettera ai Romani
Parte I
Di tutte le epistole paoline,
la lettera di Shaul ai Romani è il suo capolavoro teologico e letterario,
giungendo all’apice nell’allegoria dei due ulivi. In essa egli spiega
esattamente il contrario di ciò che la dottrina della chiesa intende...
Questa è una lettera in cui l’apostolo considera gli opposti secondo
un’ottica messianica e spiega il piano di salvezza per l’umanità,
enfatizzando la missione salvifica d’Israele.
Io sono debitore tanto ai Greci
quanto ai Barbari, tanto ai savî quanto agli ignoranti; ond’è che, per
quanto sta in me, io sono pronto ad annunziar l’Evangelo anche a voi che
siete in Roma. Poiché io non mi vergogno dell’Evangelo; perché esso è
potenza d’Elohim per la salvezza d’ogni credente; del Giudeo prima e poi
del Greco; poiché in esso la giustizia d’Elohim è rivelata da fede a
fede, secondo che è scritto: “Ma il giusto vivrà per fede”. (1:14-17)
Con queste frasi Shaul inizia
a presentare le coppie d’opposti (o di termini complementari), i quali
ricorrono in questa ed altre sue epistole: Greci/Barbari,
savî/ignoranti, Giudeo/Greco ‒ sottolineando in questo caso che il Giudeo ha
la precedenza. In questo contesto, nomina anche i Romani, non opponendoli ad
alcuno. Egli annuncia loro l’Evangelo: ma qual’era l’Evangelo che Shaul
proclamava? Erano essi le Scritture, o qualche insegnamento nuovo? Cos’aveva
ricevuto da Yeshua? Nell’introduzione di questa lettera, Shaul dice ai
Romani che “l’Evangelo d’Elohim, ch’Egli aveva già promesso
per mezzo dei
Suoi Profeti nelle Sante Scritture... per trarre all’ubbidienza della fede
tutti i gentili, per amor del Suo Nome” (1:1,2,5) è quello ch’egli
annuncia. Quindi, non un nuovo messaggio, ma quello che era già scritto
nella Torah, i Profeti e gli Scritti ‒ quello era l’ʹEvangeloʹ,
perché, rammento, quello che noi conosciamo oggi con lo stesso nome non era
ancora stato scritto, oppure, era in corso di scrittura. Il messaggio
ch’egli annuncia ai Romani si fonda sul versetto che accese la miccia
d’ispirazione alla Riforma Protestante: “il giusto vivrà per fede”.
Questa dichiarazione che costituisce il fondamento dell’intera dottrina evangelica,
è scritto in Havakuk 2:4 ‒ non è un verso originale del Nuovo Testamento,
bensì, appartiene al patrimonio del Giudaismo! Quindi, ciò che Paolo predica
ai gentili non è altro che la fede ebraica, la stessa che Yeshua praticò ed
insegnò. È in questo senso che l’Evangelo è la potenza d’Elohim per la
salvezza dei Giudei, perché essi l’avevano già ricevuto nella Torah e sono
stati i primi a conoscere la redenzione per fede nell’Onnipotente d’Israele,
loro Salvatore (1Shmuel 14:39; 2Shmuel 22:3; Salmo 18:2; Yeshayahu 43:3,11;
45:15,21; 49:26; 60:16; Hoshea 13:4), e non come pretendono i cristiani, che
i Giudei debbano accettare l’ʹEvangeloʹ neotestamentario, il quale è
arrivato poi ai gentili affinché anch’essi potessero conoscere la grazia
d’Elohim, com’è scritto, rivelata da fede a fede, ovvero, dalla fede mosaica
d’Israele alla fede messianica universale.
In seguito, l’apostolo spiega
l’origine dell’ingiustizia universale e la condanna dei gentili per la loro
disubbidienza e l’elezione e responsabilità dei Giudei.
1:18 Poiché l’ira
d’Elohim si rivela dal cielo contro ogni empietà ed ingiustizia degli
uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 infatti quel
che si può conoscer d’Elohim è manifesto in loro, avendolo Elohim loro
manifestato; 20 poiché le perfezioni invisibili di Lui, la Sua
eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente sin dalla creazione del
mondo, essendo intese per mezzo delle opere Sue; 21 ond’è che
essi sono inescusabili, perché, pur avendo conosciuto Elohim, non
L’hanno glorificato come Elohim, né L’hanno ringraziato; ma si sono dati
a vani ragionamenti, e l’insensato loro cuore s’è ottenebrato. 22
Dicendosi savî, sono divenuti stolti, 23 e hanno mutato la gloria
dell’incorruttibile Elohim in immagini simili a quelle dell’uomo
corruttibile, e d’uccelli e di quadrupedi e di rettili. 24 Per
questo, Elohim li ha abbandonati, nelle concupiscenze dei loro cuori,
all’impurità, perché vituperassero fra loro i loro corpi; 25
essi, che hanno mutato la verità d’Elohim in menzogna, e hanno adorato e
servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno.
Amen.
Qui l’apostolo spiega che
l’intera umanità aveva conosciuto Elohim e tuttavia hanno preferito erigersi
i propri idoli, per questo motivo i gentili sono stati diseredati ed esclusi
dai Patti ‒ non perché Egli non si sia manifestato a loro, ma perché essi
non L’hanno voluto ricevere. Uno dei problemi irrisolti per la soteriologia
cristiana riguarda la salvezza dei popoli che non hanno mai avuto la
possibilità d’udire il messaggio dell’Evangelo (per esempio, gl’Indiani
d’America prima dell’arrivo degli europei); può Elohim condannarli perché
non hanno ricevuto l’Evangelo? Certamente, no. Tuttavia, esistono dei
parametri sui quali Elohim esegue il Suo giusto giudizio: in ogni popolo ci
sono stati quei pochi che non si sono allineati con l’idolatria ufficiale,
coloro che conservavano ancora la conoscenza del Creatore. Quando questi
pochi non c’erano più, era decretata la fine di quel popolo (abbiamo un
esempio in Sodoma e Amorah, nelle quali non c’era più alcun giusto, o nei
Cananei, i quali dovevano essere combattuti solo quando la loro empietà
fosse arrivata al limite ‒ Genesi 18:26-33; 15:16). Questi erano giudicati
secondo la Legge che l’Eterno aveva dato all’uomo sin dalla Creazione, per
cui l’uomo era in grado di discernere il bene ed il male.
1:26 Perciò Elohim li ha
abbandonati a passioni infami: poiché le loro femmine hanno mutato l’uso
naturale in quello che è contro natura, 27 e similmente anche i
maschi, lasciando l’uso naturale della donna, si sono infiammati nella
loro libidine gli uni per gli altri, commettendo uomini con uomini cose
turpi, e ricevendo in loro stessi la condanna meritata del proprio
traviamento. 28 E siccome non si sono curati di ritenere la
conoscenza d’Elohim, Elohim li ha abbandonati ad una mente reproba,
perché facessero le cose che sono sconvenienti, 29 essendo essi
ricolmi d’ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni
d’invidia, d’omicidio, di contesa, di frode, di malignità; 30
delatori, maldicenti, abominevoli ad Elohim, insolenti, superbi,
vanagloriosi, inventori di mali, disubbidienti ai genitori, 31
insensati, senza fede nei Patti, senza affezione naturale,
spietati; 32 i quali, pur conoscendo che secondo il giudizio
d’Elohim quelli che fanno codeste cose sono degni di morte, non
soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.
Generalmente si pensa che la
Torah fu rivelata a Mosheh: quindi, nei tempi precedenti come faceva Elohim
a giudicare? In realtà, la Torah fu data per iscritto al popolo d’Israele
perché no dimenticasse la Legge eterna d’Elohim come gli altri popoli
avevano fatto, ma essa esisteva già, ed era stata rivelata sin dalla
Creazione. Non è stato Mosheh il primo a stabilire il comandamento di non
uccidere, ma già Kayin lo conosceva, e seppe d’essere colpevole d’aver
ucciso suo fratello Hevel. Noach sapeva quali animali erano puri e quali
impuri prima di farli entrare nell’arca. Per questo anche i gentili, pur non
avendo ricevuto la Torah da Mosheh, sono ugualmente responsabili. L’umanità
intera, conoscendo la Legge, ha scelto liberamente di disubbidire ai
comandamenti e d’attuare tutto ciò ch’è contrario alla Torah. È ribadito il
concetto che avevano conoscenza d’Elohim e del Suo giudizio, e che non
ebbero fede nei Patti. Non hanno rispettato il Patto Noachico, al quale
appartiene l’intera umanità ‒ e per questo motivo si richiede ai gentili
d’osservare almeno questo Patto («Non
mangerete carne con la vita sua, cioè col suo sangue. E, certo, Io chiederò
conto del vostro sangue, del sangue delle vostre vite; ne chiederò conto ad
ogni animale; e chiederò conto della vita dell’uomo alla mano dell’uomo,
alla mano d’ogni suo fratello. Il sangue di chiunque spargerà il sangue
dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Elohim ha fatto l’uomo a immagine
Sua» ‒ Genesi 9:4-6); i discendenti d’Avraham, ad eccezione dei Giudei,
non ebbero fede nel Patto Avrahamico e sono divenuti gentili; i cristiani
ancora non hanno fede nel Patto Mosaico e pensano d’essere giustificati
trasgredendo la Torah.
2:4 Disprezzi tu le
ricchezze della Sua benignità, della Sua pazienza e della Sua
longanimità, non riconoscendo che la benignità d’Elohim ti trae a
ravvedimento? 5 Tu invece, seguendo la tua durezza e il tuo cuore
impenitente, t’accumuli un tesoro d’ira, per il giorno dell’ira e della
rivelazione del giusto giudizio d’Elohim, 6 il quale renderà a
ciascuno secondo le sue opere: 7 vita eterna a quelli che con la
perseveranza nel bene operare cercano gloria e onore e immortalità; 8
ma a quelli che sono contenziosi e non ubbidiscono alla verità ma
ubbidiscono alla ingiustizia, ira e indignazione. 9 Tribolazione
e angoscia sopra ogni anima d’uomo che fa il male; del Giudeo prima, e
poi del Greco; 10 ma gloria e onore e pace a chiunque opera bene;
al Giudeo prima e poi al Greco; 11 poiché dinanzi ad Elohim non
c’è riguardo a persone.
Elohim renderà la vita eterna
a coloro che persevereranno nelle buone opere cercando la gloria! Ma come!
Non è che la salvezza s’ottiene per grazia e non per opere perché nessuno si
glorî?! (Efesini 2:8-9) Bisogna che Paolo si metta d’accordo con sé stesso,
oppure che si spieghi meglio, o magari, che i cristiani lo sappiano
interpretare... Infatti, non c’è un’incoerenza tra queste due affermazioni,
perché anche qui dice che la benignità d’Elohim porta al ravvedimento
‒questa è la grazia, che non viene da voi, ma è dono d’Elohim, come dice in
Efesini 2:8‒, ma il ravvedimento implica riconoscere aver trasgredito la
Torah, perché il peccato è la violazione della Torah (1Yohanan 3:4),
dopodichè bisogna non peccare più (Yohanan 5:14; 8:11), quindi non violare
la Torah, ossia, osservare la Torah. Così facendo, chi si è ravveduto per
grazia avrà ottenuto fede, quindi metterà in pratica le buone opere anziché
considerarsi “libero dalla Legge”. Infatti, la conoscenza della Torah
colloca il Giudeo al primo posto, conoscenza che giunge al Greco attraverso
la predicazione, quindi dopo, e per questo motivo lo eleva alla stessa
posizione del Giudeo. Siccome davanti ad Elohim non c’è riguardo a persone,
il Greco non avrà più la scusa di non conoscere la Torah, ma sarà giudicato
nello stesso modo che il Giudeo. Purtroppo, i cristiani pretendono
declassare il Giudeo alla posizione di trasgressore della Torah per metterlo
al loro stesso livello, anziché cercare d’elevarsi loro.
2:12 Infatti, tutti
coloro che hanno peccato senza Torah, periranno pure senza Torah; e
tutti coloro che hanno peccato avendo la Torah, saranno giudicati con la
Torah; 13 poiché non quelli che ascoltano la Torah sono giusti
dinanzi ad Elohim, ma quelli che l’osservano saranno giustificati. 14
Infatti, quando i gentili che non hanno Torah, adempiono per natura le
cose della Torah, essi, che non hanno legge, sono legge a se stessi;
15 essi mostrano che quel che la Torah comanda è scritto nei loro
cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza, e perché i loro
pensieri si accusano od anche si scusano a vicenda.
“Quelli che hanno peccato
senza Torah”... ma come si fa a peccare senza Torah? Non dice Paolo stesso
che “mediante la legge è data la conoscenza del peccato” (Romani 3:20), e
“poiché, fino alla legge, il peccato era nel mondo; ma il peccato non è
imputato quando non v’è legge” (Romani 5:13)? Allora, perché questi poveri
gentili, che hanno peccato senza Torah, periranno? Notare la
differenza: quelli senza la Torah periranno, quelli con la Torah saranno
giudicati in base a questa. Quelli senza Torah sono già condannati, senza
giudizio! In realtà l’uomo senza Torah non esiste, perché già dal primo uomo
si ha la conoscenza del bene e del male, quindi, della Torah eterna, in base
alla quale tutti saranno giudicati. Quelli che sono senza Torah lo sono
perché hanno volontariamente deciso d’ignorare la Torah e perciò periranno.
Analizzando il contesto, troveremo che questi senza Torah sono coloro che non si sono
curati di ritenere la conoscenza d’Elohim, per questo motivo hanno perso
ogni rapporto con la verità e sono stati abbandonati ad una mente reproba.
Paolo ribadisce che la giustificazione proviene dall’osservanza della Torah,
mentre altrove sostiene che la giustificazione avviene per fede: c’è in
questo una contraddizione, oppure si possono conciliare entrambi concetti?
Infatti, la giustificazione che inizia con la fede, dev’essere poi
completata con l’osservanza della Torah. La grazia non ci libera dalla Torah,
ci libera soltanto dalla
condanna, la quale è comunque inevitabile se dopo aver ricevuto la grazia
s’insiste nel trasgredire la Torah ‒ come un reo che sia stato graziato,
questo non significa ch’egli sia libero dalla legge e possa continuare a
trasgredirla, perché in quel caso sarà giudicato dalla legge con l’aggravante
della recidività.
2:17 Or se tu ti chiami
Giudeo, e ti riposi sulla Torah, e ti glorii in Elohim, 18 e
conosci la Sua volontà, e discerni la differenza delle cose essendo
ammaestrato dalla Torah, 19 e ti persuadi d’esser guida dei
ciechi, luce di quelli che sono nelle tenebre, 20 educatore degli
scempî, maestro dei fanciulli, perché hai nella Torah la formula della
conoscenza e della verità, 21 come mai, dunque, tu che insegni
agli altri non insegni a te stesso? Tu che predichi che non si deve
rubare, rubi? 22 Tu che dici che non si deve commettere
adulterio, commetti adulterio? Tu che hai in abominio gl’idoli,
saccheggi i templi? 23 Tu che meni vanto della Torah, disonori
Elohim trasgredendo la Torah?
Qui Paolo chiama in causa il
Giudeo ‒ed altrettanto fanno i cristiani, questa volta ignorando che “non
c’è Giudeo né Greco perché dinanzi ad Elohim non c’è riguardo di persone”‒
in quanto conoscitore della verità, non in quanto al suo essere Giudeo,
perché le stesse cose ch’egli reclama possono essere anche domandate da
chiunque si vanti d’essere un servitore d’Elohim e non fa la Sua volontà.
Potremmo oggi parafrasare questo brano dicendo: “or se tu ti chiami
cristiano, e ti riposi sull’Evangelo, ecc. e predichi che non si deve
rubare, rubi, ecc.?”. In quel tempo, logicamente, Paolo non poteva prendere
come esempio i cristiani perché non c’erano, quindi ha dovuto dare l’unico
possibile, il Giudeo. Ciò che conta è che egli enfatizza il fatto che si
disonora Elohim trasgredendo la Torah.
Sono questi esempi validi soltanto per i Giudei oppure anche per i
cristiani? Possono magari i cristiani predicare una cosa e farne un’altra?
Possono essi dire «non rubare» e poi rubare? O censurare l’adulterio,
e poi commetterlo? Se non è così, allora sorge una domanda: devono i
cristiani osservare la Torah o no?
2:24 Poiché, siccome è
scritto, il Nome d’Elohim, per causa vostra, è bestemmiato fra i
gentili. 25 Infatti ben giova la circoncisione se tu osservi la
Torah; ma se tu sei trasgressore della Torah, la tua circoncisione
diventa incirconcisione. 26 E se l’incirconciso osserva i
precetti della Torah, la sua incirconcisione non sarà essa reputata
circoncisione? 27 E così colui che è per natura incirconciso, se
adempie la Torah, giudicherà te, che con la lettera e la circoncisione
sei un trasgressore della Torah. 28 Poiché Giudeo non è colui che
è tale all’esterno; né è circoncisione quella che è esterna, nella
carne; 29 ma Giudeo è colui che lo è interiormente; e la
circoncisione è quella del cuore, in spirito, non in lettera; d’un tal
Giudeo la lode procede non dagli uomini, ma da Elohim.
In questo brano, Paolo esalta
il valore della Torah al disopra della circoncisione e delle appartenenze
etniche. Continuando con l’esempio precedente, l’apostolo enfatizza il
valore dell’operato piuttosto che delle formalità ed apparenze. Molti
cristiani mettono in risalto la presunta “circoncisione del cuore” come una
scusa, senza capire quello che l’apostolo spiega chiaramente: che colui che
è circonciso nel cuore osserva i precetti della Torah! Così com’è
inutile avere la circoncisione e la forma esterna del Giudaismo senza
metterlo in pratica, è altrettanto inutile avere la forma del cristiano e
non osservare i comandamenti. Il Nome d’Elohim è stato bestemmiato fra i
gentili semplicemente perché la Casa di Israele aveva smesso d’osservare la
Torah. Adesso i cristiani pretendono fare lo stesso senza attirarsi il
giudizio divino.
3:1 Qual è dunque il
vantaggio del Giudeo? O qual è l’utilità della circoncisione? 2
Grande in ogni maniera; prima di tutto, perché a loro furono affidati
gli oracoli d’Elohim. 3 Poiché che vuol dire se alcuni sono stati
increduli? Annullerà la loro incredulità la fedeltà d’Elohim? 4
Così non sia; anzi, sia Elohim riconosciuto verace, ma ogni uomo
bugiardo, siccome è scritto: “Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle
tue parole, e resti vincitore quando sei giudicato”.
Non è come i cristiani
dicono, che non si deva più praticare la circoncisione ‒ non è necessaria
per i gentili, ma è obbligatoria per i Giudei, indipendentemente dal fatto
che abbiano riconosciuto Yeshua come Messia o no. Infatti, gli oracoli
d’Elohim, le profezie, la Sua Parola non sono stati affidati ai gentili, ma
soltanto ai Giudei. Il fatto che ci siano dei Giudei che non hanno creduto
alla Torah, non invalida la Torah.
3:19 Or noi sappiamo che
tutto quel che la Torah dice, lo dice a quelli che sono nella Torah,
affinché ogni bocca sia turata, e tutto il mondo sia sottoposto al
giudizio d’Elohim; 20 poiché per le opere della legge nessuno
sarà giustificato al Suo cospetto; giacché mediante la legge è data la
conoscenza del peccato. 27 Dov’è dunque il vanto? Esso è escluso.
Per quale tipo di legge? Delle opere? No, ma per la legge della fede;
28 poiché noi riteniamo che l’uomo è giustificato mediante la fede,
separatamente dalle opere della Torah. 29 Elohim è Egli forse
soltanto l’Elohim dei Giudei? Non è Egli anche l’Elohim dei gentili?
Certo, anche dei gentili, 30 poiché v’è un solo Elohim, il quale
giustificherà il circonciso per fede, e l’incirconciso parimente
mediante la fede. 31 Annulliamo noi dunque la Torah mediante la
fede? Così non sia; anzi, stabiliamo la Torah.
Qui Shaul spiega ai Romani
ciò che dopo due millenni si deve ancora spiegare ai cristiani: essi (non
conoscendo il Giudaismo) credevano che bastasse fare il bene per avere la
giustificazione. Avendo poi inteso che la salvezza s’ottiene per grazia,
quindi attraverso la fede, essi pensavano che non fosse più necessario
osservare la Torah. Questo concetto, sostenuto dalla chiesa, ha condizionato
anche le traduzioni, che spesso riportano il verso 28 come segue: “l’uomo
è giustificato mediante la fede, senza dalle opere della Torah”;
il termine ʹsenzaʹ, in sé ambiguo, è stato interpretato come ʹsostituendoʹ,
come se la fede prendesse il posto della Torah, mentre che la traduzione
corretta è ʹseparatamenteʹ, ovvero, non sostituendo ma completando, come
scrisse Yakov nella sua epistola: “Infatti, come il corpo senza lo
spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (Yakov
2:26). Non si può raggiungere la perfezione attraverso le opere della Torah
senza avere fede, né la si può ottenere soltanto per fede, senza osservare
la Torah. Infatti, come Shaul spiega chiaramente, mediante la fede NON
s’annulla la Torah, ma la si conferma, la si stabilisce saldamente! Perché
questo concetto è così difficile d’assimilare per i cristiani?...
Un’ulteriore difficoltà sorge dall’inesatta traduzione della parola Torah,
che viene sempre resa come Legge, senza poi poter distinguere
dall’altra parola correttamente tradotta legge. Quest’ultima è
appropriata nei termini "legge delle opere" e "legge della fede", perché non
hanno riferimento specifico alla Torah.
4:2 Poiché se Avraham è
stato giustificato per le opere, egli avrebbe di che gloriarsi; ma
dinanzi ad Elohim egli non ha di che gloriarsi; infatti, che dice la
Scrittura? 3 Or Avraham credette ad Elohim, e ciò gli fu messo in
conto di giustizia. 4 Or a chi opera, la mercede non è messa in
conto di grazia, ma di debito; 5 mentre a chi non opera ma crede
in Colui che giustifica l’ingiusto, la sua fede gli è messa in conto di
giustizia. 6 Così pure David proclama la beatitudine dell’uomo al
quale Elohim imputa la giustizia senza meriti, dicendo: 7 «Beati
quelli le cui iniquità sono perdonate, e i cui peccati sono coperti.
8 Beato l’uomo al quale il Signore non imputa il peccato».
La dottrina della salvezza
per fede non fu rivelata nella cosiddetta “dispensazione della grazia”
‒concetto antibiblico‒, ma appartiene al patrimonio del Giudaismo, ed anche
nei tempi precedenti, alla conoscenza che l’uomo aveva ricevuto da Elohim.
4:9 Poiché noi diciamo
che la fede fu ad Avraham messa in conto di giustizia. 10 In che
modo dunque gli fu messa in conto? Quand’era circonciso, o quand’era
incirconciso? Non quand’era circonciso, ma quand’era incirconciso; 11
poi ricevette il segno della circoncisione, qual suggello della
giustizia ottenuta per la fede che aveva quand’era incirconciso,
affinché fosse il padre di tutti quelli che credono essendo
incirconcisi, onde anche a loro sia messa in conto la giustizia; 12
e il padre dei circoncisi, di quelli, cioè, che non solo sono
circoncisi, ma seguono anche le orme della fede del nostro padre Avraham
quand’era ancora incirconciso.
Una volta che Avraham era già
stato giustificato per fede, per quale motivo ha dovuto poi circoncidersi?
Proprio perché avendo creduto, doveva eseguire le opere di giustizia, senza
le quali egli avrebbe perso la sua giustificazione per fede. I cristiani non
devono illudersi che dopo aver creduto sono già liberi d’ogni responsabilità
davanti al loro Salvatore, anzi, hanno il dovere d’eseguire la Sua volontà,
che prima non erano in grado di compiere. Avraham è messo come esempio per i
gentili, affinché come lui, una volta giustificati per fede possano imitarlo
facendo la volontà dell’Eterno, e per i Giudei affinché essi non solo
portino il suggello della giustizia esternamente ma abbiano fede nelle
promesse. Come risulta evidente, non ci sono elementi che si escludono l’uno
con l’altro, ma componenti che si integrano a vicenda.
6:1 Che diremo dunque?
Rimarremo noi nel peccato onde la grazia abbondi? 6:2 Così non
sia. Noi che siamo morti al peccato, come vivremmo ancora in esso?
6:6 che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui, affinché
il corpo del peccato fosse annullato, onde noi non serviamo più al
peccato; 6:7 poiché colui che è morto, è affrancato dal peccato.
6:8 Ora, se siamo morti con il Messia, noi crediamo che altresì
vivremo con lui, 6:9 sapendo che il Messia, essendo risuscitato
dai morti, non muore più; la morte non lo signoreggia più. 6:10
Poiché il suo morire fu un morire al peccato, una volta per sempre; ma
il suo vivere è un vivere ad Elohim. 6:11 Così anche voi fate
conto d’esser morti al peccato, ma viventi ad Elohim, nel Messia Yeshua.
6:12 Non regni dunque il peccato nel vostro corpo mortale per
ubbidirgli nelle sue concupiscenze; 6:13 e non prestate le vostre
membra come strumenti d’iniquità al peccato; ma presentate voi stessi ad
Elohim come di morti fatti viventi, e le vostre membra come strumenti di
giustizia ad Elohim.
Sembra abbastanza chiaro che
la grazia non concede licenza di peccare. Quindi, anche se si è salvati per
grazia, mediante la fede, bisogna non peccare. E cos’è peccare? Devo ancora
dare la definizione biblica, neotestamentaria? Peccare è violare la Torah.
Quindi, chi è salvato per grazia, mediante la fede, deve osservare la Torah!
Altrimenti, come si fa ad essere morti al peccato? Soltanto non peccando.
Per non peccare, bisogna non trasgredire la Torah. Non c’è alternativa
possibile. Il vecchio uomo è stato crocifisso con Yeshua, e coloro che sono
risuscitati in lui, vivono per Elohim ‒ c’è qualcuno che crede che Yeshua
dopo la sua risurrezione avrebbe annullato la Torah, comportandosi
diversamente da com’egli si comportò durante la sua vita? Se i gentili, che
sono stati esclusi dalle promesse perché non osservarono la Torah avendo
preferito seguire le proprie vie, ora hanno la possibilità d’essere
riammessi attraverso il Messia perché il peccato non regni più su di loro,
significa forse che devono ancora continuare a vivere da gentili? Se fosse
così, in cosa consisterebbe il loro cambiamento di vita? Come possono morire
al peccato? Giustamente, così come Avraham fu giustificato essendo ancora un
gentile perché potesse successivamente fare la volontà d’Elohim, nello
stesso modo i gentili hanno la possibilità d’entrare nel Patto per servire
Elohim com’Egli vuole.
6:14 Perché il peccato
non vi signoreggerà, poiché non siete sotto la legge, ma sotto la
grazia. 15 Che dunque? Peccheremo noi perché non siamo sotto la
legge ma sotto la grazia? Così non sia. 16 Non sapete voi che se
vi date a uno come servi per ubbidirgli, siete servi di colui a cui
ubbidite: o del peccato che mena alla morte o dell’ubbidienza che mena
alla giustizia? 17 Ma sia ringraziato Elohim che eravate bensì
servi del peccato, ma avete di cuore ubbidito a quel tenore
d’insegnamento che v’è stato trasmesso; 18 ed essendo stati
affrancati dal peccato, siete divenuti servi della giustizia.
Questo è uno dei versi
prediletti dei cristiani usato come pretesto per la loro disubbidienza: “non
siete sotto la legge, ma sotto la grazia”. Cosa vuole dire Paolo con
questo? In primo luogo, a chi lo dice, ai Giudei o ai Romani? La lettera è
indirizzata ai Romani. Sono mai stati i Romani sotto la Torah? No. Allora a
quale legge si riferisce? Perché i cristiani, prendendo come di solito i
testi fuori dal contesto, interpretano che questa “legge” sia la Torah? Essa
era totalmente sconosciuta per i Romani. Perché non vogliono capire quello
che risulta chiaro sin dall’inizio del discorso, che si tratta della legge
della morte, che è universale, alla quale è sottoposta tutta l’umanità? Come
spiega in 6:9, «sapendo che il Messia, essendo risuscitato dai morti, non
muore più; la morte non lo signoreggia più», e quindi, coloro che credono in
lui non sono più sotto questa legge.
Qui Shaul spiega molto bene lo scopo della redenzione, che consiste non in
una liberazione dalla Torah, ma in una sottomissione alla Torah ‒ infatti ci
sono due possibilità: o si è servi dell’ingiustizia, quindi della legge del
peccato, o si è servi dell’ubbidienza, ovvero della Torah ‒ per cui è
necessario essere affrancati dal peccato. La parola Torah infatti è più
coerente con insegnamento che con legge. Questo insegnamento
si riceve per poter servire Elohim, operando la giustizia. Come si può
operare giustizia senza adempiere la Torah? Su quale parametro si può
giudicare quello che è giusto e quello che non lo è? Una legge deve pur
esserci, e quella ci è stata trasmessa dall’Eterno, scritta con il Suo dito,
della quale, secondo Yeshua, non passerà nemmeno una yod.
6:20 Poiché, quando
eravate servi del peccato, eravate liberi riguardo alla giustizia. 21
Qual frutto dunque avevate allora delle cose delle quali oggi vi
vergognate? poiché la fine loro è la morte. 22 Ma ora, essendo
stati affrancati dal peccato e fatti servi ad Elohim, voi avete per
frutto la vostra santificazione, e per fine la vita eterna.
Volete essere liberi dalla
Torah? Sarete servi dal peccato, perché come dice l’apostolo, quando eravate
servi del peccato, eravate liberi dalla giustizia, quindi, eravate liberi
dalla Torah perché non poteva giudicarvi. Coloro che sono stati affrancati
dalla legge del peccato, ora sono divenuti servi d’Elohim, facendo la Sua
volontà, non trasgredendo più la Sua Legge.
7:1 O ignorate voi,
fratelli, che la legge signoreggia l’uomo per tutto il tempo ch’egli
vive? 2 Infatti la donna maritata è per la legge legata al marito
mentre egli vive; ma se il marito muore, ella è sciolta dalla legge che
la lega al marito. 3 Ond’è che se mentre vive il marito ella
passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera; ma se il marito muore,
ella è libera di fronte a quella legge; in guisa che non è adultera se
diviene moglie d’un altro uomo. 4 Così, fratelli miei, anche voi
siete divenuti morti alla legge mediante il corpo del Messia, per
appartenere ad un altro, cioè a colui che è risuscitato dai morti, e
questo affinché portiamo del frutto ad Elohim. 5 Poiché, mentre
eravamo nella carne, le passioni peccaminose, destate dalla legge,
agivano nelle nostre membra per portar del frutto per la morte; 6
ma ora siamo stati sciolti dai legami della legge, essendo morti a
quella che ci teneva soggetti, talché serviamo in novità di spirito, e
non in vecchiezza di lettera. 7 Che diremo dunque? La legge è
essa peccato? Così non sia; anzi io non avrei conosciuto il peccato, se
non per mezzo della legge; poiché io non avrei conosciuto la
concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire. 8 Ma
il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento, produsse in
me ogni concupiscenza; perché senza la legge il peccato è morto. 9
E ci fu un tempo, nel quale, senza legge, vivevo; ma, venuto il
comandamento, il peccato prese vita, ed io morii; 10 e il
comandamento ch’era inteso a darmi vita, risultò che mi dava morte.
11 Perché il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento,
mi trasse in inganno; e, per mezzo d’esso, m’uccise. 12 Talché la
legge è santa, e il comandamento è santo e giusto e buono.
Anche questo capitolo è
spudoratamente tergiversato dai cristiani che odiano la Torah, e lo
interpretano nel modo più abominevole, senza ragionare. Qual’è la legge che
signoreggia l’uomo mentr’egli vive? La Torah? Erano i Romani soggetti alla
Torah? Erano i gentili soggetti ad essa? Oppure qui Paolo parla d’una legge
universale alla quale TUTTI gli uomini sono soggetti? Non sono tutti gli
esseri umani soggetti al peccato, e quindi alla morte, anche senza mai avere
sentito nominare la Torah? Appare evidente che l’apostolo continua a parlare
della legge della morte dalla quale si è liberati ottenendo la vita eterna,
e non della Torah. Perché egli spiega in modo chiaro, che non si può
conoscere il peccato se non attraverso la legge ‒ domando ai cristiani, che
affermano di non essere più sotto la legge: possono essi dunque fare
qualunque cosa, perché non essendo più sotto la legge nemmeno sanno cosa sia
il peccato? Qui Shaul afferma che l’uomo non avrebbe conosciuto il peccato
se non fosse per la legge ‒ e chi ha detto che questa legge era la Torah?
Non sapeva già Kayin che uccidere era peccato? Non avvenne il Diluvio per
causa della malvagità universale secoli prima che Mosheh ricevesse la Torah
sul Monte Sinai? Non furono distrutte Sodoma, Amorah, Admah e Tzevoyim per
il loro peccato prima che ci fosse la Torah? E perché Elohim punì il popolo che
s’eresse un vitello d’oro
e bandì una festa mentre Mosheh era sul Monte, se il popolo non poteva
conoscere il peccato non avendo ancora ricevuto la Torah? In verità, la
Torah non aggiunse niente di nuovo alla conoscenza del peccato che già c’era
prima, eccetto alcune regole che riguardano l’incesto, che fu esteso ai
rapporti tra fratello e sorella ed altri che prima erano léciti ‒
regolamenti della Torah che i cristiani considerano ancora vigenti. Quindi,
in che senso è stata la Torah responsabile della nostra conoscenza del
peccato? In nessuno.
Paolo ci da pure l’esempio di quale sia stato il “comandamento” che ha
causato la caduta dell’uomo: «non concupire», il che significa «non
desiderare ciò ch’è illécito» ‒ A chi fu dato questo comandamento?
E l’Eterno Elohim diede
all’uomo questo comandamento: «Mangia pure liberamente del frutto d’ogni
albero del giardino; ma del frutto dell’albero della conoscenza del bene
e del male non ne mangiare; perché, nel giorno che tu ne mangerai, per
certo morrai». (Genesi 2:16 -17)
Da quel momento, come dice
l’apostolo, il peccato, còlta l’occasione, per mezzo del comandamento
produsse il desiderio:
E la donna vide che il frutto
dell’albero era buono a mangiarsi, ch’era bello a vedere, e che l’albero
era desiderabile per diventare intelligente; prese del frutto, ne
mangiò, e ne dette anche al suo marito ch’era con lei, ed egli ne
mangiò. (Genesi 3:6)
Quindi, venuto il
comandamento, il peccato prese vita, e l’uomo morì:
«Nel giorno che tu ne mangerai,
per certo morrai». (Genesi 2:17)
«Guardiamo ch’egli non stenda la mano e prenda anche del frutto
dell’albero della vita, e ne mangi, e viva in perpetuo». Perciò l’Eterno
Elohim mandò via l’uomo dal giardino d’Eden. (Genesi 3:22-23)
Infatti, così il peccato mi
trasse in inganno, e per mezzo d’esso, m’uccise:
E la donna rispose: «Il
serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato». (Genesi 3:13)
Non ci sono dubbi sulla
legge a cui Paolo si riferisce, ch’è la legge del peccato, che conduce
alla morte, legge dalla quale si può essere liberi soltanto attraverso la
redenzione. Questa interpretazione armonizza con il contesto, come possiamo
leggere:
5:12 Perciò, siccome per
mezzo d’un sol uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del
peccato v’è entrata la morte, e in questo modo la morte è passata su
tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...
Per mezzo d’un sol uomo il
peccato è entrato nel mondo: Chi era quest’uomo? Mosheh, che ci ha dato la
Torah? Oppure Adam? Chi introdusse, dunque, la legge del peccato che mena a
morte?
5:13 Poiché, fino alla
legge, il peccato era nel mondo; ma il peccato non è imputato quando non
v’è legge. 14 Eppure, la morte regnò, da Adam fino a Mosheh,
anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a
quella d’Adam, il quale è il tipo di colui che doveva venire. 15
Però, la grazia non è come il fallo. Perché se per il fallo di quell’uno
i molti sono morti, molto più la grazia d’Elohim e il dono fattoci dalla
grazia dell’unico uomo Yeshua Messia, hanno abbondato verso i molti.
16 E riguardo al dono non avviene quel che è avvenuto nel caso
dell’uno che ha peccato; poiché il giudizio da un unico fallo ha fatto
capo alla condanna; mentre la grazia, da molti falli, ha fatto capo alla
giustificazione. 17 Perché, se per il fallo di quell’uno la morte
ha regnato mediante quell’uno, tanto più quelli che ricevono
l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia, regneranno nella
vita per mezzo di quell’uno che è Yeshua Messia. 18 - Come dunque
con un sol fallo la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così, con
un solo atto di giustizia la giustificazione che dà vita s’è estesa a
tutti gli uomini. 19 Poiché, siccome per la disubbidienza di un
solo uomo i molti sono stati costituiti peccatori, così anche per
l’ubbidienza d’un solo, i molti saranno costituiti giusti. 20 Or
la legge è intervenuta affinché il fallo abbondasse; ma dove il peccato
è abbondato, la grazia è sovrabbondata, 21 affinché, come il
peccato regnò nella morte, così anche la grazia regni, mediante la
giustizia, a vita eterna, per mezzo di Yeshua Messia, nostro Signore.
Perché i cristiani
incriminano la Torah, della quale Paolo non fa menzione, bensì rende chiaro
che il peccato esisteva già prima di Mosheh? Chi fu colui che introdusse la
morte con il suo peccato? Fu egli Mosheh? Per il fallo di chi la condanna fu
estesa a tutti gli uomini? Per il fallo di Mosheh? Di chi fu la
disubbidienza che costituì peccatori tutti gli uomini? Fu magari Mosheh,
quando portò la Torah scritta con il dito d’Elohim? Fino a prova contraria,
non fu Mosheh, ma Adam. Perché dunque, i cristiani chiamano in causa la
Torah, che non centra niente con tutto questo? Semplicemente, perché si
rifiutano d’accettare la volontà d’Elohim, e vogliono continuare sulla via
dei pagani.
Shaul continua la sua esposizione dicendo:
7:13 Ciò che è buono
diventò dunque morte per me? Così non sia; ma è il peccato che m’è
divenuto morte, onde si palesasse come peccato, cagionandomi la morte
mediante ciò che è buono; affinché, per mezzo del comandamento, il
peccato diventasse estremamente malvagio. 14 Noi sappiamo infatti
che la Legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al
peccato. 15 Perché io non approvo quello che faccio; poiché non
faccio quel che voglio, ma faccio quello che odio. 16 Ora, se
faccio quello che non voglio, io ammetto che la Legge è buona;
17 e allora non sono più io che lo faccio; ma è il peccato che abita
in me. 18 Difatti, io so che in me, vale a dire nella mia carne,
non abita alcun bene; poiché ben trovasi in me il volere, ma il modo di
compiere il bene, no. 19 Perché il bene che voglio, non lo fo; ma
il male che non voglio, quello fo. 20 Ora, se ciò che non voglio
è quello che fo, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che
abita in me. 21 Io mi trovo dunque sotto questa legge: che
volendo io fare il bene, il male si trova in me. 22 Poiché io
mi diletto nella Torah d’Elohim, secondo l’uomo interno; 23
ma veggo un’altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge
della mia mente, e mi rende prigione della legge del peccato che è nelle
mie membra. 24 Misero me uomo! chi mi trarrà da questo corpo di
morte? 25 Grazie siano rese ad Elohim per mezzo di Yeshua Messia,
nostro Signore. Così dunque, io stesso con la mente servo alla Torah
d’Elohim, ma con la carne alla legge del peccato.
Paolo ribadisce più volte che
la Legge d’Elohim, ovvero la Torah, è spirituale, è buona, in cui egli si
diletta come il Salmista, ed egli stesso, che già non è più sotto la legge,
dichiara di servire alla Legge d’Elohim! Poi riconosce anche che c’è
un’altra legge, dalla quale bisogna essere liberati, ch’è la legge del
peccato, la quale abita in ogni uomo perché è stata introdotta dal primo
uomo, ed è da questa legge che il Messia ci rende liberi, non dalla Legge
d’Elohim! Ma ci vuole tanto a capirlo?
8:1 Non v’è dunque ora
alcuna condanna per quelli che sono in Yeshua Messia; 2 perché la
Legge dello Spirito della vita in Yeshua Messia mi ha affrancato
dalla legge del peccato e della morte.
Occorre ancora spiegare da
quale legge il Messia ci rende liberi? Chi non lo capisce, è perché non
vuole capirlo...
8:4 affinché il
comandamento della Torah fosse adempiuto in noi, che camminiamo non
secondo la carne, ma secondo lo spirito... 7 poiché ciò a cui la
carne ha l’animo è inimicizia contro Elohim, perché non è sottomesso
alla Torah d’Elohim, e neppure può esserlo.
La redenzione ha uno scopo:
che i comandamenti possano essere adempiuti, non ignorati! Cristiani, se non
volete essere sotto la Legge d’Elohim, sappiate che siete nemici
d’Elohim! ‒
Se siete veramente nella grazia, siete sotto la Torah.
Prima di continuare con la
seconda parte della lettera ai Romani, vorrei concludere questo argomento
dicendo che la situazione di quei cristiani che affermano di non essere
sotto la Legge è estremamente paradossale: essi affermano che essendo nella
grazia non sono più sotto la Torah (come se lo fossero mai stati),
confondendo la Torah con la legge per mezzo della quale abbiamo la
conoscenza del peccato; tuttavia, essi continuano ad avere sensi di colpa se
commettono dei peccati (peccati dichiarati tali dalla chiesa, non dalle
Scritture) ‒quindi, non sono stati liberati‒, e si sono sottomessi ad
un’altra legge, che non è quella stabilita dall’Eterno né osservata da
Yeshua, ma stabilita dagli uomini. Hanno abolito alcuni comandamenti della
Torah (i quali Yeshua dichiarò di non abolire né allora né mai) e li hanno
sostituiti con altri che le Scritture non menzionano. Naturalmente,
l’eliminazione della Torah nella loro teologia ha lasciato un enorme vuoto
che dev’essere colmato con altre leggi, precetti e divieti, ai quali si
sottomettono volentieri e danno il nome di “grazia”... Essi ritengono i
comandamenti d’Elohim gravosi, contraddicendo le proprie Scritture (1Yohanan
5:3), affermando che sono impossibili d’osservare. Ciononostante,
s’impegnano ad osservare altri precetti che sono altrettanto o più rigidi e
soprattutto inutili. Quello ch’è ancora più grave, è che pretendono dei
Giudei messianici che anch’essi diventino dei gentili come loro,
disprezzando il Patto, la Torah e le promesse!
Parte II:
Israele - I due ulivi
Nei capitoli 9, 10 ed 11 di questa lettera, Paolo rivela ai
Romani il mistero d’Israele ed il suo ruolo fondamentale nella redenzione
dei gentili. Notare che fino a questo momento Israele non è stato menzionato
nell’epistola, mentre in questi tre capitoli è nominato dieci volte ‒più di
quanto lo sia in tutte le altre lettere neotestamentarie messe assieme‒, ed
anche Shaul stesso si definisce Israelita
anziché Giudeo, com’egli s’identifica in altre occasioni (Atti
21:39; 22:3). Un motivo per questa particolare nomenclatura
in questa sezione dell’epistola ci deve pur essere, ed è fondamentale
per la comprensione di tutto il suo messaggio.
9:2 Io ho una grande
tristezza e un continuo dolore nel cuor mio; 3 perché vorrei
essere io stesso anatema, separato dal Messia, per amor dei miei
fratelli, miei parenti secondo la carne, 4 che sono Israeliti, ai
quali appartengono l’adozione e la gloria e i Patti e la Legge e il
culto e le promesse; 5 dei quali sono i padri, e dai quali è
venuto, secondo la carne, il Messia, che è sopra tutte le cose, Elohim
benedetto in eterno. Amen. 6 Però non è che la parola d’Elohim
sia caduta a terra; perché non tutti i discendenti di Israele sono
Israele.
Shaul inizia a parlare dei
suoi fratelli nella carne, i quali sono Israeliti, e chiarisce che non tutti
i discendenti di Israele sono Israele. Cosa voleva dire con questo?
Usualmente, i cristiani interpretano questa frase in base alla loro dottrina
extra-biblica dell’Israele spirituale, dicendo che il vero Israele non è
costituito dagli Israeliti nella carne (o non da tutti loro). In realtà, qui Paolo sta dicendo ben
altra cosa: che non tutti quelli che sono discendenti di Israele sono
riconosciuti come Israele, oppure si può dire “Israele non è tutto Israele”,
perché una parte si è persa tra le nazioni e non è più riconoscibile come
Israele. Quindi, a parte l’Israele visibile, c’è un Israele invisibile,
entrambi costituiscono tutta la discendenza d’Israele. Questa interpretazione
è coerente dal punto di vista linguistico ed armonizza con tutto il
contesto. Paolo infatti, dice che vorrebbe che tutti quei discendenti
carnali di Yakov che non sono più Israele siano salvati, considerandoli perduti
in mezzo ai gentili. Se
questo si riferisse ai Giudei, come vogliono i cristiani, Paolo sarebbe in
netta contraddizione con ciò che aveva detto ad Agrippa:
E ora sono chiamato in giudizio
per la speranza della promessa fatta da Elohim ai nostri padri; della
qual promessa le nostre dodici Tribù, che servono con fervore ad Elohim
notte e giorno, sperano di vedere il compimento. (Atti 26:6-7)
Se le dodici Tribù servono
Elohim con fervore notte e giorno, per quale motivo sarebbe egli così
amareggiato a causa d’Israele? Non sarà che quel Israele che preoccupa tanto
all’apostolo non è più riconosciuto nelle dodici Tribù? Perché Shaul fa
presente in questo momento che l’Israele nella carne non è tutto Israele
(nel senso che è molto di più di quanto si conosce come Israele)? Infatti,
ci sono dodici Tribù (Yehudah, Levi, Binyamin per intero, più parte delle
altre dieci) che si riconoscono nella Casa
di Yehudah, ossia, i Giudei, i quali servono Elohim, mentre c’è ancora un
Israele nella carne che non è più “Mio popolo”
ma è “Lo-Ammi”, disperso tra
i gentili, il quale è composto dalla parte delle dieci Tribù che compone la Casa
di Israele ‒ le Tribù perdute. Questo
è il ʹmisteroʹ di cui parla in 11:25, che vedremo più avanti. Il fatto che
qui Paolo enfatizzi che si tratta d’Israele ʹnella carneʹ ha un significato
preciso. Egli spiega ben
chiaramente che è ad Israele che appartengono le promesse, l’adozione, i
Patti, i patriarchi ‒ non ad un ipotetico Israele spirituale, ma a quello
nella carne; non ai gentili, ma a Israele! Perché doveva dire queste cose
proprio ai Romani? Chi erano questi Romani perché questa rivelazione
potesse interessare loro?
Shaul continua con la sua esposizione sull’eredità che appartiene
all’Israele che ha ricevuto le promesse, il quale è la discendenza
fisica di Yakov:
9:7 Né per il fatto che
sono progenie d’Avraham, sono tutti figliuoli d’Avraham; anzi: «In
Yitzhak ti sarà nominata una progenie». 8 Cioè, non i figliuoli
della carne sono figliuoli d’Elohim: ma i figliuoli della promessa sono
considerati come progenie. 9 Poiché questa è una parola di
promessa: «In questa stagione io verrò, e Sara avrà un figliuolo». 10
Non solo; ma anche a Rivkah avvenne la medesima cosa quand’ebbe
concepito da uno stesso uomo, vale a dire Yitzhak nostro padre, due
gemelli; 11 poiché, prima che fossero nati e che avessero fatto
alcun che di bene o di male, affinché rimanesse fermo il proponimento
dell’elezione d’Elohim, che dipende non dalle opere ma dalla volontà di
Colui che chiama, 12 le fu detto: «Il maggiore servirà al
minore»; 13 secondo che è scritto: «Ho amato Yakov, ma ho odiato
Esaù». 14 Che diremo dunque? V’è forse ingiustizia in Elohim?
Così non sia.
Perché tutta questa
disquisizione genealogica? Proprio per dimostrare che ciò che conta è la
promessa. Anche se fu fatta ad Avraham, essa passò non a tutti i suoi figli,
ma soltanto a Yitzhak; a sua volta, non furono entrambi i figli d’Yitzhak a
riceverla, ma solo Yakov, perché fu scelto anziché suo fratello. Qui
s’intravede la dottrina della predestinazione che Paolo sembra suggerire...
Questo serve a spiegare che l’Israele che ha ricevuto le promesse è quello
che egli adesso cerca di riscattare, e che si trova in mezzo ai gentili ‒
appunto, i figli della promessa, non più riconosciuti come Israele fisico.
9:16 Non dipende dunque
né da chi vuole né da chi corre, ma da Elohim che fa misericordia. 17
Poiché la Scrittura dice a Faraone: «Appunto per questo Io t’ho
suscitato: per mostrare in te la Mia potenza, e perché il Mio Nome sia
pubblicato per tutta la terra». 18 Così dunque Egli fa
misericordia a chi vuole, e indura chi vuole... 22 E che v’è mai
da replicare se Elohim, volendo mostrare la Sua ira e far conoscere la
Sua potenza, ha sopportato con molta longanimità dei vasi d’ira
preparati per la perdizione, 23 e se, per far conoscere le
ricchezze della Sua gloria verso dei vasi di misericordia che aveva già
innanzi preparati per la gloria, 24 li ha anche chiamati -parlo
di noi- non soltanto fra i Giudei ma anche di fra i gentili? 25
Così Egli dice anche in Hoshea: «Io chiamerò Mio popolo quello che non
era Mio popolo, e ’amata’ quella che non era amata; 26 e avverrà
che nel luogo ov’era loro stato detto: “Voi non siete mio popolo”,
quivi saranno chiamati figliuoli dell’Elohim vivente».
Shaul spiega ai Romani in
cosa consiste la predestinazione (argomento che ha fatto discutere diverse
fazioni della chiesa durante secoli): che Elohim ha scelto un popolo per la
Sua gloria, ed altri Egli ha dichiarato ʹvasi d’iraʹ. Questo non ha una
valenza a livello individuale -eccetto alcuni casi come il Faraone
dell’Esodo- ma a
livello di nazione: Egli ha predestinato Israele per la Sua gloria, ed altri
popoli ha invece maledetto, come Amalek (Esodo 17:14), i Cananei (Esodo
23:23), ecc. Ciò non incide sul fatto che a livello individuale ci sono dei
redenti anche da questi popoli, come ci sono anche dei condannati nel Suo
popolo perché non hanno osservato i comandamenti (Esodo 31:14; Levitico 7:21;
ecc.). Quindi, la complicata questione della predestinazione si risolve
semplicemente capendo che essa si riferisce ad un popolo eletto nei
confronti di altri, non ad individui, i quali hanno la facoltà di decidere
autonomamente e saranno giudicati in base alle proprie scelte, sia che
appartengano al popolo eletto o ad un altro.
In quanto concerne all’argomento principale di questo studio, ciò che ci
interessa è rendere chiari i seguenti punti:
- Paolo precisa con l’espressione «parlo di
noi», che egli si riferisce agli Israeliti, sui quali parla dall’inizio del
suo discorso (9:2-4) chiamandoli suoi fratelli, parenti nella carne;
- quindi, dice in modo esplicito ed univoco che i vasi di misericordia sono il
popolo d’Israele, preparati per la gloria, i quali sono i chiamati «non
soltanto fra i Giudei, ma anche fra i gentili»!
- Israeliti fra i gentili? Non a
caso, l’apostolo cita Hoshea, che, come abbiamo già visto nello studio
sui Profeti, annunciò la dispersione della Casa di Israele fra le nazioni,
la loro perdita dell’identità ebraica ed il loro riscatto quando essi
saranno divenuti “Lo-Ammi”. Hoshea non ha fatto alcuna profezia sui gentili,
ma soltanto sulla Casa di Israele. Perché Paolo identifica questi eletti
ʹgentiliʹ con
quel popolo di cui profetizzò Hoshea?
- Shaul ribadisce che è questa casa che è
stata già innanzi “preparata per la gloria”, quindi chiamata dal luogo dove
si diceva di loro “voi non siete mio popolo”. Essi sono gli eletti fra i
gentili, la progenie fisica di Yakov, coloro che nell’Era Messianica saranno
nuovamente riuniti alla Casa di Yehudah, e sarà così restaurata la tenda di
David.
In questo modo, le profezie armonizzano pienamente con il messaggio paolino.
9:27 E Yeshayahu esclama
riguardo a Israele: «Quand’anche il numero dei figliuoli d’Israele fosse
come la rena del mare, il rimanente solo sarà salvato; 28 perché
Adonay eseguirà la Sua parola sulla terra, in modo definitivo e reciso».
Qui Shaul si riferisce alla
profezia seguente:
Un residuo, il residuo di
Yakov, tornerà all’Elohim potente. Poiché, quand’anche il tuo popolo, o
Israele, fosse come la rena del mare, un residuo soltanto ne tornerà;
uno sterminio è decretato, che farà traboccare la giustizia. Poiché lo
sterminio che l’ha decretato, Adonay, l’Eterno degli eserciti, lo
effettuerà in mezzo a tutta la terra. Così dunque dice Adonay, l’Eterno
degli eserciti: «O popolo mio, che abiti in Tzion, non temere l’Assiro,
benché ti batta di verga e alzi su te il bastone, come fece l’Egitto!»
(Yeshayahu 10:21-24)
Questa profezia è rivolta non
ai Giudei, ma alla Casa di Israele, come emerge dai particolari:
- Il loro numero, come la sabbia del mare, è la stessa espressione che
troviamo in Hoshea 1:10 in riferimento alla Casa di Israele ‒ Yeshayahu e
Hoshea erano contemporanei.
- Soltanto un residuo della Casa di Israele ritornò alla propria terra, la
grande maggioranza rimase nell’esilio fino ad oggi (mentre i Giudei
ritornarono da Babilonia e ricostruirono la loro nazione, ed anche quelli
che non ritornarono mantennero la loro identità ed il loro legame con
Yerushalaym).
- Il riferimento all’Assiro è attinente soltanto alla Casa di Israele,
perché è stato il regno di Samaria ad essere deportato dagli Assiri, non i
Giudei (che lo furono da Babilonia, ma ritornarono dopo 70 anni).
Tutti questi riferimenti, e quelli precedenti, danno un’indicazione precisa
che questo Israele di cui parla Shaul non sono i Giudei, e ciononostante, si
tratta dell’Israele fisico, la discendenza carnale di Yakov.
9:30 Che diremo dunque?
Diremo che i gentili, i quali non cercavano la giustizia, hanno
conseguito la giustizia, ma la giustizia che viene dalla fede; 31
mentre Israele, che cercava la legge della giustizia, non ha conseguito
la legge della giustizia. 32 Perché? Perché l’ha cercata non per
fede, ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d’intoppo, 33
siccome è scritto: «Ecco, io pongo in Tzion una pietra d’intoppo e una
roccia d’inciampo»; ma chi crede in lui
non sarà svergognato.
L’apostolo continua a fare
riferimento al Profeta Isaia, specificando che l’errore della Casa di
Israele fu farsi la propria giustizia, quando separandosi da Yehudah si creò
una propria legge ‒ proprio come la chiesa! Lasciando da parte la Torah, si
è data una legge sostitutiva, non avendo fede nella Torah. Il brano delle
Scritture che Paolo cita è Isaia 8:14, il quale è parte del discorso che
contiene l’annuncio di redenzione per le Tribù del Nord, dicendo: «Come
nei tempi passati Elohim coprì di obbrobrio il paese di Zevulun e il paese
di Neftali, così nei tempi a venire coprirà di gloria la terra vicina al
mare, di là dal Yarden, la Galilea dei Gentili. Il popolo che camminava
nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese
dell’ombra della morte, la luce risplende» (Isaia 8:23; 9:1). Il Profeta
va oltre, annunciando l’ostilità della Casa di Israele contro i Giudei: «Menasheh
divora Efrayim, ed Efrayim Menasheh; insieme piombano su Yehudah» (Isaia
9:20). Questa profezia illustra in modo eclatante l’atteggiamento dei
cristiani nei confronti dei Giudei: anche se tra di loro sono divisi e si
combattono a vicenda (soprattutto per questioni dottrinali), hanno un
sentimento unanime contro i Giudei (o perlomeno, contro il Giudaismo). Per
approfondimenti, consultare in questo studio Yeshayahu 8:13 e successivi.
10:3 Perché, ignorando
la giustizia d’Elohim, e cercando di stabilir la loro propria, non si
sono sottoposti alla giustizia d’Elohim;
Paolo è molto esplicito
quando dice che “ignorando la giustizia d’Elohim, e cercando di stabilir
la loro propria, non si sono sottoposti alla giustizia d’Elohim”‒ c’è
una giustizia d’Elohim ed un’altra stabilita dall’uomo: la giustizia
d’Elohim è espressa in tutte le Scritture, con dei comandamenti precisi,
ovvero, la Torah; quella degli uomini è stata creata per non sottoporsi alla
giustizia d’Elohim, ed è proprio ciò che ha fatto il cristianesimo. Questo
verso si può ben parafrasare senza alterare minimamente il senso in questo
modo: “ignorando la Torah, e cercando di stabilir la loro propria legge,
non si sono sottoposti alla Torah”.
10:4 poiché il
compimento della Legge è il Messia, per esser giustizia ad ognuno che
crede.
Questo passo è uno di quelli
che i cristiani usano in modo errato per giustificare la loro inosservanza
della giustizia d’Elohim; ciò in parte non è addebitabile alla maggioranza
di loro ma ai traduttori, che volutamente o meno, hanno scritto ʹtermine
della leggeʹ o ʹfine della leggeʹ anziché compimento (come
rendono correttamente alcune traduzioni fedeli al testo originale). Con
questo intendono dire che accettando il Messia, non sono più sottoposti alla
Legge -che essi confondono con la Torah-, quindi in teoria, possono usare il
Nome d’Elohim in vano, adorare altri déi, violare lo Shabat, disonorare i
genitori, uccidere, commettere adulterio, ecc. Non è così? Allora, in che
senso dev’essere interpretato il ʹfineʹ della Legge? Nel senso che Yeshua
stesso ha dichiarato: «Non pensate che io sia venuto per sciogliere la
Torah o i Profeti; io sono venuto non per sciogliere ma per portare a
compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo
e la terra, neppure un yod o un apice della Torah passerà senza che tutto
sia adempiuto». Quindi, lo scopo dell’accettare il Messia non è
ignorare la Legge, ma riuscire a portarla a compimento, com’egli stesso
ordinò! Yeshua è stato molto chiaro quando disse: «Voi siete miei amici, se
fate le cose che io vi comando» (Yohanan 15:14) ‒ Non basta soltanto
credere, ma fare ciò ch’egli ha comandato, e ciò che ha comandato, è
l’osservanza della Torah, come risulta ben chiaro dal sermone sul monte e da
tutto il suo insegnamento. In una parabola, Yeshua illustrò l’atteggiamento
che i suoi discepoli devono avere nei confronti dell’operare, perché non
basta credere: «“Or che vi par egli? Un uomo aveva due figliuoli.
Accostatosi al primo disse: ‹Figliuolo, va’ oggi a lavorare nella
vigna›. Ed egli, rispondendo, disse: ‹Vado, signore›;
ma non vi andò. E accostatosi al secondo, gli disse lo stesso. Ma egli,
rispondendo, disse: ‹Non voglio›; ma poi, pentitosi, v’andò.
Qual dei due fece la volontà del padre?” Essi gli
dissero: “L’ultimo”»
(Matteo 21:28-31). Così anche i cristiani, dicono di fare ciò che Yeshua ha
detto, ma in realtà non lo fanno, mentre i Giudei osservanti della Torah,
che non credono in Yeshua, fanno ciò ch’egli ha detto.
Infatti Paolo qui dice che il compimento della Legge è il Messia, perché
coloro che credono possano raggiungere la giustizia. Credere implica non
solo accettare che Yeshua ha pagato il prezzo del riscatto, ma fare ciò
ch’egli ha comandato.
10:12 Poiché non v’è
distinzione fra Giudeo e Greco; perché lo stesso Signore è Signore di
tutti, ricco verso tutti quelli che Lo invocano;
“Non v’è distinzione fra
Giudeo e Greco”‒ questa dichiarazione ricorre tre volte nelle lettere
paoline: qui, in Galati 3:28 e Colossesi 3:11. Sostanzialmente in questi tre
passi l’apostolo intende comunicare la stessa cosa: che non c’è differenza
in quanto a dignità, il che non implica che non ci siano le diversità
riguardanti le promesse ed il ruolo che ciascuno deve svolgere (d’altronde,
lo stesso Paolo in questa lettera dice: “il Giudeo prima, e poi il Greco” ‒
1:16; 2:9,10). Per poter analizzare questa affermazione, conviene accostare
questo verso a quelli paralleli:
Giacché avete svestito l’uomo
vecchio coi suoi atti e rivestito il nuovo, che si va rinnovando in
conoscenza ad immagine di Colui che l’ha creato. Qui non c’è Greco e
Giudeo, circoncisione e incirconcisione, Barbaro, Scita, schiavo,
libero, ma il Messia è ogni cosa e in tutti. (Colossesi 3:10-11)
Non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né
maschio né femmina; poiché voi tutti siete uno in Yeshua Messia. (Galati
3:28)
In questi elenchi di termini
opposti, Shaul illustra l’eguaglianza in quanto alla loro condizione
d’immagine del Creatore ed alla redenzione, che può essere ottenuta da
chiunque. Sia il Giudeo che il Greco sono immagine d’Elohim, come lo sono
l’uomo e la donna, e tutti gli esseri umani di qualunque razza o condizione
sociale. Purtroppo, i cristiani interpretano che i Giudei messianici, avendo
riconosciuto Yeshua come il Messia d’Israele, non debbano più essere Giudei,
abbandonando la Torah! Invece Paolo dà degli esempi ben specifici, che
rendono chiaro il concetto che in realtà la fede in Yeshua non cambierà né
la natura né i ruoli di ciascun credente. Così come è impossibile per il
circonciso diventare incirconciso, il Giudeo non potrà mai diventare
gentile; il Barbaro non potrà cambiare la sua etnia, né potrà farlo lo
Scita; in quanto allo schiavo, Paolo stesso raccomanda che se può rendersi
libero lo faccia, ma se rimane servo ciò non altera la sua fede; e poi ci dà
l’esempio più significativo: “non c’è né maschio né femmina”‒
significa forse che non esiste più la distinzione di sesso? Se veramente i cristiani
credono che una volta convertiti a Yeshua non esistano più le differenze,
allora perché nelle loro chiese non abbattono il muro che separa i servizi
igienici degli uomini da quelli delle donne, visto che già non c’è né
maschio né femmina, e così vanno tutti assieme allo stesso bagno? E se
qualche fratello, non riuscendo più a distinguere un sesso dall’altro ha dei
rapporti particolari: perché scandalizzarsi? Evidentemente, se questi
termini opposti sono di per sé inconciliabili in quanto all’impossibilità
d’appianare le differenze, ciò che Paolo intende dicendo che non c’è Giudeo
né Greco come non c’è né maschio né femmina non implica che uno smetta
d’essere ciò che è per diventare un’altra cosa. Il Giudeo, sia credente in
Yeshua o no, è sempre Giudeo, e come tale è obbligato ad adempiere la Torah,
perché è sottoposto ai Patti che lo rendono Giudeo, come l’uomo è tenuto a
comportarsi da uomo, e la donna da donna.
10:13 poiché chiunque avrà
invocato il Nome del Signore, sarà salvato. 14 Come dunque
invocheranno Colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in
Colui del quale non hanno udito parlare? E come udiranno, se non v’è chi
predichi? 15 E come predicheranno se non sono mandati? Siccome è
scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone
novelle!»
Nelle sue citazioni del
Profeta Isaia, Paolo segnala puntualmente quelle che hanno un riferimento
alla Casa di Israele. In questo caso si tratta di Isaia 52:7, verso che
conviene leggere nel suo contesto originale per poter interpretarlo
correttamente:
Scuotiti di dosso la polvere, lèvati, mettiti a
sedere, o Yerushalaym! Sciogliti le catene dal collo, o figliuola di Tzion
che sei in cattività! Poiché così parla l’Eterno:
Voi siete stati venduti
per nulla, e sarete riscattati senza danaro. Poiché così parla Adonay,
l’Eterno: Il Mio popolo discese già in Egitto per dimorarvi; poi l’Assiro
l’oppresse senza motivo. Ed ora che faccio Io qui, dice l’Eterno, quando il
Mio popolo è stato portato via per nulla? Quelli che lo dominano mandano
urli, dice l’Eterno, e il Mio Nome è del continuo, tutto il giorno
schernito; perciò il Mio popolo conoscerà il Mio Nome; perciò saprà, in quel
giorno, che sono Io che ho parlato: ‹Eccomi!›. Quanto sono belli, sui monti, i
piedi del messaggero di buone novelle, che annunzia la pace, ch’è araldo di
notizie liete, che annunzia la salvezza, che dice a Tzion: «Il tuo Elohim
regna!» Odi le tue sentinelle! Esse levano la voce, mandano tutte assieme
gridi di gioia; poich’esse veggono con i loro propri occhi l’Eterno che ritorna
a Tzion. (Yeshayahu 52:2-8)
Il Profeta Isaia svolse il suo ministerio
durante i regni d’Uzziyah, Yotam, Achaz e Hizkiyahu sulla Casa di Yehudah
(Yeshayahu 1:1), la quale era nella propria terra. In questo periodo, la
Casa di Israele fu oppressa dagli Assiri, venduta e portata in cattività.
Non ci sono dubbi che il Profeta non poteva in alcun modo parlare dei Giudei
con queste parole, perché essi non erano né oppressi dagli Assiri, né
venduti e portati in cattività. L’apostolo applica questa profezia
all’Israele di cui egli parla, cioè, a quel popolo ch’egli vorrebbe
riscattare da in mezzo ai gentili.
10:16 Ma non tutti hanno ubbidito
alla buona novella; perché Yeshayahu dice:
«Adonay, chi
ha creduto alla nostra predicazione?»
Questa esclamazione si trova in Isaia
53:1; citiamola con il suo contesto originale:
L’Eterno ha nudato il suo braccio santo agli
occhi di tutte le nazioni; e tutte le estremità della terra vedranno la
salvezza del nostro Elohim. Dipartitevi, dipartitevi, uscite di là! Non
toccate nulla d’impuro! Uscite di mezzo a lei! Purificatevi, voi che
portate i vasi dell’Eterno! Poiché voi non partirete in fretta, e non ve
n’andrete come chi fugge; giacché l’Eterno camminerà dinanzi a voi, e
l’Elohim d’Israele sarà la vostra retroguardia. Così
molte saranno le nazioni, di cui egli desterà l’ammirazione; i re
chiuderanno la bocca dinanzi a lui, poiché vedranno quello che non era
loro mai stato narrato, e apprenderanno quello che non avevano udito.
Chi ha creduto a quel che noi abbiamo annunziato? e a chi è stato
rivelato il braccio dell’Eterno? (Yeshayahu 52:10-12,15; 53:1)
Il messaggio che è stato annunziato è
rivolto alle nazioni (in ebraico: Goyim, cioè, i gentili); tuttavia,
in mezzo a queste nazioni c’è la Casa di Israele, ch’è colei la quale è
chiamata ad uscire e purificarsi, ordine che ripete due volte. Questo brano
è la continuazione di quello precedente, in cui abbiamo già specificato che
l’Israele del quale parla il Profeta sono gli esiliati del Regno di Samaria,
non i Giudei.
10:19 Ma io dico: Israele non ha egli
compreso? Mosheh pel primo dice:
«Io vi moverò a gelosia di una nazione che non è nazione; contro una
nazione senza intelletto provocherò il vostro sdegno».
Per confermare ciò che sto dicendo
sull’identità dell’Israele del quale Shaul parla in questi capitoli, andiamo
alla fonte originale per conoscere il contesto al quale egli ha fatto
riferimento:
Essi M’han mosso a gelosia con ciò che non è
Elohim, M’hanno irritato con i loro idoli vani; e Io li moverò a gelosia
con gente che non è un popolo, li irriterò con una nazione stolta.
(Deuteronomio 32:21)
Nel tempo degli apostoli, quando anche
questa lettera fu scritta, l’ultima cosa che poteva dirsi dei Giudei è che
avessero degli idoli: essi erano, come lo sono tuttóra, gelosissimi nemici
dell’idolatria. La Casa di Israele invece, era divenuta come i gentili, come
coloro che sono “non Mio popolo”.
10:20 E Yeshayahu si fa ardito e
dice: «Sono stato trovato da quelli che non Mi cercavano; sono stato
chiaramente conosciuto da quelli che non chiedevano di Me». 21 Ma
riguardo a Israele dice: «Tutto il giorno ho teso le mani verso un
popolo disubbidiente e contraddicente».
Rivolgiamoci ancora al testo scritto dal
Profeta:
Io sono stato ricercato da quelli che prima non
chiedevano di Me, sono stato trovato da quelli che prima non Mi cercavano;
ho detto: ‹Eccomi, eccomi›, a una nazione che non portava il Mio Nome. Ho
stese tutto il giorno le mani verso un popolo ribelle che cammina per una
via non buona, seguendo i propri pensieri; verso un popolo che del continuo
mi provoca sfacciatamente ad ira, che offre sacrifizî nei giardini e fa
fumare profumi sui mattoni; che sta fra i sepolcri e passa le notti nelle
caverne, che mangia carne di porco ed ha nei suoi vasi vivande impure; che
dice: ‹Fatti in là, non t’accostare perch’io sono più santo di te›. Cose
siffatte, sono per Me un fumo nel naso, un fuoco che arde da mane a sera.
Ecco, tutto ciò sta scritto dinanzi a Me; Io non mi tacerò, anzi vi darò la
retribuzione, sì, vi verserò in seno la retribuzione delle iniquità vostre,
dice l’Eterno, e al tempo stesso delle iniquità dei vostri padri, che hanno
fatto fumare profumi sui monti e Mi hanno oltraggiato sui colli; Io misurerò
loro in seno il salario della loro condotta passata. Così parla l’Eterno:
Come quando si trova del succo nel grappolo si dice: ‹Non lo distruggere
perché lì v’è una benedizione›, così farò Io, per amor dei Miei servi, e non
distruggerò tutto. Io farò uscire da Yakov una progenie e da Yehudah un
erede dei Miei monti; e i Miei eletti possederanno il paese, e i Miei servi
v’abiteranno. (Yeshayahu 65:1-9)
Da questo testo emergono dei dettagli
molto interessanti: Questo popolo che non porta il Mio Nome ‒“Lo-Ammi”‒,
offre sacrifizî sui luoghi non consacrati (non nel Tempio, ma nei giardini e
sui mattoni), sta nei siti impuri (i sepolcri) e mangia carne di maiale!
Possono essi essere i Giudei? Impossibile, assolutamente! Sin dal ritorno
dall’esilio in Babilonia, i Giudei non hanno più commesso simili peccati, e
si sono aggrappati alla Torah più che mai. Un popolo che fa e mangia cose
impure, non può essere altro che un popolo gentile. Tuttavia, Paolo afferma
che si tratti d’Israele ‒ ed anche il Profeta, perché parla della Casa di
Israele, non di quella di Yehudah. Come in Isaia 52:10-12, sono invitati a
purificarsi perché essi avevano profanato il Patto e la Torah, rendendosi
impuri, e sono chiamati a ritornare sui loro passi.
Curiosamente, c’è un popolo che malgrado faccia tutte queste cose contro
l’Eterno e la Sua Legge, si ritiene più santo degli altri... non vorrei fare
nomi. Essi dicono che non c’è più bisogno della Torah, e mangiano cose
impure... Certamente, non sono i Giudei.
Nella conclusione di questo brano, il Profeta nomina Yehudah come un’entità
separata, annunciando una progenie da Yakov, ma un’eredità che proviene da
Yehudah, alla quale appartengono i Monti d’Israele. I teologi cristiani
sostenevano che i Giudei non potevano ritornare alla loro terra senza prima
essere diventati cristiani. Hanno dovuto ricredersi davanti ai fatti, perchè
i Giudei hanno già ricevuto la loro eredità ed abbiamo già visto compiuta la
profezia del loro ritorno sui Monti d’Israele. Dobbiamo ancora vedere il
ritorno della chiesa alle sue origini, all’insegnamento di Yeshua, il Messia
d’Israele.
11:1 Io dico dunque: Elohim ha Egli
reietto il Suo popolo? Così non sia; perché anch’io sono Israelita,
della progenie d’Avraham, della Tribù di Binyamin. 2 Elohim non
ha reietto il suo popolo, che ha preconosciuto.
Il capitolo 11 della lettera ai Romani è
una vera pietra d’inciampo per l’esegesi cristiana, proprio perché senza la
consapevolezza del linguaggio biblico riguardante Israele e Yehudah, non può
essere compreso. Come nell’introduzione di questo argomento (9:2), egli non
parla di Giudei ma di Israeliti, ed egli stesso s’identifica come tale.
Certo, un Israelita può anche essere un Giudeo, ma non necessariamente,
mentre che tutti i Giudei sono Israeliti ‒ quindi, è lécito a Shaul dire che
lo è anche lui. L’apostolo afferma ancora la predestinazione d’Israele, per
la quale dev’essere riscattato e redento. Dopo i rimproveri profetici che
Paolo ha citato, deve chiarire che Elohim non ha finito con il Suo popolo, e
non l’ha rifiutato come potrebbe sembrare. Egli prende riferimento ancora da
Isaia:
Ma tu, Israele, Mio servo, Yakov che Io ho
scelto, progenie d’Avraham, l’amico Mio, tu che ho preso dalle estremità
della terra, che ho chiamato dalle parti più remote d’essa, e a cui ho
detto: ‹Tu sei il mio servo; t’ho scelto
e non t’ho reietto›, tu, non
temere, perché Io sono con te; non ti smarrire, perché Io sono il tuo
Elohim; Io ti fortifico, Io ti soccorro, Io ti sostengo con la destra
della Mia giustizia. (Yeshayahu 41:8-10)
Poi Shaul continua dando un esempio chiaro
su quale è l’Israele di cui egli sta parlando sin dall’inizio:
11:2 Non sapete voi quel che la
Scrittura dice, nella storia d’Eliyahu? Com’egli ricorre ad Elohim
contro Israele, dicendo: 3 «O Adonay, hanno ucciso i Tuoi
profeti, hanno demoliti i Tuoi altari, e io sono rimasto solo, e cercano
la mia vita?» 4 Ma che gli rispose la voce divina? «Mi sono
riserbato settemila uomini, che non hanno piegato il ginocchio davanti a
Baal». 5 E così anche nel tempo presente, v’è un residuo secondo
l’elezione della grazia. 6 Ma se è per grazia, non è più per
opere; altrimenti, grazia non è più grazia.
Perché Paolo menziona il Profeta Eliyahu?
Chi voleva la sua vita? Eliyahu fu il più grande Profeta, e svolse il suo
ministerio interamente nella Casa di Israele, senza mai avere a che fare con
la Casa di Yehudah. Egli visse quando nel Regno di Israele regnavano i
malvagi Achav e sua moglie Izevel, e poi Achazyah loro figlio. In quello
stesso periodo, sulla Casa di Yehudah regnavano Asa e poi Yehoshafat,
entrambi furono dei re che servirono Elohim e non tollerarono l’idolatria.
Quindi, è chiaro ancora una volta, che Paolo si sta riferendo sempre allo
stesso popolo, la Casa di Israele e non i Giudei.
Chi aveva demolito gli altari dell’Eterno? Chi aveva ucciso i Suoi profeti?
Quella Casa di Israele che poi fu portata in esilio e non ne ritornò più per
la sua impenitenza. Ciononostante, c’era stato sempre un gruppo di persone
che non si sono allineati con l’idolatria ufficiale, coloro che conservavano
ancora la conoscenza del Creatore (come avevo già detto sui popoli gentili
che non hanno mai avuto la possibilità d’udire il messaggio dell’Evangelo).
Per causa di questi eletti, la grazia è arrivata a tutta la Casa di Israele
ed ai gentili fra i quali dimora. Certamente, questi non hanno fatto alcuna
cosa per meritare la grazia divina, perché questa è, appunto, grazia ‒ che
non è un concetto opposto a Torah, ma è l’elemento necessario perché la
Torah possa essere compiuta.
11:7 Che dunque? Quel che Israele
cerca, non l’ha ottenuto; mentre il residuo eletto l’ha ottenuto; 8
e gli altri sono stati indurati, secondo che è scritto: Elohim ha dato
loro uno spirito di stordimento, degli occhi per non vedere e degli
orecchi per non udire, fino a questo giorno. 9 E David dice: La
loro mensa sia per loro un laccio, una rete, un inciampo, e una
retribuzione. 10 Siano gli occhi loro oscurati in guisa che non
veggano, e piega loro del continuo la schiena.
Quando Shaul dice che quello che Israele
cerca non l’ha ottenuto, specifica che è stato il residuo eletto ad
ottenerlo: Qual’è questo residuo eletto? La chiesa? No! Perché togliere
questo verso dal contesto? L’apostolo a appena detto che questo rimanente
eletto è il residuo della Casa di Israele! (11:4-5), quei settemila che non
hanno piegato il ginocchio davanti agl’idoli! Non parla di persone che erano
nell’idolatria e si sono convertiti!
Il rimanente d’Israele nelle Scritture si riferisce sempre alle Tribù che si
sono separate da Yehudah:
Odiate il male, amate il bene, e, alle porte,
stabilite saldamente il diritto. Forse, l’Eterno, l’Elohim degli eserciti,
avrà pietà del rimanente di Yosef. (Amos 5:15)
In seguito, Paolo parla degli ʹaltriʹ
che sono stati induriti perché non
possano capire. Chi sono questi ʹaltriʹ? Egli li identifica con i nemici di
David, citando il seguente verso:
Sia la mensa, che sta loro dinanzi, un laccio
per essi; e, quando si credono sicuri, sia per loro un tranello! gli occhi
loro si oscurino, sì che non veggano più, e fa’ loro del continuo vacillare
i lombi. (Salmo 69:22-23)
Chi erano i nemici di David? Non
certamente i Giudei! I suoi nemici erano gentili, oppure in alcuni periodi
anche quelli della Casa di Israele, come il Re Shaul che lo perseguitava;
poi David non fu riconosciuto come re dalla Casa di Israele per sette anni
che regnò ad Hevron; e poi anche Avshalom, che divenne suo nemico,
s’appoggiò non a Yehudah ma alla Casa di Israele (2Shmuel 15:2-6) ‒
ricordate che nei libri di Shmuel si parla sempre di Yehudah ed Israele come
due entità separate, come abbiamo visto nella prima sezione di questo
studio.
Come emerge da tutti i brani delle Scritture citati da Paolo, e dalle sue
proprie parole, egli non ha nominato i Giudei come l’Israele di cui parla in
questi capitoli. In quei tempi, il popolo ed anche i destinatari della
lettera avevano ben chiaro il concetto di Israele come una nazione divisa in
Israeliti Giudei ed Israeliti non-Giudei. Anche lo storico
Giuseppe Flavio attesta che esistevano le Tribù disperse, le quali non erano
Giudei. Purtroppo, tale conoscenza s’è persa dal momento in cui i Giudei
messianici sono stati banditi dall’assemblea che divenne poi la chiesa
cristiana.
Ed ora l’apostolo ci
presenta il mistero d’Israele nell’allegoria degli ulivi, che costituisce
l’essenza del messaggio di questa lettera:
11:11 Io dico dunque: Hanno essi così
inciampato da cadere? Così non sia; ma per la loro caduta la salvezza è
giunta ai gentili per provocar loro a gelosia. 12 Ora se la loro
caduta è la ricchezza del mondo e la loro diminuzione la ricchezza dei
gentili, quanto più lo sarà la loro pienezza! 13 Ma io parlo a voi, o
gentili: In quanto io sono apostolo dei gentili, glorifico il mio
ministerio, 14 per veder di provocare a gelosia quelli del mio sangue
e di salvarne alcuni. 15 Poiché, se la loro reiezione è la
riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non una vita d’infra
i morti? 16 E se la primizia è santa, anche la massa è santa; e se la
radice è santa, anche i rami sono santi. 17 E se pure alcuni dei rami
sono stati troncati, e tu, che sei olivastro, sei stato innestato in luogo
loro e sei divenuto partecipe della radice e dello splendore dell’ulivo,
18 non t’insuperbire contro ai rami; ma, se t’insuperbisci, sappi che
non sei tu che porti la radice, ma la radice che porta te. 19 Allora
tu dirai: Sono stati troncati dei rami perché io fossi innestato. 20
Bene: sono stati troncati per la loro incredulità, e tu sussisti per la
fede; non t’insuperbire, ma temi. 21 Perché se Elohim non ha
risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppur te. 22 Vedi
dunque la benignità e la severità d’Elohim; la severità verso quelli che
sono caduti; ma verso te la benignità d’Elohim, se pur tu perseveri nella
Sua benignità; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Ed anche quelli,
se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Elohim
è potente da innestarli di nuovo. 24 Poiché se tu sei stato tagliato
dall’ulivo per sua natura selvatico, e sei stato contro natura innestato
nell’ulivo domestico, quanto più essi, che sono dei rami naturali, saranno
innestati nel loro proprio ulivo?
Quello che i teologi cristiani non
riescono a spiegare in maniera coerente, ma soltanto elaborando delle
ipotesi non convincenti, e perché la caduta d’Israele era necessaria per la
salvezza dei gentili. Se, com’essi sostengono, questo Israele si riferisce
ai Giudei, i quali non hanno ricevuto Yeshua come Messia, cosa sarebbe
cambiato per i gentili se i Giudei invece l’avessero accettato? Non poteva
l’Evangelo essere predicato ai gentili lo stesso, se tutti i Giudei fossero
divenuti messianici? Cosa impediva che anche i gentili credessero al
messaggio apostolico? Non fu Shaul chiamato ad essere l’apostolo dei gentili
quando ancora tutti o quasi tutti i discepoli di Yeshua erano Ebrei, e molti
Giudei continuavano ad aggiungersi all’assemblea? Evidentemente, la
spiegazione cristiana dispensazionalista ed altre simili non hanno nessun
senso e sono completamente fuori dal contesto storico e culturale degli
scrittori biblici e dal messaggio che essi hanno voluto trasmettere. I
teologi dimenticano che coloro che hanno scritto la Bibbia erano Ebrei, con
una cultura ebraica, una personalità ebraica, un’eredità ebraica, una
mentalità ebraica, con una piena consapevolezza dell’esistenza delle due
Case di Israele e la diversità delle profezie per l’una e l’altra.
Se invece si riesce ad afferrare il concetto che è stata la dispersione
della Casa di Israele in mezzo ai gentili ciò che ha portato benedizione a
tutti i popoli, perché nell’eseguire il comandamento di Yeshua di cercare
prima le pecore perdute della Casa di Israele è stato assolutamente
necessario predicare l’Evangelo a tutti perché la Casa di Israele non è
identificabile, tutto il discorso di Paolo diventa perfettamente coerente e
comprensibile.
Biblicamente, l’ulivo è figura d’Israele. Alcuni rami di questo ulivo sono
stati troncati per la loro reiezione: quando è avvenuta questa reiezione, e
nei confronti di chi? Il Profeta Hoshea lo dice chiaramente, che mentre
Elohim ha avuto compassione della Casa di Yehudah, non l’ha avuta di quella
di Israele, ed Egli non fu più il loro Elohim, né essi il Suo popolo (Hoshea
1:6-9). Anche il Salmista scrisse: «Ma ripudiò la tenda di Yosef, e non
elesse la Tribù di Efrayim; ma elesse la tribù di Yehudah, il monte di Tzion
ch’Egli amava» ‒ Salmo 78:67-68. Allora la Casa di Israele è stata
reietta, e s’è mescolata ai gentili, come una focaccia cotta solo da un lato
(Hoshea 7:9), senza più un’identità, tuttavia, con una promessa di riscatto
(Zekharyah 10:6). Non c’è alcun passo nelle Scritture che parli d’una
reiezione della Casa di Yehudah, ma solo delle Tribù che scelsero di
separarsi da essa. Ecco quando questi rami sono stati tagliati dall’ulivo,
quando una delle due Case fu portata in esilio per non tornare mai più, per
non essere più il Suo popolo, fino a quando in mezzo ai gentili saranno
redenti e nuovamente chiamati figli dell’Elohim vivente, quindi, reinnestati
nell’ulivo originale. Questi rami sono stati troncati per la loro
incredulità: A chi non hanno creduto? Ai loro Profeti, i quali hanno
predicato perché ritornassero alla Torah, ma essi non hanno voluto
ascoltarli, e furono deportati dagli Assiri. Questi, ch’erano dei rami
naturali, sono stati tagliati per la loro disubbidienza, non i Giudei, che
sono quei rami che rimangono nell’ulivo ‒ perché non tutti i rami sono stati
recisi, ma solo alcuni, come Shaul dice in modo chiaro ed inconfutabile.
Nell’ulivo, che rappresenta l’intero popolo d Israele, sono innestati i
gentili redenti: questo è altrettanto palese e fuori discussione. Come mai,
allora, la chiesa pretende che siano i Giudei ad essere innestati in essa?
Perché vuole che i rami dell’ulivo naturale, i quali non sono stati
tagliati, siano recisi per essere innestati nell’ulivo selvatico? Non dice
Paolo esattamente il contrario, che i gentili convertiti devono essere
innestati in Israele? Com’è riuscita la teologia cristiana ad alterare il
senso delle Scritture fino al punto di farli dire esattamente il contrario di ciò che
dicono! L’apostolo infatti, lancia un monito ai gentili perché essi non
facciano ciò che la chiesa ha proprio fatto, insuperbirsi contro i rami
troncati. La chiesa è addirittura andata oltre, perché l’ha fatto non solo
contro i rami troncati, ma anche contro quelli naturali rimasti, e contro
l’intero albero, e pretende portare la radice (oppure tagliarla)!
L’avvertimento di Paolo riguarda particolarmente il cristianesimo e le sue
dottrine, soprattutto quelle che sostengono che la salvezza non si possa
perdere. L’apostolo dice proprio il contrario: Attenti a non essere recisi
voi, il che può essere fatto molto più facilmente di come lo fu per quelli
della Casa di Israele, perché essi appartengono alla progenie degli eletti,
mentre i gentili sono innestati contro natura!
11:25 Perché, fratelli, non voglio
che ignorate questo mistero, affinché non siate presuntuosi; che cioè,
un induramento parziale s’è prodotto in Israele, finché sia entrata la
pienezza dei gentili; 26 e così tutto Israele sarà salvato,
secondo che è scritto: Il liberatore verrà da Tzion; 27 Egli
allontanerà da Yakov l’empietà; e questo sarà il Mio patto con loro,
quand’Io torrò via i loro peccati.
Qui Shaul svela un mistero. Cosa
significa questa parola? Dal greco mysterion, ed essa da mýstes,
“iniziato”, dal verbo mýein, “chiudere”, rappresenta una verità
soprannaturale che non può essere conosciuta per mezzo dell’intelligenza, un
fenomeno inspiegabile razionalmente (definizione del Vocabolario della
lingua italiana di Nicola Zingarelli). Un mistero è una realtà chiusa
alla conoscenza generale. Se l’interpretazione di queste rivelazioni di
Paolo fossero come proposte dalla teologia cristiana, non ci sarebbe alcun
motivo per chiamarla ʹmisteroʹ. Inoltre, la spiegazione cristiana
convenzionale non ha senso: essa consiste nella teoria che quando sia
compiuto il numero di tutti i gentili che devono essere salvati, allora
Elohim riprenderà il suo rapporto con i Giudei, i quali sarebbero la parte
d’Israele che s’è indurita. Tutta questa speculazione sorge da una
distorsione dei termini ed una forzatura dell’interpretazione:
- Un indurimento parziale d’Israele non è lo stesso che un
indurimento [totale] di una parte d’Israele. In altre parole: non è
che una parte di Israele, ossia i Giudei, sono stati induriti non accettando
Yeshua come Messia (mentre una minoranza d’essi lo ha accettato) affinché
potessero entrare i gentili ‒tesi che non ha nessuna logica‒, ma piuttosto
che tutto il popolo d’Israele, Giudei e non, è stato parzialmente indurito
nei confronti della controparte, non riconoscendosi a vicenda. Gli
avvenimenti storici hanno infatti causato questo indurimento reciproco. Nel
periodo apostolico, nell’ambiente Giudeo c’era una consapevolezza della Casa
di Israele in esilio, la quale ha perso importanza quando gli stessi Giudei
sono stati costretti alla Diaspora e di conseguenza, dimenticando
completamente l’esistenza dell’altro Israele che viveva come i gentili fra i
gentili, i Giudei sono divenuti gli unici rappresentanti legittimi di tutto
Israele. In quanto all’aspetto religioso, i discepoli di Yeshua, ossia i
nazareni, erano una corrente all’interno del Giudaismo, ma l’ingresso dei
gentili e la successiva esclusione dei Giudei messianici dalla chiesa, hanno
provocato una rottura definitiva ed inconciliabile tra Giudei e cristiani
(fra i quali si trova la Casa di Israele), come fu profetizzato: «Poi
spezzai l’altro bastone Vincoli,
per rompere la fratellanza fra Yehudah ed Israele» ‒Zekharyah 11:14.
- «Finché sia entrata la pienezza dei gentili, e così tutto Israele sarà
salvato»: Questa frase non dice “finché sia entrata la pienezza dei gentili,
e poi [dopo, in seguito, successivamente] tutto Israele sarà
salvato (convertendosi al cristianesimo)”, ma dice invece “finché sia
entrata la pienezza dei gentili, e così [in questo modo,
perciò] tutto Israele sarà salvato”. La redazione della frase è univoca,
indicando non un avvenimento (la salvezza di tutto Israele) che succede alla
conclusione di un altro precedente (l’entrata dei gentili), ma che si compie
contemporaneamente, attraverso questo, il quale è il metodo, la maniera in
cui si realizza, e non una vicenda separata. Qui è contenuta l’essenza del
mistero d’Israele: il fatto che con l’entrata dei gentili nella redenzione è
possibile riscattare tutto Israele. L’espressione “pienezza dei gentili” in
ebraico è melo ha-Goyim, e nelle Scritture Ebraiche la troviamo nella
benedizione di Yakov ad Efrayim in Genesi 48:19, che dice: «il suo fratello
più giovane sarà più grande di lui, e la sua progenie diventerà una
moltitudine di nazioni» ‒ le espressioni “pienezza dei gentili” e
“moltitudine di nazioni” corrispondono ad un’unica espressione in ebraico:
melo ha-Goyim. Quindi, la rivelazione di Shaul in questo verso si può
capire parafrasando come segue: «Finché sia entrata la discendenza
d’Efrayim, e così tutto Israele (cioè, Yehudah ed Efrayim) sarà
salvato».
Abbiamo letto in Hoshea che soltanto la Casa di Israele, con Efrayim a capo,
è stata rigettata e divenne “Lo-Ammi”, mentre invece Yehudah è salvata
mediante l’Eterno (Hoshea 1:7). La Casa di Yehudah sono i rami rimasti
nell’ulivo, ed Efrayim, la Casa di Israele, i rami recisi e reinnestati ‒
così tutto Israele è di nuovo al completo. Di questo processo di riscatto
delle Tribù perdute sono beneficiari anche i gentili, perché queste Tribù
sono di fatto gentili, e affinché l’Evangelo possa raggiungere loro
dev’essere predicato a tutti. Nel frattempo, entrambe si sono parzialmente
indurite, i Giudei hanno la Torah ma non riconoscono la Casa di Israele ed
il suo Messia, mentre che la Casa di Israele non riconosce sé stessa come
tale (pur avendo ricevuto il proprio Messia) e persiste nella sua durezza
adorando l’Eterno secondo i propri parametri e non secondo la Torah.
Successivamente, Shaul fa riferimento al
Salmista, quando scrisse: «Oh, chi recherà da Tzion la salvezza d’Israele?
Quando l’Eterno ritrarrà dalla cattività il suo popolo, Yakov festeggerà,
Israele si rallegrerà» (Salmi 14:7 e 53:6). Ed in relazione ai gentili,
questa benedizione s’esprime nei seguenti termini: «Verranno delle nazioni
in gran numero e diranno: ‹Venite, saliamo al monte dell’Eterno e alla casa
dell’Elohim di Yakov; Egli c’insegnerà le Sue vie, e noi cammineremo nei
Suoi sentieri!› Poiché da Tzion uscirà la Torah, e da Yerushalaym la parola
dell’Eterno» (Yeshayahu 2.3; Mikah 4:2). È chiaro che la Casa di Israele ed
i gentili redenti con essa dovranno imparare la Torah, quando il loro
indurimento verrà tolto.
11:28 Per quanto concerne l’Evangelo,
essi sono nemici per via di voi; ma per quanto concerne l’elezione, sono
amati per via dei loro padri; 29 perché i doni e la vocazione
d’Elohim sono senza pentimento.
Non ci sono dubbi che è a causa
dell’Evangelo le due Case sono diventate nemiche l’una dall’altra, come
profetizzato in Zekharyah 11:13-14. Tuttavia, questa inimicizia non
influisce sulla redenzione d’entrambe in quanto tutti i discendenti
d’Israele sono eletti, e ad essi appartengono i doni e la vocazione (non ai
gentili!). Qui Paolo ci rivela un altro aspetto del mistero: Chi saranno gli
apostoli ed i profeti in mezzo all’assemblea messianica? Tali doni non sono
stati concessi ai gentili ‒ Paolo ribadisce ciò che aveva già dichiarato
quando introdusse questo argomento dicendo «Israeliti, ai quali appartengono
l’adozione e la gloria e i Patti e la Legge e il culto e le promesse» (9:4).
Nel Nuovo Testamento, malgrado ci sia menzione di credenti gentili, nessuno
di loro è stato nominato apostolo o profeta. Questa è una prerogativa
d’Israele, d’entrambe le Case. Se in mezzo ai gentili tale ministerio è dato
a qualcuno, probabilmente è un segno della sua origine...
11:30 Poiché, siccome voi siete stati in
passato disubbidienti ad Elohim ma adesso avete ottenuto misericordia per la
loro disubbidienza, 31 così anch’essi sono stati allora
disubbidienti, onde, per la misericordia a voi usata, ottengano essi pure
misericordia. 32 Poiché Elohim ha rinchiuso tutti nella disubbidienza
per far misericordia a tutti.
Nella conclusione del suo discorso sul
mistero d’Israele, Shaul dimostra ai gentili che sono stati essi per primi a
disubbidire, (già nei tempi immediatamente successivi al Diluvio), e quindi
poi anche la Casa di Israele tramite la loro disubbidienza (separandosi da
Yehudah e quindi dalla Torah) è stata portata allo stesso livello dei
gentili, affinché possano tutti avere una possibilità di redenzione ‒ perché
senza la necessità di riscatto della Casa di Israele questa non sarebbe
giunta alle nazioni.
11:33 O profondità della ricchezza e
della sapienza e della conoscenza d’Elohim! Quanto inscrutabili sono i Suoi
giudizî, e incomprensibili le Sue vie! 34 Poiché: Chi ha conosciuto
il pensiero del Signore? O chi è stato il Suo consigliere? 35 O chi
Gli ha dato per il primo, e gli sarà contraccambiato? 36 Poiché da
Lui, per mezzo di Lui e per Lui sono tutte le cose. A Lui sia la gloria in
eterno. Amen.
Magnifica conclusione. Anche se per i
gentili risulti incomprensibile l’elezione d’Israele e tutte le cose ad essa
connesse, è stata la volontà d’Elohim a determinarle, e nessuno le può
contestare.
Prima di
passare alla terza parte della lettera ai Romani, è utile meditare sul
motivo per cui questo argomento sul mistero di Israele è stato indirizzato
precisamente a loro anziché ad altri. Abbiamo già accennato parlando di
Cornelio, il primo gentile entrato nell’assemblea messianica, se era
veramente un gentile oppure uno che si comportava come tale. Egli appartiene
alla categoria di quelli chiamati con il termine greco akrobustia in
Atti 11:3, come se i suoi antenati avessero dimenticato un patto, quello
della circoncisione. Egli era anche il capo della coorte degli Italici,
cioè, dei popoli dell’Italia centro-meridionale. Le origini di questi popoli
sono svariate, non di provenienza omogenea, ma in genere dalle coste del
Mediterraneo orientale. Per esempio, i Siculi erano conosciuti
nell’antichità come Tzekelesh, ed avevano una città nel sud di Yehudah che
divenne rifugio del Re David, Tziklag (1Shmuel 27:6), la quale apparteneva
allora al re dei Filistei, Akish (da identificare con il mitologico Aci di
Sicilia). I Sardi, i Daunî ed altri erano anch’essi parte della
confederazione di popoli chiamati Kerethei nella Bibbia (2Shmuel 8:18);
altri come i Sanniti possono essere stati in origine popoli gentili ma
assimilati in Israele durante i regni di David e Salomone. Benché non ci
siano prove certe su queste ipotesi, tuttavia la scienza moderna tramite
l’analisi del DNA, ha scoperto che le caratteristiche genetiche degli
abitanti dell’Italia meridionale sono fra quelle più vicine agli Ebrei,
insieme ad altri popoli dove effettivamente si sa che le Tribù separate da
Yehudah si sono sparse. Chissà se Paolo conosceva questi misteriosi
collegamenti, o è stato ispirato... Anch’io, pur sapendo altre lingue, ho
scelto di scrivere questo studio prima in italiano senza avere un motivo
preciso.
Parte III
Nella terza ed ultima parte di questa lettera Shaul cambia completamente
argomento, non trattando più la “questione ebraica” ma dedicandosi a
consigli etici, i quali piacciono tanto alle chiese per stabilire dottrine,
leggi e regolamenti. I capitoli 12, 13 e 14 possono definirsi come una
versione riformata del ʹsermone sul monteʹ di Yeshua, ma molto meno incisivo e
con una minore autorità, piuttosto come una versione adeguata alle circostanze
della comunità di Roma in quel momento. Tuttavia, questi consigli paolini ‒
perché sono infatti consigli pastorali, non comandamenti come quelli pronunciati
da Yeshua sul monte ‒ hanno completamente eclissato l’insegnamento di Yeshua e
sono stati elevati alla categoria di sostituti della Torah per i cristiani.
Tuttavia, sarà opportuno abituarsi alle auto-confutazioni tipiche di Paolo, il
quale dice «non c’è né Giudeo né Greco», anzi, no, «il Giudeo prima, poi il
Greco»; oppure «non c’è né maschio né femmina», anzi, no, «la donna impari in
silenzio con ogni sottomissione, perché il capo della donna è l’uomo»; quindi,
«la donna si copra il capo con un velo», anzi, no, «la chioma le è data a guisa
di velo»; oppure «è stato alcuno chiamato essendo incirconciso? non si faccia
circoncidere», anzi, no, meglio circoncido io stesso Timoteo, il quale è stato
chiamato essendo incirconciso... «Sei single? Non sposarti, anzi, se ti
vuoi sposare, sposati pure, va bene lo stesso»... Quindi, non è da stupirsi che
ci siano migliaia di denominazioni cristiane che si scomunicano a vicenda e
tutte quante si fondano sulla "dottrina" paolina!
L’unica possibilità di trovare una coerenza fra un insegnamento di Paolo e
l’altro, e fra questi ed il resto della Bibbia evitando la conflittualità che ne
scaturisce dalla lettura delle sue lettere consiste nel valutare diversi
fattori:
∙ che le epistole di Paolo, a differenza delle altre, non sono
universali ma sono indirizzate a destinatari specifici, con i loro particolari
problemi in un determinato momento;
∙ che le sue affermazioni sono spesso
circostanziali, ed egli stesso se ne assume le responsabilità in prima persona,
dicendo ad esempio «io ordino», o «io dico per concessione, non per comando»,
oppure «dico io, non il Signore», ecc. (1Corinzi 7:6,12);
∙ che egli stesso
dichiarò di farsi Giudeo con i Giudei, Greco con i Greci, eppure anche Romano
con i Romani! (1Corinzi 9:20,21; Atti 22:25). Non poteva egli predicare lo
stesso messaggio a tutti? Perché doveva adattarlo secondo l’appartenenza
culturale dell’interlocutore? Da ciò dobbiamo capire che i suoi sono consigli,
non dottrine universali! La dottrina universale è quella insegnata da Yeshua di
Natzaret, ed essa consiste nell’osservanza di tutta la Torah, fino all’ultimo
yod e l’ultimo apice (Matteo 5:17-20).
Nelle sue considerazioni finali, Shaul cita i Profeti per quanto riguarda il
piano di salvezza per i gentili:
15:8 Poiché io dico che
il Messia è stato fatto ministro dei circoncisi, a dimostrazione della
veracità d’Elohim, per confermare le promesse fatte ai padri; 9
mentre i gentili hanno da glorificare Elohim per la Sua misericordia,
secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i popoli e salmeggerò
al Tuo nome. 10 Ed è detto ancora: Rallegratevi, o gentili,
con il Suo popolo. 11 E altrove: Nazioni, lodate tutti il
Signore, e tutti i popoli Lo celebrino. 12 E di nuovo Isaia dice:
Vi sarà la radice di Yishai, issata come vessillo dei popoli, verso cui
si volgeranno premurose le nazioni.
Non è pensabile che Shaul si
servisse di testi presi fuori dal contesto per escogitare nuove dottrine,
quindi, è utile esaminare la fonte stessa a cui l’apostolo fa riferimento, e
collegarla al suo discorso.
Non ci sono dubbi sul fatto che questo brano si riferisce alla salvezza dei
gentili; tuttavia, non si fa alcun accenno ad un patto con loro, o ad una
riforma del Patto precedente che sia accomodante per i gentili. Anzi, non ci
si dice nemmeno che possano far parte piena del Popolo Eletto - la salvezza
è un atto di misericordia, indipendente dell’elezione, e questo risulta
chiaro: «i gentili hanno da glorificare Elohim per la Sua misericordia»
‒ non perché siano stati anch’essi eletti. Questo annuncio è collegato
dall’apostolo a quello successivo: «Rallegratevi, o gentili, con il Suo
popolo». Questa frase è molto significativa: da una parte ci sono i gentili,
dall’altra c’è il Suo popolo ‒ fino a prova contraria, la grammatica
stabilisce che la preposizione "con" è un nesso tra due parti diverse e
separate; quindi, i gentili salvati, redenti per misericordia, si rallegrano
con il Suo popolo, che è Israele. Questo argomento sarà
approfondito nello studio sull’Apocalisse, in cui è ben definito il fatto
che Israele e le nazioni sono entità separate nella Nuova Yerushalaym.
Infine, l’apostolo cita Isaia 11:10. Questo capitolo indica chiaramente in
quale periodo storico si colloca questa condivisione della grazia tra
Israele ed i gentili, ed è conveniente trascriverlo per intero:
Yeshayahu 11:1 Poi un ramo uscirà dal
tronco di Yishai, e un rampollo spunterà
dalle sue radici. 2 Lo Spirito dell’Eterno riposerà su lui:
spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di forza,
spirito di conoscenza e di timor dell’Eterno. 3 Respirerà come
profumo il timor dell’Eterno, non giudicherà dall’apparenza, non darà
sentenze stando al sentito dire, 4 ma giudicherà i poveri con
giustizia, farà ragione con equità agli umili del paese. Colpirà il paese con la verga della sua
bocca, e col soffio delle sue labbra farà morir l’empio.
5 La giustizia sarà la cintura delle sue reni, e la fedeltà la
cintura dei suoi fianchi. 6 Il lupo
abiterà con l’agnello, e il leopardo giacerà col capretto; il vitello,
il giovine leone e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino
li condurrà. 7 La
vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccini giaceranno assieme, e il
leone mangerà lo strame come il bue. 8 Il lattante si trastullerà sul buco
dell’aspide, e il divezzato stenderà la mano sul covo del basilisco.
9 Non si farà né male né guasto su
tutto il Mio monte santo, poiché la terra sarà ripiena della conoscenza
dell’Eterno, come il fondo del mare dall’acque che lo coprono.
10 In quel giorno, verso la radice di Yishai, issata come
vessillo dei popoli, si volgeranno premurose le nazioni, e il luogo del
suo riposo sarà glorioso. 11 In quel giorno, il Signore stenderà una seconda volta la
mano per riscattare il residuo del Suo popolo rimasto in Assiria e in
Egitto, a Pathros e in Etiopia, ad Elam, a Scinear ed a Hamath, e nelle
isole del mare. 12
Egli alzerà un vessillo verso le nazioni, raccoglierà gli esuli
d’Israele e radunerà i dispersi di Yehudah dai quattro canti della terra.
13 La gelosia d’Efrayim scomparirà, e
gli avversari di Yehudah saranno annientati; Efrayim non invidierà più
Yehudah, e Yehudah non sarà più ostile ad Efrayim. 14 Essi piomberanno a volo sulle spalle dei
Filistei ad occidente, insieme prenderanno i figliuoli dell’oriente;
metteran le mani addosso ad Edom ed a Moab, e i figliuoli d’Ammon saran
loro sudditi. 15
L’Eterno metterà interamente a secco la lingua del mar d’Egitto;
scuoterà minacciosamente la mano sul fiume, e, col suo soffio impetuoso,
lo spartirà in sette canali, e farà sì che lo si passi coi sandali.
16 E vi sarà una strada per il
residuo del Suo popolo rimasto in Assiria, come ve ne fu una per Israele
il giorno che uscì dal paese d’Egitto.
Non c’è ombra di dubbio che
questo capitolo si riferisce ai tempi dell’Era Messianica, e che le frasi
evidenziate sono da compiersi in quel periodo ‒ L’immagine del leone che
mangia l’erbetta insieme all’agnello è un soggetto tipico che usano i
cristiani per illustrare l’era in cui essi pensano di regnare (ancora non si
sa bene su di chi...). E non c’è neanche alcun dubbio che Shaul sta citando
il verso 10, pienamente inserito in questo contesto, e che un teologo come
lui non avrebbe usato un riferimento biblico fuori dal suo contesto, perché
se fosse così, sarebbe in mala fede. Questa redenzione dei gentili si
inserisce nel piano generale nel quale Israele e Yehudah sono sempre un
popolo separato dal resto dei redenti, e che ha la preminenza e le promesse: essi ritorneranno da tutte le nazioni
(notare che a questo punto i gentili sono quelli che sono entrati nel Regno
Messianico e sono sottoposti al governo del figlio di Yishai, David il
Messia, e tuttavia, Israele è un popolo separato da loro). In questo periodo, la Casa di Yehudah e la Casa di Israele
ritorneranno ad essere radunati come un unico popolo ‒ vedi commento ad
Isaia 11:10.
Con questo si conclude il contenuto teologico della lettera ai Romani, ciò
che segue sono saluti ed informazioni personali dello scrittore verso i
destinatari.