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ISRAELE,
IL
POPOLO ELETTO
La missione di Yeshua
Yeshua si recò
a Natzaret, dovera cresciuto e, comera solito, entrò in
giorno di Shabat nella Sinagoga. Alzatosi per leggere, gli
fu dato il libro del Profeta Yeshayahu. Aperto il rotolo, trovò quel passo
dovera scritto: «Lo Spirito di Adonay
è sopra di me; perciò mi ha unto per proclamare speranza ai poveri,
per fasciare quelli che hanno il cuore infranto; mi ha mandato
ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della
vista; a liberare gli oppressi perdonandoli, e
a proclamare lanno accettevole di Adonay».
Poi, chiuso il rotolo e resolo allinserviente, si mise
a sedere; e gli occhi di tutti nella Sinagoga erano fissi su di lui. Egli
prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite»”
(Luca 4:16-21)
Yeshua ha più volte spiegato
la natura della sua missione. In questo brano dellEvangelo di Luca è
riportato Isaia 61:1 e la prima frase di 61:2, che Yeshua lesse interrompendo
la lettura in un punto determinato, per descrivere con precisione ciò chegli
era venuto a compiere:
Yeshayahu 61:1
Lo spirito di Adonay Elohim è su di me, perché HaShem mi ha unto per
proclamare la speranza agli umili; mi ha inviato per fasciare quelli che
hanno il cuore infranto, per annunciare la libertà a quelli che sono schiavi,
lapertura del carcere ai prigionieri, 2 per
proclamare lanno di grazia di Adonay,
Se continuiamo a leggere,
troveremo il punto in cui egli chiuse il rotolo, indicando ciò chegli
non è venuto a compiere in quel momento:
Yeshayahu 61:2-3
[per proclamare] il giorno di vendetta del nostro Elohim; per consolare
tutti quelli che sono affranti; per dare agli afflitti di Tzion un diadema
invece di cenere, olio di gioia invece di dolore, il mantello di lode invece
di uno spirito abbattuto, affinché siano chiamati terebinti di giustizia, la
piantagione di HaShem per mostrare la Sua gloria. 4 Essi
ricostruiranno sulle antiche rovine, rialzeranno i luoghi desolati nel
passato, rinnoveranno le città devastate, i luoghi desolati delle trascorse
generazioni. 5 Là gli stranieri pascoleranno le vostre greggi, i
figli dello straniero saranno i vostri agricoltori e i vostri viticultori. 6
Ma voi sarete chiamati kohanim di HaShem, la gente vi chiamerà ministri del
nostro Elohim; voi mangerete le ricchezze delle nazioni, a voi toccherà la
loro gloria. 7
Invece della vostra vergogna, avrete una parte doppia; invece di infamia,
esulterete della vostra sorte. Sì, nel loro paese possederanno il doppio e
avranno felicità eterna. 8 Poiché Io, HaShem, amo la giustizia, odio
la rapina, frutto d’iniquità; io darò loro fedelmente la ricompensa e
stabilirò con loro un Patto eterno. 9 La loro razza sarà conosciuta
fra le nazioni, la loro discendenza, fra i popoli; tutti quelli che li
vedranno riconosceranno che sono una razza benedetta dall’Eterno.
Il giorno di vendetta
di Elohim è proprio il giorno della venuta del Messia! Quel Messia che
riguarda i Giudei, non coloro i quali Yeshua è venuto a riscattare. Il Profeta
in questo capitolo ribadisce il concetto che Elohim giudicherà le nazioni,
non i Giudei, i quali sono stati afflitti, perseguitati, odiati per tanti
secoli, e saranno pienamente ristabiliti. Evidentemente, questa è una descrizione
dellEra Messianica, ma anche di momenti che la precedono, i quali si
stanno avverando già in questo tempo, come leggiamo nella frase Essi
ricostruiranno sulle antiche rovine, rialzeranno i luoghi desolati nel passato,
rinnoveranno le città devastate, i luoghi desolati delle trascorse generazioni;
questo è successo da quando i primi pionieri Sionisti hanno iniziato a far
rinascere quella terra desolata che oggi è invece prospera e moderna, lo Stato
di Israele, il quale è il fondamento del futuro Regno Messianico. Quando
Yeshua disse “tutto è compiuto”, si riferisce chiaramente alla sua missione
di riscattare coloro che non avevano più speranza perché erano senza Elohim
e senza il Patto.
Dunque, se Yeshua non è venuto per i Giudei, per chi è venuto? Egli stesso
ce lo dice:
Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che
alle pecore perdute della Casa di Israele». (Matteo 15:24)
«Perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e
salvare ciò che era perduto». (Luca 19:10)
Yeshua rispose loro:
«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono
venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento». (Luca
5:31-32)
«Poiché io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma
dei peccatori». (Matteo 9:13)
Dalle stesse
dichiarazioni di Yeshua, sappiamo che la sua missione consisteva in: riscattare
le pecore perdute della Casa di Israele, salvare ciò che era perduto,
chiamare i peccatori, non i giusti, e guarire i malati, non i sani.
In base a questi elementi, possiamo fare le seguenti considerazioni:
Egli è venuto
per riscattare ciò che era perduto, più specificamente, la Casa
di Israele:
Chi sono le pecore perdute della
Casa di Israele? Cosè ciò che era perduto?
Naturalmente, questi termini risultavano chiari ai Giudei e allauditorio
a cui si rivolgeva Yeshua: quelli che una volta erano partecipi delle benedizioni
del Patto, del popolo eletto, e sono diventati non Mio popolo,
si sono infatti perduti perché una volta non lo erano. Non si
può perdere ciò che non si ha. Lessersi perduti, smarriti, implica che
prima si era invece sulla giusta via. Yeshua stesso ha ribadito questo concetto,
nella parabola della pecora perduta, e particolarmente in quella del figliuol
prodigo, la quale proponiamo esaminare in seguito:
Luca 15:11
Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane di loro
disse al padre: «Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta». Ed egli
divise fra loro i beni. 13 Di lì a poco, il figlio
più giovane, messa insieme ogni cosa, partì per un paese lontano, e vi sperperò
i suoi beni, vivendo dissolutamente... 15 Allora
si mise con uno degli abitanti di quel paese, il quale lo mandò nei suoi
campi a pascolare i maiali... 18 Io mi alzerò e
andrò da mio padre, e gli dirò: padre, ho peccato contro il cielo e contro
di te:... 22 Ma il padre disse ai suoi servi: «Presto,
portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito
e dei calzari ai piedi; 23 portate fuori il vitello
ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24
perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed
è stato ritrovato». E si misero a fare gran festa. 25 Or il figlio
maggiore si trovava nei campi, e mentre tornava, come fu vicino a casa, udì
la musica e le danze. 26 Chiamò uno
dei servi e gli domandò che cosa succedesse... 31
Il padre gli disse: «Figliolo, tu sei sempre con me e ogni cosa mia è tua;
32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello
era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato».
Pochi cercano
di prendere in considerazione lidentità di questi due figli e del loro
Padre: Elohim aveva infatti due popoli: Yehudah, il figlio maggiore, al quale
fu data leredità del Regno, ed Israele, il figlio prodigo che se ne
andò a pascolare i maiali, ovvero, a vivere con i gentili e mischiarsi
con loro, in paesi lontani, dove tuttóra la Casa di Israele si trova.
Questo rappresentava per il Padre la perdita di uno dei suoi figli, colui
che divenne non Mio popolo, come scrisse il Profeta Hoshea. Per
riscattarlo cè stato bisogno di fare un sacrificio, e daccettarlo
così comegli si trovava al momento del suo ravvedimento. Un tale sacrificio
non era necessario per laltro figlio, colui chè stato sempre con
il Padre, conservando ogni Sua cosa, cioè, i Suoi comandamenti e la Sua Parola.
Infatti, i Giudei non sono mai stati un popolo senza Elohim, senza la Sua
Parola, mentre che tutti i gentili, e la Casa di Israele in mezzo a questi,
sì. Yeshua infatti, limita la necessità di fare un sacrificio espiatorio soltanto
per colui che si era perduto, non per tutte due. Egli disse infatti,
che i sani non hanno bisogno del medico, ma i malati, così come i giusti non
hanno bisogno di convertirsi (termine molto caro ed essenziale
per i cristiani), ma i peccatori:
Vi dico che così ci sarà più gioia
in cielo per un solo peccatore che si ravvede, che per novantanove giusti
che non hanno bisogno di ravvedimento.
(Luca 15:7)
Ah, ma i cristiani
sostengono che non esistono i giusti! Invece Yeshua dice che effettivamente
esistono, altrimenti, non avrebbe detto io non sono venuto a chiamare
dei giusti, ma dei peccatori. Yeshua non stava parlando in modo ironico,
non era il suo stile. Stava dicendo le cose secondo la realtà dei fatti.
E vero chè scritto: non cè nessuno che faccia il bene,
neppure uno, e questo originalmente lo dice il salmista, non il Nuovo
Testamento (che semplicemente cita le parole del salmista); anche il Predicatore
disse: Certo, non cè sulla terra nessun uomo giusto
che faccia il bene e non pecchi mai (Ecclesiaste
7:20), quindi, lidea dellingiustizia universale non
è cristiana, ma giudaica. Spesso i cristiani amano fondare le loro dottrine
su di un singolo versetto biblico, trascurando tutto il contesto generale
delle Scritture. In seguito dimostreremo con la Bibbia che i giusti ci sono,
secondo il concetto di Elohim. Infatti, se leggiamo con attenzione tutto il
Salmo 14 da cui la frase non cè nessuno che faccia il bene, neppure
uno è tratta, dice così:
Tehillim 14:1
Lo stolto ha detto in cuor suo: «Non cè Elohim». Sono corrotti,
fanno cose abominevoli; non c’è nessuno che faccia il bene. 2 HaShem
ha guardato dal cielo i figli degli uomini, per vedere se vi è una persona
intelligente, che ricerchi Elohim. 3 Tutti si sono sviati, tutti sono
corrotti, non c’è nessuno che faccia il bene, neppure uno. 4 Son dunque senza conoscenza
tutti questi malvagi, che divorano il Mio popolo come
se fosse pane e non invocano Adonay?
5 Ma ecco, son presi da grande spavento quando
Elohim appare in mezzo ai giusti. 6 Voi cercate di
confondere le speranze del misero, perché HaShem è il suo rifugio. 7
Oh, chi darà da Tzion la liberazione a Israele? Quando HaShem farà ritornare
gli esuli del Suo popolo, Yakov esulterà, Israele si rallegrerà.
Nel contesto
del Salmo il senso della singola frase si capisce perfettamente: in primo
luogo, è lo stolto che nega lesistenza di Elohim; sono sempre questi
stolti e corrotti che non fanno il bene e non ricercano Elohim. Questi sono
infatti i popoli gentili, non i Giudei, perché risulta evidente che sono sempre
questi figli degli uomini che divorano il Mio popolo
e non invocano Adonay, ossia, non sono quelli del Suo popolo coloro
indicati come malvagi che non fanno il bene e non ricercano Elohim, ma gli
altri popoli. Altrimenti, se non ci fossero i giusti, come farebbe Elohim
ad apparire in mezzo ai giusti? Chi sono i giusti? Coloro il cui
rifugio è Elohim, Israele, che aspetta la liberazione dai malvagi. Sarebbe
utile che molti teologi esaminassero accuratamente tutto il contesto prima
di emettere dogmi basati su una singola frase. Infatti, quando i cristiani
affermano che la Bibbia dice che “non c’è nessuno che faccia il bene,
neppure uno”, li si potrebbe rispondere che la Bibbia dice anche, solo due
versi prima, che “non c’è Elohim”! Entrambe affermazioni, tolte dal
loro contesto, cambiano completamente significato.
In merito a questo, sia le Scritture Ebraiche che il Nuovo Testamento affermano
che ci sono dei giusti, i quali lo sono in base alla loro fedeltà verso Elohim
(quindi, verso i Suoi comandamenti). Prendiamo in considerazione soltanto
il Nuovo Testamento per dimostrare che il termine giusto è applicato
a diverse persone, e che non fu affatto usato da Yeshua in forma semplicemente
simbolica o ironica come alcuni dicono:
Affinché siate figli del Padre vostro che è nei
cieli; poiché Egli fa levare il Suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni,
e fa piovere sui giusti
e sugli ingiusti. (Matteo 5:45)
Se Egli
fa levare il sole sui giusti, significa che i giusti ci sono. E ci sono addirittura
i buoni!
Chi riceve un profeta come profeta, riceverà premio
di profeta; e chi riceve un giusto
come giusto, riceverà premio di giusto. (Matteo 10:41)
Per ricevere
un giusto, bisogna che questo giusto esista veramente. Ma chi sono i giusti?
In base a che cosa li si definisce tali?
Allora i giusti
gli risponderanno: «Maestro, quando mai ti abbiamo
visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato
da bere?». (Matteo 25:37)
Evidentemente,
questi sono giusti in base alle loro opere di giustizia, non in base ad una conversione
per entrare in unipotetica grazia...
Erano entrambi giusti
davanti a Elohim e osservavano
in modo irreprensibile tutti i comandamenti e i
precetti di Adonay. (Luca 1:6)
Questi erano giusti perché “osservavano la
Torah”.
Affinché ricada su di voi tutto il sangue giusto
sparso sulla terra, dal sangue del giusto Hevel, fino al sangue di
Zekharyah, figlio di Berekyah, che voi uccideste fra il Tempio e l’altare
(Matteo 23:35).
E se salvò il giusto
Lot che era rattristato dalla condotta dissoluta di quegli uomini
scellerati. (2Kefa 2:7)
Addirittura
Lot era giusto! Colui che non solo abitava in Sodoma, ma sedeva alle porte
della città (Genesi 19:1), il che significa chegli a Sodoma era un giudice,
uno che faceva parte del sistema imperante in quella perversa città. Rammentiamo
che Lot scelse Sodoma per la sua inclinazione alle cose materiali, non per
motivi spirituali. Sembra anche che fosse proclive al bere. Eppure,
anch’egli era un giusto.
Vi era in Yerushalaym un uomo di nome Shimon;
questuomo era giusto
e timorato di Elohim, e aspettava la consolazione d’Israele; lo Spirito
Santo era sopra di lui. (Luca 2:25)
Yosef, suo marito, che era uomo giusto
e non voleva esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente.
(Matteo 1:19)
Cera un uomo, di nome Yosef, che era membro
del Sanhedrin, uomo giusto
e buono. (Luca 23:50)
Giusto e buono! Comè possibile, se buono è soltanto
Uno, cioè, Elohim? E per giunta, questo giusto e buono è un fariseo!
Inconcepibile per la mente dei teologi cristiani!
Tuttavia, altri versi affermano che ci sono non solo i
giusti, ma anche i buoni:
Difficilmente uno morirebbe per un giusto;
ma forse per una persona buona
qualcuno avrebbe il coraggio di morire. (Romani 5:7)
Per concludere con questa serie, indichiamo ancora un
modo per poter definire chi è un giusto:
Figlioli, nessuno vi seduca. Chi pratica la
giustizia è giusto, com’Egli è giusto. (1Yohanan 3:7)
Praticare la giustizia implica qualcosa di più che semplicemente
credere ed essere salvato per grazia...
Un brano molto conosciuto riguardante questo argomento è quello del giovane ricco:
Ecco un tale, che gli saccostò e gli
disse: «Maestro [buono], che farò io di buono per aver la vita
eterna?» E Yeshua gli rispose: «Perché mi chiami tu buono?
Nessuno è buono, se non Uno, Elohim. Ma se vuoi entrare nella
vita, osserva i comandamenti.» Colui gli chiese: «Quali?» E Yeshua gli
rispose: «Questi: Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non
dir falsa testimonianza; onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo
come te stesso.» Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate;
che mi manca ancora?» Yeshua gli rispose: «Se vuoi essere
perfetto, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, ed avrai un
tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». (Matteo 19:16-21)
La prima considerazione che normalmente si fa su
questo brano riguarda il fatto che nessuno è buono, ma
soltanto Elohim - quindi, nemmeno Yeshua, che apparentemente
rimprovera il giovane per averlo chiamato buono!
Il senso di questa parola buono è poi spiegato
nella risposta finale di Yeshua: se vuoi essere perfetto...
Tuttavia, largomento principale di questo passo biblico tratta sulla
domanda del giovane: che farò io di buono per aver la vita
eterna? Se Yeshua fosse stato un pastore evangelico, naturalmente gli
avrebbe risposto: non devi fare niente, perché le opere non hanno
alcun valore, devi piuttosto avere soltanto fede, perché ormai non
siamo più sotto la legge, ma salvati per grazia... Ma Yeshua
era un Rabbino, e quindi gli disse chiaramente se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti! Chissà come mai,
i cristiani non danno mai una risposta come questa, malgrado sia quella data
da Colui che loro reputano il loro Salvatore e Maestro, ed il loro esempio. Yeshua infatti non accennò
assolutamente a qualcosa di diverso dal dover fare, anzi, ne aggiunse pure unaltra
opera: vendi ciò che hai e dàllo ai poveri...
e questa è unaltra risposta che i pastori non danno mai
(piuttosto suggeriscono di versare la decima nelle case della chiesa... ma
dire ad un fratello ricco di distribuire i suoi beni, non è “politically
correct”). Certamente, la salvezza non si ottiene soltanto attraverso
le opere, ma queste devono seguire di fatto allosservanza dei
comandamenti e ad un atteggiamento spirituale, che è quello che Yeshua
vuole enfatizzare qui: se veramente ami, non avrai difficoltà a dare
ciò che hai. Osservanza della Torah più amore verso il prossimo,
è la formula che Yeshua suggerisce qui per ottenere la salvezza -
completamente diversa della formula annunciata dai predicatori della grazia”.
Infatti, i
cristiani hanno un dogma per cui credono che Yeshua sia venuto a spazzar via
i comandamenti della Legge, i quali essi sono liberi di non osservare.
Questo però, non si trova scritto da nessuna parte. Quando si tratta
l’argomento dell’osservanza della Torah, egli ha sempre ribadito che è
fondamentale per essere un suo discepolo, e l’unica dimostrazione autentica
della volontà, come vedremo nei seguenti versi:
E uno di loro, dottore della Torah, gli domandò
per metterlo alla prova: «Rabbi,
qual’è nella Torah il comandamento più importante?» E Yeshua gli disse: «“Ama
Adonay il tuo Elohim con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con
tutta la tua forza e con tutta la mente tua!”
Questo è il principale e primo comandamento; ed il secondo è
importante come questo, ed è “ama
il tuo prossimo come te stesso”;
in questi due comandamenti si riassumono la Torah ed i Profeti». (Matteo
22:36-38)
Questa domanda sarebbe da porre proprio ai
cristiani, che pur non dichiarandolo apertamente, hanno di fatto declassato
alcuni comandamenti, perché
“sono della Legge”. Tuttavia, anziché chiederli
“qual’è il comandamento più importante?” sarebbe più opportuno chiederli
“qual’è il comandamento meno importante?” C’è qualcuno dei Dieci che
sia stato abolito? La Bibbia non lo dice, le tradizioni dei pagani adottate
dalla chiesa, sì. Qui Yeshua spiega che in questi due princìpi si riassume
la Torah; infatti, “Ama Adonay il tuo Elohim”
corrisponde ai primi quattro, i quali sono i nostri doveri verso di Lui: chi
Lo ama, 1.
non può avere altri dèi,
2.
non farà nessun tipo d’immagini per il culto,
3.
non userà il Suo Nome in vano, ed
4.
osserverà il giorno che Egli ha
santificato e benedetto sin dal principio, non lo sostituirà con un altro
giorno, perché ciò è quello che hanno fatto i pagani. Questo comandamento è
addirittura quello che ha una spiegazione più dettagliata di tutti gli altri
− Tutti questi comandamenti hanno lo stesso valore e devono essere
rispettati nella stessa maniera, nessuno è superiore e nessuno è inferiore.
Ugualmente, gli altri sei si riferiscono al comportamento che si deve avere
nei confronti del prossimo, e chi ama il prossimo
5.
onora i suoi genitori;
6.
non uccide;
7.
non commette adulterio;
8.
non ruba;
9.
non calunnia, e
10.
non concupisce né la moglie né
le cose che appartengono al prossimo. Se c’è un modo di mettere in
pratica i due comandamenti enunciati da Yeshua senza ubbidire i Dieci di
Mosheh, vorrei che mi si spiegasse come. E’ così che ce lo spiega anche
Shaul di Tarso (detto Paolo):
Infatti, il non commettere adulterio, non
assassinare, non rubare, non concupire e qualsiasi altro comandamento si
riassumono in questa parola:
“ama
il tuo prossimo come te stesso”. L’amore non fa male al prossimo;
l’amore, quindi, è l’adempimento della Torah. (Romani 13:9,10)
Tuttavia, l’osservanza dei comandamenti sembra essere un problema
insormontabile per i cristiani: i cattolici hanno abolito il secondo ed
hanno diviso il decimo in due, in modo tale che sembrino essere comunque
dieci, così possono liberamente erigersi tutti gli idoli che vogliono
adorare, il che è assolutamente proibito; in più, hanno sostituito il quarto
con un comandamento pagano: anziché osservare il giorno stabilito da Elohim,
essi osservano il giorno del dio sole, del “dominus”
romano, il “sun-day” anglosassone,
e tutte le feste babilonesi, egizie, greco-romane e quelle dei barbari, dei
visigoti e degli ostrogoti, dei teutoni e dei celti, perché secondo loro, il
quarto comandamento ordina di santificare “le
feste”!
I protestanti non hanno grossi problemi con il secondo, ma il quarto... ce
l’hanno solo scritto nelle loro Bibbie, ma lo hanno abolito, e sono molto
zelanti nell’osservanza delle stesse festività pagane dei cattolici. Seguono
fedelmente i dettami del concilio di LAODICEA! Più avanti in questo studio
ne parleremo.
«In
verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch’egli le opere che io
faccio; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado da mio Padre... se voi
mi amate, osservate i miei comandamenti». (Yohanan 14:12,15)
La dottrina cristiana
evangelica si fonda soprattutto nel fatto di credere in Yeshua; ciò che non
è chiaro è in cosa consiste questo
“credere”... Dalle parole di Yeshua stesso, consiste nel fare le sue
opere. E’ da notare che questi versi sono stati scritti dall’“apostolo
dell’amore”, perché, secondo i cristiani, adesso siamo non più sotto la
Legge di Mosheh, ma sotto la Legge dell’Amore... qual’è questa “Legge
dell’Amore”? Nessuno più di Yohanan è indicato per dircelo, e ci trasmette
in modo chiaro le parole di Yeshua: “se
voi mi amate, osservate i miei comandamenti”.
E’ chiaro: chi ama Yeshua e vuole seguirlo, deve osservare i suoi
comandamenti! I comandamenti di Yeshua, quali sono questi? Ha egli proposto
dei comandamenti diversi da quelli già esistenti? Li ha sostituiti con altri
nuovi? Dalla Bibbia, non ci risulta, anzi:
«Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel
mio amore; così com’io ho osservato i comandamenti del Padre mio, e
dimoro nel Suo amore». (Yohanan 15:10)
Yeshua è molto esplicito: i suoi
comandamenti, quelli ch’egli stesso ha osservato, sono quelli del Padre. I
comandamenti del Padre, indubbiamente sono quelli contenuti nella Torah, non
ci sono altri, in nessun testo scritto da cui possiamo attingere se non le
Scritture Ebraiche. Dall’Evangelo
sappiamo che Yeshua osservò tutte e 613 mitzvot della Torah. Quindi, se
Yeshua ha osservato i comandamenti, ed ha ordinato ai suoi di osservarli
nello stesso modo che egli li osservò, per quale motivo i cristiani si
credono esenti di tale dovere? Perché essi insistono nel dire che non sono
più validi? Yohanan,
l’“apostolo dell’amore”, ancora ci dice:
Da questo sappiamo che
L’abbiamo conosciuto: se osserviamo i Suoi comandamenti. Chi dice
«io L’ho conosciuto» e non osserva
i Suoi comandamenti, è bugiardo, e la verità non è in lui. (1Yohanan
2:3,4)
Da questo conosciamo che
che amiamo i figli d’Elohim:quando amiamo Elohim ed osserviamo i Suoi
comandamenti. Perché questo è l’amore d’Elohim: che osserviamo i Suoi
comandamenti. (1Yohanan 5:2,3)
E questo è l’amore: che camminiamo
secondo i Suoi comandamenti. Questo è il comandamento che avete udito
fin dal principio, onde camminiate in esso. (2Yohanan, 6)
Può dunque qualcuno affermare
di conoscere Elohim e di seguire Yeshua, ed allo stesso tempo di non essere
sotto la Torah? Può qualcuno specificare qual’è la differenza fra la
“Legge (detta di Mosheh)” e la “Legge dell’Amore”?
Qui l’apostolo spiega che
entrambe sono equivalenti: l’amore d’Elohim consiste nella Sua Torah.
Ribadisce che i Suoi comandamenti sono quelli “che
avete udito fin dal principio”,
quindi, quelli che sono scritti nei Libri di Mosheh, ovvero, ciò che i
cristiani chiamano “la Legge di Mosheh”. Dove si trovano scritti i
comandamenti d’Elohim? Esiste qualche altro libro in cui li si possano
trovare, e che questi siano diversi da quelli registrati nelle Scritture
Ebraiche? Vorrei chiedere ai cristiani dov’è scritta questa “Legge
dell’Amore” e in quali comandamenti consiste... Infine, vorrei
chiedere loro perché insistono in sostituire la Legge d’Elohim con altre
leggi umane, le leggi della chiesa (o delle chiese, perché ciascuna ha la
sua propria, soprattutto tra i protestanti); perché si rifiutano di
ubbidirGli e preferiscono piuttosto sottomettersi ai precetti creati dagli
uomini, dai concili, dai teologi, dai predicatori, i quali hanno imposto
regole e regolamenti che non si trovano nelle Scritture, e chi non li
osserva è considerato “fuori dalla grazia”, e se qualcuno vuole veramente
osservare i comandamenti biblici è etichettato come “giudaizzante”... Se
qualche fratello al quale qualcuno gli domanda come il giovane ricco, “che devo fare
per aver la vita eterna?”, egli risponde come Yeshua “se vuoi entrare
nella vita, osserva i comandamenti”,
quel fratello verrà subito richiamato dal pastore, che gli dirà “fratello, sei
fuori dalla dottrina!”...
«Ecco, io vengo presto, e la
mia ricompensa con me, per rendere a ciascuno secondo l’opera sua»...
Beati coloro che praticano i Suoi comandamenti, per aver diritto
all’albero della vita ed ad entrare per le porte nella città.
(Apocalisse 22:12,14)
Alla fine, nell’ultimo Libro del Nuovo
Testamento, nell’ultimo capitolo, si parla del destino finale dei redenti.
Un particolare interessante è che coloro che otterranno il diritto
all’albero della vita ed all’ingresso nella Nuova Yerushalaym sono quelli
che “praticano i
Suoi comandamenti”! Tale affermazione deve aver messo in singolare imbarazzo
alcuni traduttori che hanno palesemente cambiato le parole riportate nel
testo originale, ricorrendo a chissà quale regola linguistica ed hanno
tradotto “beati coloro che lavano le loro vesti” (?!), frase che non
ha alcun significato ed è completamente fuori dal contesto. Mi dispiace
deludere quelli che hanno sempre fatto affidamento su questo versetto di
dubbia interpretazione (che cosa significa poi “lavare le vesti”?), perché
nei manoscritti più antichi dice “praticano i Suoi comandamenti”,
dichiarazione che d’altronde è in piena armonia con il contesto del capitolo. Infatti, egli viene
a ricompensare ciascuno secondo l’opera sua (non parla di salvezza per
fede!).
Yeshua e la Torah
−
La predicazione di Yeshua
Ha Yeshua veramente, come
affermano i cristiani,
“affrancato” i suoi discepoli dalla Legge? In quale modo? Sopprimendo i
comandamenti? Sembra proprio di no, anzi, nella sua predicazione più
conosciuta, il Sermone del Monte, il suo atteggiamento nei confronti della
Torah è piuttosto quello dei Giudei detti ortodossi, o più rigido ancora.
Dopo le beatitudini, il suo discorso sulla Legge inizia con la seguente
dichiarazione:
«Non
pensate che io sia venuto per sciogliere la Torah o i Profeti; io sono
venuto non per sciogliere ma per portare a compimento. Poiché in verità vi
dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un yod o un
apice della Torah passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà
violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini,
sarà chiamato minimo nel Regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e
insegnati sarà chiamato grande nel Regno dei cieli. Poiché io vi dico che se
la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non
entrerete affatto nel Regno dei cieli». (Matteo 5:17-20)
Abbiamo già commentato queste
parole nel capitolo precedente
Yeshua, “il Fariseo”.
Questa è stata l’introduzione del suo discorso sulla Torah, ch’egli presenta
toccando diversi punti i quali inizia con le parole “avete udito che fu
detto” e poi esprime la sua posizione dicendo “ma io vi dico”. Rappresenta
questo “ma” un contrasto oppure una riaffermazione? Infatti, è
un insegnamento comune nel cristianesimo sostenere che Yeshua nel Sermone
del Monte abbia proclamato delle antitesi. Indubbiamente, un’antitesi è un’“anti-tesi”,
cioè, enunciare il contrario di quello che è stato proposto prima come tesi.
Nella filosofia cristiana, questa anti-tesi è senz’altro anti-Torah (ovvero,
anti-Legge). Quindi, perché quest’assioma del cristianesimo sia vero,
dobbiamo pensare che Yeshua abbia detto come segue:
"Voi avete udito che fu detto agli antichi: ’non assassinare’,
ma io vi dico: ’ora potete uccidere chiunque vi sta antipatico!’"; oppure:
"Voi avete udito che fu detto: ’non commettere adulterio’"; e poi, questo
Rabbino di Natzaret, nelle vesti di
Jesus Christ Super Star,
dice: "ma io vi dico: ’Buone notizie, ragazzi! ora c’è la libertà sessuale!
fate l’amore, non la guerra!’"... E’ proprio così? Queste illustrazioni
appena presentate, sono delle antitesi. Invece, ciò che Yeshua ha esposto
nella sua predicazione, non sono affatto antitesi, ma piuttosto super-tesi,
una confermazione di ciò che era già stato stabilito, addirittura con
un’ulteriore rigidità. Vediamo:
«Voi avete udito che
fu detto agli antichi: “non assassinare” e “chiunque avrà
ucciso sarà sottoposto al tribunale”;
ma io vi dico: chiunque s’adira senza causa contro il suo fratello
sarà sottoposto al tribunale, e chi avrà detto a suo
fratello “buono a nulla” sarà sottoposto al Sinedrio; e chi gli avrà detto
“pazzo”
può essere condannato alla Gehenna... Io ti dico in verità che di là non
uscirai, finché tu non abbia pagato fino all’ultimo centesimo». (Matteo
5:21,22,26)
Evidentemente, Yeshua non ha
minimamente alleggerito la condanna dell’assassino, anzi, ha parificato dei
reati apparentemente molto minori dell’omicidio alla gravità di questo,
considerandoli meritevoli della stessa punizione. Non ha “affrancato” nessuno dalla
Legge, ma ha piuttosto esteso la sua applicazione ad altre circostanze non
contemplate da essa.
«Voi avete udito che
fu detto: “non commettere adulterio”;
ma io vi dico che chiunque guarda una donna sposata con libidine, ha già
commesso adulterio con lei nel suo cuore». (Matteo 5:27,28)
Ha forse Yeshua minimizzato
la Legge sull’adulterio? Certamente no, anzi, l’ha ancora inasprita,
applicando la condanna riservata agli adulteri di fatto anche a coloro che
lo sono solo virtualmente! Nei versi successivi ha ribadito che è un peccato
assolutamente da evitare, al punto di rappresentarlo con l’allegoria di
tagliarsi i membri che porterebbero a compierlo piuttosto che subire la
punizione eterna.
L’episodio della donna adultera alla quale egli non condannò non contrasta
con questa sua posizione: un giudice ha anche la potestà d’assolvere il
colpevole, ma questo non autorizza a quest’ultimo a continuare a delinquere.
Infatti, ogni volta che Yeshua ha perdonato qualcuno, gli ha puntualmente
ordinato “va’, e
non peccare più”.
Nota: il verso sopra è riportato correttamente, perché il termine tradotto
semplicemente “donna”, nel testo originale (sia aramaico o greco) indica una
donna sposata, quindi è più corretto tradurlo in modo inequivocabile − a
parte il fatto che l’adulterio si può commettere soltanto con chi è moglie
del prossimo.
«Fu detto:
“chiunque ripudia sua moglie, le dia l’atto del
divorzio”;
ma io vi dico: chiunque manda via sua moglie, salvo che essa abbia
commesso atti d’immoralità sessuale, la fa essere adultera; e chiunque
sposa colei ch’è stata divorziata commette adulterio». (Matteo 5:31,32)
Alla faccia
dell’affrancamento dalla Legge! Se prima una coppia poteva divorziare e
risposarsi entrambi, secondo Yeshua la povera donna non potrà più
risposarsi, altrimenti sarà sempre un’adultera, anche se lei è stata mandata
via senza colpa! Infatti, la lettera di divorzio serviva proprio come
garanzia per la donna che, essendo stata sposata, se poi era còlta insieme
ad un altro uomo poteva essere accusata d’adulterio e condannata, ma se ella
poteva esibire l’atto di divorzio, allora era per entrambi lecito sposarsi.
In questo particolare, Yeshua è molto più rigido di Mosheh, come si legge in
Marco 10:2-12 e nel seguente passo parallelo:
Essi gli domandarono:
«perché dunque comandò Mosheh di darle un atto di
divorzio e mandarla via?»
Yeshua rispose loro: «Mosheh, per la durezza dei vostri cuori vi permise
di mandar via le vostre mogli, ma in principio non era così. Ed io vi
dico che chiunque manda via sua moglie quando non sia per causa
d’immoralità sessuale, e ne sposa un’altra, commette adulterio, e chi
sposa la donna divorziata commette adulterio anch’egli».
I suoi discepoli gli dissero: «se tale è il caso dell’uomo rispetto alla donna, non
conviene prendere moglie».
(Matteo 19:7-10)
Come risulta evidente dalla reazione dei
discepoli, la Legge era molto più morbida della
“grazia”... In questo i cristiani sono generalmente più legalisti e rigidi;
il mistero consiste nel fatto che, mentre la maggioranza d’essi si oppone al
divorzio, credono di fatto in un Elohim “divorziato”, che ha lasciato la Sua
prima moglie, Israele, per sposare un’altra più giovane, la chiesa... Invece
i Giudei, che accettano il divorzio secondo le regole mosaiche, hanno un
Elohim fedele al Suo primo amore... Un vero paradosso!
«Mosheh non vi ha dato egli la
Torah? Eppure, nessuno di voi mette ad effetto la Torah! Perché cercate
d’uccidermi?»
(Yohanan 7:19)
Ha Yeshua
reclamato l’osservanza della Torah, oppure la sua inosservanza? Nelle sue discussioni con i
farisei, Yeshua recriminava loro ciò che oggi egli reclamerebbe alla
maggioranza dei cristiani: l’aver invalidato i comandamenti della Torah per
sostituirli con le loro tradizioni. O forse le istituzioni umane stabilite
nel seno della chiesa in due millenni di storia del cristianesimo non pesano
di più delle Scritture? Quanti dei regolamenti e pratiche delle chiese sono
veramente biblici? Infatti, analizzando puntualmente tutti gli incontri in
cui egli si confronta con i farisei, in nessun caso mette in discussione la
loro osservanza della Torah, ma bensì il loro zelo per le tradizioni, alle
quali essi avevano conferito di fatto un’importanza superiore alla Legge
Mosaica. Prendiamo come esempio il seguente episodio:
Poiché i farisei ed i Giudei non
non mangiano se non si sono lavati le mani e gli avambracci, seguendo la
tradizione degli antichi; e quando tornano dal mercato non mangiano se
non si sono purificati con dei bagni; e vi sono molte altre cose che
osservano per tradizione: lavature di calici, d’anfore e di brocche di
rame. Ed i farisei e gli scribi gli domandarono:
«Perché i tuoi discepoli non seguono essi la tradizione degli antichi,
ma prendono cibo con le mani impure?» Ma Yeshua disse loro: «Ben
profetizzò Yeshayahu di voi ipocriti, com’è scritto:
“Questo popolo
Mi onora con le labbra, ma il cuore loro è
lontano da Me. Invano Mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che
sono precetti d’uomini”. Voi, lasciato il comandamento d’Elohim, vi siete
attaccati alla tradizione degli uomini».
E diceva loro ancora: «Come
ben sapete annullare il comandamento d’Elohim per osservare la vostra
tradizione!». (Marco 7:3-9)
Oggi sarebbe possibile parafrasare questo
brano ed adeguarlo alla situazione presente, cambiando soltanto gli
interlocutori di Yeshua ed il tipo di costumi imposti dalla tradizione, ma
la sostanza rimarrebbe la stessa. Non c’è bisogno d’elencare le innumerevoli
pratiche cattolico-romane o greco-ortodosse che hanno obliterato
completamente gli ordinamenti biblici, ma anche tra i protestanti e gli
evangelici esistono molte diversificate tradizioni che non trovano alcun
riscontro nelle Scritture, e pure sono osservate meticolosamente. Tutte
queste pratiche sono
“giustificate” da una dogmatica scusa: “non siamo più sotto la Legge”;
tuttavia, inconsapevolmente o meno, si sono sottomessi a delle leggi,
altrimenti vivrebbero nell’anarchia, cosa che non sembra essere il caso
della maggioranza delle chiese. Il fatto cruciale è il non voler ammettere
che in realtà hanno sostituito una Legge con un’altra legge, la quale,
secondo il loro parere, si chiamerebbe “grazia”!
Non è semplice esemplificare in modo generale in cosa consistono le
tradizioni delle diverse chiese cristiane, perché variano da una comunità
all’altra; tuttavia, la stragrande maggioranza d’esse hanno come
denominatore comune la scusa sopra citata, che nasce dal concetto che le
Scritture Ebraiche siano “Antico Testamento”, non più in vigore e sostituito
dal Nuovo, che non c’è più alcun vincolo nei riguardi della Torah, che chi
osserva i comandamenti è un giudaizzante, ecc.
Queste tradizioni ecclesiastiche non sempre si riferiscono a costumi o
pratiche, ma riguardano anche dottrine, dogmi, interpretazioni teologiche.
Nell’ambiente evangelico, per esempio, l’eresia più diffusa è il
dispensazionalismo. Le chiese che sostengono questa falsa dottrina sono la
maggioranza, e se qualcuno osa mettere in discussione le posizioni prese in
quanto alla soteriologia ed escatologia, ciò gli comporta l’allontanamento o
la segregazione. Spesso succede anche che le divergenze inconciliabili tra
una congregazione e l’altra (non stupirsi se per questi motivi si
scomunicano a vicenda) siano relative a cose d’importanza minore come
parlare o non parlare in lingue, o addirittura banali come portare il velo o
non portarlo, tagliarsi i capelli secondo dei parametri stabiliti (da chi?),
portare o non portare tale o quale indumento, ballare o andare allo stadio,
ecc., dettagli per i quali Yeshua non perse tempo a parlarne e dei quali non
si occupò minimamente.
Un altro requisito
indispensabile per essere un buon cristiano è la fedeltà allo Stato! Sì,
piuttosto che ai comandamenti d’Elohim, perché (dicono), la sottomissione
allo Stato è ordinata da Elohim. Bisogna essere buoni cittadini, non importa
se poi s’infrangono i comandamenti, si profana lo Shabat, si giudica il
prossimo, basta che si paghino puntualmente le tasse. Apparentemente, Yeshua
stesso ha stabilito ciò. Vediamo:
Allora i farisei, ritiratisi,
tennero consiglio per veder di coglierlo in fallo nelle sue parole. E
gli mandarono i loro discepoli insieme agli erodiani a dirgli:
«Rabbi, noi sappiamo che sei onesto ed insegni la via d’Elohim secondo
verità, senza riguardo d’alcuno perché sei imparziale. Dicci dunque, che
te ne pare? E’ lecito pagare il tributo al Cesare, o no?» Ma Yeshua,
conoscendo la loro malizia, disse: «Perché mi tentate, ipocriti?
Mostratemi la moneta del tributo».
Ed essi gli portarono un denaro. Ed egli domandò loro: «Di chi è
quest’immagine e quest’iscrizione?» Gli risposero: «Di Cesare». Allora
egli disse loro: «Restituite dunque a Cesare quel ch’è di Cesare, e date
ad Elohim quel ch’è d’Elohim». Ed essi, udito ciò, si meravigliarono, e
lasciatolo, se ne andarono. (Matteo 22:15-22)
Questo è il brano classico utilizzato dai
legalisti cristiani per stabilire in modo tassativo ed indiscutibile il loro
dogma del dovere civico del pagamento delle tasse, il quale è stato elevato
alla categoria di dottrina e metterlo in discussione è una questione non più
sociale ma teologica. Benché potrei farlo con parole mie,
ancora una volta
vorrei citare Pinhas Lapide perché spiega la
situazione in modo ineccepibile:
“Siamo nel
cuore della Yerushalaym giudaica e nel cortile del Tempio. Da una parte i
fieri sadducei, i quali vogliono compromettere il riottoso predicatore
itinerante di Natzaret. Dall’altra il Nazareno, il quale vede nei sadducei
dei veri e propri collaboratori dei tiranni pagani Romani. Ora, in questa
contrapposizione intra-giudaica, si abbatte come una mazzata una domanda
tranello:
«Rabbi, è lecito o no pagare il tributo al
Cesare?» Notare la formulazione provocatoria! Era infatti un inderogabile
dovere civico pagare il tributo a Cesare. La temuta imposta riguardava tutti
gli Ebrei e proprio su di essa si basava lo sfruttamento economico del
Paese. E’ di questa riscossione delle tasse che si tratta nella
domanda-tranello che viene posta a Yeshua nel cortile del Tempio, in
un’atmosfera estremamente tesa, che esprime formalmente un desiderio di
liberazione e libertà e quasi un invito alla sollevazione. Ora Yeshua poteva
accettare o avallare una sacrilega sottomissione al potere romano?
Sacrilega, poiché Ponzio Pilato aveva esteso il suo disprezzo per la fede
ebraica al punto di far coniare delle monete provocatorie, le quali con la
loro effigie dell’imperatore violavano apertamente il secondo comandamento.
La domanda posta a Yeshua sembra non ammettere alcuna via d’uscita. Se
Yeshua risponde «Sì, è lecito pagare il tributo a Cesare» si dichiara agli
occhi dei suoi discepoli e simpatizzanti come un vile collaboratore. Se
afferma «No, non è lecito pagare il tributo a Cesare» viene considerato un
ribelle dai Romani, còlto in flagrante violazione della legge ed è quindi
giuridicamente e politicamente spacciato. Ma Yeshua chiede al suo
interlocutore di mostrargli una moneta, dando chiaramente a vedere a tutti
che egli non possiede alcuna moneta pagana recante l’odiate effigie. E
mostrando la moneta, il denaro di Tiberio, chiede: «Di chi è quest’immagine
e l’iscrizione (cioè il titolo di proprietà)?». «Di Cesare» è la risposta
generale. Allora risponde in modo chiaro ed inequivocabile: «Restituite
[rendete] quindi a Cesare ciò che è di Cesare e ad Elohim ciò che è
d’Elohim». Qui abbiamo uno degli errori di traduzione più gravi e ricchi di
conseguenze negative di tutto l’Evangelo. Yeshua non dice «date», ma «date
indietro, restituite» (in greco
apodote), consigliando in
definitiva una rottura non violenta nei riguardi dell’ordinamento politico
esistente. In altri termini, poiché secondo il diritto romano relativo alle
monete, tutte quelle in circolazione che portavano l’effigie dell’imperatore
gli appartenevano come sua proprietà privata, la risposta di Yeshua era a
prima vista giusta e corretta. Ma non così per i Giudei presenti. Essi
compresero chiaramente ciò che Yeshua diceva: «Restituite all’imperatore il
suo peccaminoso denaro e non usatelo, come io stesso vi ho dimostrato,
affinché possiate dare ad Elohim ciò che è d’Elohim, cioè il riconoscimento
della Sua esclusiva sovranità sull’intera Creazione, senza dominazione
pagana e culto idolatrico». I Giudei, che allora erano oppressi, compresero
benissimo − senza il successivo errore di traduzione − il messaggio di
Yeshua: un deciso rifiuto opposto agli occupanti ed ai loro collaboratori.
Le parole che Yeshua pronunciò quel giorno a Yerushalaym per i Romani erano
inoppugnabili, ma per i Giudei erano un chiaro invito alla rivolta.
Purtroppo per i lettori italiani della Bibbia esse continuano ad essere
tradotte in un modo che ne travisa il senso”.
A questa spiegazione di Pinhas Lapide c’è poco da aggiungere. Solo che per
precisione, le monete giudaiche non avevano alcuna immagine, e quindi
potevano essere usate per comprare e vendere ciò che serve alla vita di
tutti. Infatti, Yeshua non è a caso che chiede specificamente sull’immagine
e l’iscrizione, ma con una ragione, e fonda la sua risposta su questo
particolare − tacitamente, chiede al suo auditorio: l’immagine di Chi siete
voi? Date quindi a Colui del quale siete immagine ciò che Gli appartiene,
voi stessi, e lasciate perdere ciò che è dello Stato (in questo caso
dell’imperatore). Il “culto dello Stato”
promosso dai cristiani, quindi, non trova alcuna giustificazione in questo
brano, anzi, è piuttosto confutato.
Ciononostante, qualcuno dirà che Yeshua
pagava le tasse, basandosi in Matteo 17:24-27; allora prendiamo in
considerazione anche quel brano:
E quando furono venuti a
Kefar-Nahum, quelli che riscuotevano le didramme s’avvicinarono a Kefa
e dissero:
«Il vostro Rabbi non paga egli la didramma?» Egli rispose: «Sì». Perché
quando erano entrati in casa, Yeshua lo prevenne e gli disse: «Che te
ne pare, Shim’on? i re della terra da chi prendono le tasse o il dazio?
dai loro figli o dagli stranieri?» E Kefa rispose: «Dagli stranieri».
Yeshua gli disse: «I figli, dunque, sono esenti. Ma, per non
scandalizzarli, vattene al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che
verrà su; e apertagli la bocca, troverai uno statère. Prendilo, e dàllo
loro per me e per te».
A parte il fatto che risulta
chiaro che il pagamento di questa tassa non è un obbligo, ma volontario “per non
scandalizzare”, qui si tratta non delle imposte dei Romani − i quali non
chiedevano certamente se qualcuno aveva o meno la volontà o la voglia di
pagare come invece hanno fatto questi che riscuotevano le didramme − ma
della tassa per il mantenimento del culto, uno dei regolamenti farisaici.
Infatti, la didramma era una moneta utilizzata a tale scopo e circolava
localmente, non aveva alcun valore per le tasse imperiali.
L’evidenza che Yeshua alla
fine viene considerato un sedizioso dai Romani si palesa nel modo in cui è
stata determinata la sua esecuzione: la crocifissione infatti, secondo la
Lex Julia Majestatis, ovvero la legge romana, era applicabile soltanto
per due categorie di criminali: gli schiavi fuggiaschi ed i ribelli
antiimperialisti. Praticamente tutti coloro che sono stati crocifissi
durante la dominazione romana in Giudea erano rivoluzionari zeloti − come lo
erano anche i
“ladroni” condannati insieme a
Yeshua. Infatti, con questo termine denigratorio si indicava i combattenti
indipendentisti, siano essi zeloti, sicarii o altri guerriglieri. Così lo
storico Strabone applica questo termine agli Hasmonei, e Giuseppe Flavio
nella “Guerra
Giudaica”
spiega che i Romani chiamavano così i rivoluzionari. I semplici
ladroni, nel vero senso della parola, erano giustiziati senza alcuna
cerimonia − crocifiggere qualcuno comportava delle complicazioni, ed era
fatto allo scopo d’intimidire il popolo, esponendo pubblicamente gli
indipendentisti. Nessuno si prendeva la briga di farlo per un semplice
delinquente comune che non minacciava l’onore dell’impero. Il silenzio degli
Evangeli sullo scenario politico dell’epoca e la reticenza nel nominare gli
zeloti (così come il misterioso silenzio sugli esseni, già spiegato) deriva
dal fatto che il testo greco fu ultimato in pieno periodo di persecuzioni
neroniane contro i cristiani, per cui al meno i loro testi sacri dovevano
evitare qualsiasi riferimento che potesse irritare le autorità romane e dare
loro un’ulteriore scusa per infierire contro la nascente assemblea di fedeli
nazareni (come si chiamavano originalmente i cristiani). Dopo gli atroci
supplizi a cui sono stati sottoposti i seguaci del Cristo, i traduttori
dovevano far sì che il testo greco non lasciasse intravedere che il loro
Messia ed i suoi apostoli avessero coltivato neanche la più pallida
avversione nei confronti dell’impero, così che la stesura finale non avesse
niente a che fare con la politica di liberazione giudaica. Invece, nella
società ebraica dell’epoca di Yeshua c’era una tripartizione trasversale,
al di fuori dei partiti e correnti di pensiero teologico, basata sulle
condizioni di vita: la massa popolare, che mirava alla sopravvivenza, i
traditori che per migliorare la loro posizione passavano dalla parte dei
collaborazionisti dei potenti, ed i
“giusti”, nome che si dava ai Giudei che osservavano la Torah in modo
ineccepibile, che non scendevano a compromessi nemmeno per una yod o un
apice. Uno di questi punti fondamentali dell’osservanza della Torah che
facevano di un Giudeo un giusto, riguardava proprio l’autorità: “Quando
sarai entrato nel Paese che
Adonay il tuo Elohim sta per darti, dovrai costituire sopra di te come re
colui che Adonay il tuo Elohim avrà scelto. Costituirai come re sopra di te
uno dei tuoi fratelli; non potrai costituire su di te uno straniero che non
sia tuo fratello”
(Deuteronomio 17:14,15). Questa
era una proibizione tassativa, così che nessun Giudeo fedele avrebbe mai
accettato la dominazione dei pagani. In quale schiera sociale poteva
trovarsi Yeshua? Non c’era molta scelta. Infatti, l’immagine “pacifista” (o
meglio, “menefreghista” in quanto alla politica) di Yeshua presentata dai
cristiani non coincide con il suo consiglio ai discepoli:
«Chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una»
(Luca 22:36). Non ha finito la
frase che essi ne hanno già estratto due (o 24?, 2x12...). Nelle versioni
italiane della Bibbia, la risposta di Yeshua al loro atto d’estrarre le
spade è mal riportata: “basta” (Luca 22:38); è molto più fedele
all’originale la versione inglese, che dice: “that is enough”, ossia
“bastano”, oppure “sono sufficienti”. Il dato di fatto è che , una, due o
quelle che siano state, costituivano una grave infrazione contro la legge
romana, che vietava tassativamente a tutti gli Ebrei di portare spade. E non
solo le portavano, ma le hanno pure usate, come attesta Luca 22:50.
Ricorrerò ancora una volta al testo di Pinhas Lapide per concludere la
descrizione dell’estrazione socio-politica alla quale appartenevano la
maggioranza degli apostoli (forse tutti eccetto Matteo, l’esattore):
“Tuttavia,
nella sistematica spoliticizzazione della redazione greca finale affiorano
qua e là frammenti della verità storica. Fra i Dodici, Shim’on viene
coraggiosamente chiamato due volte ’lo Zelota’ (Luca 6:15; Atti 1:13); il
significato di gran lunga più evidente del soprannome ’Iscariota’ dato a
Giuda è sicarius, cioè ’uomo del pugnale’. Anche ’bar-Yona’, il
soprannome dato da Yeshua a Kefa (Matteo 16:17) subisce nell’espressione
’figlio di Yona’ una evidente storpiatura, poiché in aramaico significa
’esiliato’, ’bandito’, in breve: un ribelle perseguitato dagli sbirri
Romani. Che sotto il nomignolo ’figli del tuono’ dato ai figli di Zavdai
(Marco 3:17) si nascondesse la loro inclinazione alle azioni violente lo
dimostra la loro unica entrata in scena, quando propongono a Yeshua di
punire gli inospitali samaritani con il pugno di ferro (Luca 9:54). Che gli
apostoli facessero parte degli attivisti militanti del tempo non dovrebbe
sorprendere nessuno che abbia un po’ di fiuto storico. Chi ha vissuto come
Ebreo in una terra occupata dal nemico non fa alcuna fatica ad immedesimarsi
nelle condizioni politiche della patria di Yeshua al tempo della sua vita”. (“Bibbia
tradotta, Bibbia tradita”, parte terza, 1, 39).
Sul concetto che si aveva dei Romani all’epoca ne faremo accenno più avanti;
ritorniamo adesso agli insegnamenti di Yeshua.
Vediamo un altro passo che i
cristiani amano citare per fare a meno della Torah come qualcosa di vecchio ed
inutile:
«Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi;
altrimenti il vino nuovo rompe
gli otri, il vino si disperde, e gli otri vanno distrutti. Ma il vino
nuovo va messo in otri nuovi, e l’uno e gli altri si conservano. E
nessuno che abbia bevuto il vino vecchio ne desidera del nuovo, perché
dice: “il vecchio è migliore!”».
(Luca 5:37-39)
E’ interessante il fatto che
i predicatori cristiani quando parlano di questo episodio normalmente non
usano il testo di Luca, ma quello parallelo di Matteo 9:17 oppure Marco 2:22
− perché? Perché in questi due Evangeli, l’ultima frase non compare. L’altro
particolare è l’interpretazione che essi danno a questo brano -puntualmente
tòlto dal contesto-. Seguendo le orme dei famigerati
“padri della chiesa”,
noti fanatici dell’antigiudaismo,
mettono nella bocca di Yeshua qualcosa di blasfemo ch’egli non ha mai inteso
dire, ovvero, che il
“vino nuovo” è il suo nuovo,
rivoluzionario messaggio, che è incompatibile con il vecchio e vetusto
Giudaismo e la sua Torah, rappresentati dagli otri vecchi, i quali non
possono comprendere l’Evangelo. Si tratta appunto di un’esegesi
assolutamente errata e fuori dal contesto. Innanzitutto, Yeshua non ha mai
detto che il suo messaggio fosse nuovo, e tanto meno in contrapposizione
alla Torah, di cui ribadisce l’assoluta ed eterna validità, e reclama
l’osservanza persino dell’ultima yod. Si prega ai signori esegeti e
predicatori, di rivedere l’intero contesto, e di leggere anche il brano
parallelo di Luca. Grazie. In primo luogo, questa metafora riguarda il
digiuno (un’altra cosa che la stragrande maggioranza dei cristiani non hanno
capito, e pensano che sia una specie di
“sciopero della
fame” per costringere Elohim a concederli qualche petizione);
secondo, se quest’allegoria rappresentassi veramente il
“vecchio Giudaismo” versus il
“nuovo cristianesimo”, gli stessi sostenitori di questa teoria si danno la
zappa sui piedi, perchè, effettivamente come riporta Luca, “il vino vecchio
è migliore”!
Per concludere con questa
parte, intitolata
“La predicazione di Yeshua”,
e riprendendo anche il soggetto principale di questo studio, ovvero, la Casa
di Israele e la Casa di Yehudah, presenterò uno dei miracoli operati da
Yeshua:
Ed avvenne che, sulla sua strada
verso Yerushalaym, egli passava sui confini della Samaria e della
Galilea. E come entrava in un certo villaggio, gli vennero incontro
dieci uomini lebbrosi, i quali, fermatisi da lontano, alzarono la voce
dicendo: «Yeshua,
Rabbi, abbi pietà di noi!» E vedutili, egli disse loro: «Andate a
mostrarvi ai Kohanim». E avvenne che, mentre andavano, furono mondati.
(Luca 17: 11-14)
Questo è uno dei miracoli
operati da Yeshua, il quale, come tutti gli altri, fu compiuto fuori della
Giudea − perchè, come è già stato spiegato, nessun Profeta ha mai fatto
miracoli in Yehudah, dal momento che lo scopo principale dei miracoli è il
riscatto di cui i Giudei, avendo la Torah, non hanno bisogno.
Vediamo infatti, che
questi lebbrosi non erano Giudei, ma dei popoli risultanti dalla mistura fra
i discendenti delle dieci Tribù e popoli gentili, e nella loro condizione
erano letteralmente recisi dal popolo, come la Casa di Israele fu recisa
dall’ulivo ed esclusa dalle benedizioni riservate ai Giudei. La loro
guarigione operata da Yeshua li permise di essere riammessi, e rappresenta
la salvezza ricevuta per grazia, tuttavia, Yeshua li ordinò di “presentarsi
ai kohanim”, ciò significa che la loro salvezza ha uno scopo: farli
ritornare all’osservanza della Torah. Per questo motivo, questi dieci uomini
che saranno entrati nell’Era Messianica perché salvati tramite Yeshua,
dovranno adempiere lo scopo della loro salvezza, e ritornare all’osservanza
del Patto, perciò prenderanno per la veste un Giudeo affinché li sia di
guida (Zekharyah 8:23).
Alcuni esempi simili li troviamo nelle parabole, come quella delle dieci
vergini (Matteo 25:1-13) e dei dieci servi (Luca 19:12-27). Sono dieci le
vergini che aspettano lo sposo, e sono dieci le Tribù che aspettano la
redenzione; sono dieci i servi ai quali l’uomo nobile ha incaricato di
fruttare i suoi beni, e sono dieci le Tribù dei figli d’Israele che
riceveranno potestà di governare nel Regno al suo ritorno. Questo concorda
con la sua enigmatica dichiarazione: «Io non sono stato mandato se non alle
pecore perdute della Casa di Israele» (Matteo 15:24). A proposito, questo
disse quando gli è richiesto di dare ascolto alla supplica di una donna
cananea, la quale, in quanto gentile, è qualificata da Yeshua nello stesso
modo che generalmente i Giudei reputavano i gentili: dei cani. Come mai Yeshua
ha trattato così una povera donna? Egli semplicemente era in linea con i
concetti dei Giudei dell’epoca, e per quanto questo possa stupirci, Yeshua
non censurò questo modo di considerare i gentili, ma egli stesso aderì!
Questo stesso concetto lo troviamo nell’ultimo capitolo della Bibbia, in
Apocalisse 22:15 − “fuori i cani, ecc.”. Molte ipotesi si sono
proposte cercando di spiegare cosa significa questo, chi sono i “cani”
che non possono entrare nella Città. Se si leggesse la Scrittura in forma
più coerente, collegando i versi con il contesto generale, magari si
riuscirebbe a capirla meglio. Purtroppo, la mancanza d’imparzialità e di
conoscenza della società dell’epoca, porta gli esegeti a
perdersi in speculazioni teologiche senza
fine. Che la parola “gentile”
(goy,
in ebraico)
avesse dei connotati negativi risulta evidente anche dal fatto che era come
un sinonimo di peccatore, come nel seguente brano:
«E se rifiuta d’ascoltarli,
dillo all’assemblea; e se rifiuta d’ascoltare anche l’assemblea, sia
considerato come un gentile ed esattore». (Matteo 18:17)
E’ superfluo spiegare che in questo verso la
parola corretta è assemblea, e non “chiesa” come alcune
versioni riportano. La chiesa come tale non esisteva ancora, eppure,
traducendo il termine in questo modo, tacitamente s’accetta il fatto che la
vera ed unica chiesa era quella già esistente ai tempi di Yeshua, ovvero, la
Sinagoga! Riprendendo il nostro argomento, qui il peccatore impenitente ed
accanito è paragonato al gentile ed all’esattore (disprezzato in quanto
servo dei gentili). In poche parole, il gentile è colui che non entrerà mai
nell’assemblea d’Israele, mentre che coloro i quali sono redenti, devono
essere innestati nell’ulivo domestico (e non l’ulivo domestico nella chiesa
dei gentili!). A loro viene paragonata la persona materialista (Matteo
6:32), e le loro preghiere ripetitive -come il rosario, introdotto nel
cristianesimo dall’ambiente pagano- come stupide ed inascoltabili (Matteo
6:7). L’occorrenza di termini spregiativi nei loro confronti da parte di
Yeshua si ripete in altre circostanze, dove ancora sono chiamati cani, ed
altri animali:
«Non date ciò ch’è santo ai
cani e non gettate le vostre perle dinanzi ai porci, che talora non le
pestino coi piedi e, rivolti contro di voi, non vi sbranino». (Matteo
7:6)
In questa esortazione non si parla
letteralmente né di cani né di porci, ma di gentili in generale e di Romani
in particolare, per i quali non si deve sprecare alcuna spiegazione della
Torah. Questo poteva addirittura risultare controproducente, al punto di
poter diventare una scusa per organizzare una repressione (così infatti
agivano i Romani). C’è ancora un episodio singolare in cui ci sono di nuovo
trai protagonisti certi “animali”:
E Yeshua gli domandò: «Qual’è
il tuo nome?», ed egli rispose: «Il mio nome è legione, perché siamo
molti»... Or quivi pel monte stava a pascolare un gran branco di porci.
E gli spiriti lo pregarono dicendo: «Mandaci nei porci, perché entriamo
in essi». Ed egli lo permise loro. E gli spiriti impuri, usciti,
entrarono nei porci, ed il branco, ch’era di circa duemila, s’avventò
giù a precipizio ed affogarono nel mare. (Marco 5:9-13)
Per commentare questo episodio, non potrei
farlo meglio di Pinhas Lapide, per cui, anche questa volta, mi permetto di
riportare letteralmente la sua spiegazione:
“La
guarigione miracolosa dell’indemoniato di Gerasa − una delle pericopi più
ampie della tradizione sinottica − mostra evidenti segni di ripetuti
rimaneggiamenti. Essa è stata oggetto d’interpretazioni molto diverse. I più
pensano che l’episodio dei porci sia stato aggiunto in un secondo tempo al
racconto originario. Il fatto che in Marco (5:12) e Luca (8:26-39) si tratti
di un solo indemoniato ed in Matteo (8:28-34) di due; il fatto che la città
di Gerasa disti due giorni di cammino da Genetzaret, per cui lo spostamento
del mare (Marco 5:1,13) sul luogo della guarigione è con ogni probabilità
redazionale, sono incongruenze del racconto che danno filo da torcere
all’esegeta. Ma assolutamente incredibili sono i ‹circa duemila porci›
nei quali, secondo Marco, Yeshua ha fatto entrare i demoni scacciati. Che
questo numero oltrepassi di gran lunga tutte le plausibili dimensioni di un
branco di porci − a parte il fatto che i porci non sono animali che vivono
in branco − è incontestabile. Anche Matteo e Luca sembrano essere stati di
quest’avviso, poiché riprendono quasi con le stesse parole di Marco la
conclusione della pericope sulla cacciata dei demoni, ma tacciono sul numero
dei porci.
Anche in questo caso, riportando il racconto al testo ebraico si potrebbe
risolvere il problema:
ba’alafim significa in ebraico
‹in branco› o ‹a frotte›, perché il termine originario elef
può significare sia ‹bestiame, bovini›, sia ‹mille›. Poiché in ebraico le
lettere bet e kaf
sono molto simili, sarebbe piuttosto difficile distinguerle in un rotolo
usato di frequente e quindi usurato. Quindi, ka’alafim
può essere facilmente letto come ka’alpaim,
che significa ‹quasi duemila›.
Ma il nostro racconto può nascondere benissimo un significato profondo, che
possiamo scoprire solo riflettendo sul significato del termine ‹porci›
nell’Israele di quel tempo. Com’è noto, la carne di maiale non può essere
consumata (Levitico 11:7; Deuteronomio 14:8) e l’allevamento dei maiali era
severamente vietato in tutto Israele (BQ 7:7). ‹Maledetto l’uomo che alleva
maiali› (M 64b e Sotah 49b) era considerato un principio basilare
assolutamente incontestabile. Il ‹porco› era anche l’immagine dell’odiato
impero romano. A ciò s’aggiunge il fatto che la X legione fretense, che
allora assicurava in Israele la famigerata pax romana
ricorrendo brutalmente alla spada aveva come mascotte un cinghiale. Se a
tutto questo s’aggiunge che i legionari Romani spesso arricchivano il loro
povero rancio militare con carne di maiale rastrellata nei villaggi greci
della Decapoli, è chiaro che i termini ‹porci› e ‹legione› emanavano un
odioso odore politico, soprattutto presso tutti coloro che speravano nella
liberazione d’Israele, come si dice così eloquentemente nel
Magnificat (Luca 1:49-55), nel
Benedictus (Luca 1:68-71) e nella
Profezia di Hanna (Luca 2:38). Perciò, quando Yeshua ammonisce i suoi di
‹non gettare le perle davanti a i porci›, essi comprendono che non si deve
sprecare la sapienza della Torah per i pagani e soprattutto per i Romani.
Qui, nella guarigione dell’indemoniato, i riferimenti allo ‹spirito immondo›,
che si presenta come ‹legione›, ‹perché siamo molti›, e poi ‹scongiura con
insistenza Yeshua di non cacciarlo fuori da quella regione›, ma di ‹mandarlo
da quei porci›, sono altrettante evidenti allusioni all’indesiderata potenza
romana. Anch’essa ‹non voleva lasciare la regione›; anch’essa aveva uno
‹spirito immondo› ed era molto numerosa; anch’essa era associata
inequivocabilmente ai porci nel linguaggio comune. Perciò, è impossibile non
percepire la gioia del narratore quando parla della fine di tutti quei
porci, per i quali si è letteralmente pregato ‹il mare› di venire in
soccorso. I Romani erano giunti in Israele proprio ‹dal mare›, contro la
volontà del popolo Ebreo, per cui il loro ritorno a casa sul mare, meglio
ancora a capofitto ‹giù nel mare›, corrispondeva al desiderio di tutti gli
Ebrei del tempo. A tale riguardo, si può ancora ricordare che Matteo indica
come luogo della guarigione Gadara, che, diversamente da Gerasa, si trovava
in prossimità del mare ed era stata distrutta due volte nella guerra contro
Roma ed i suoi abitanti erano stati massacrati, fatti prigionieri o
crocifissi. Il nocciolo storico di questo racconto può esprimere il
desiderio, assolutamente comprensibile nei sopravvissuti a quel massacro,
che i ‹porci Romani› sprofondassero, come un tempo i cavalieri del Faraone,
fra le onde del mare.
Anche Joachim Gnilka afferma giustamente nel suo commento: «L’origine del
racconto potrebbe essere zelota, e nella scelta di quel termine si può
sospettare qualcosa di più, vedervi cioè un’allusione alla situazione
politica della regione»”.
(“Bibbia
tradotta, Bibbia tradita”, parte terza, 1, 25).
Il fatto che il testo greco degli Evangeli fu concluso in pieno periodo di
persecuzione contro i seguaci di
Yeshua da parte dei Romani è un motivo più che valido per utilizzare delle
metafore che non possano essere capite da questi. Diversamente dalle
Scritture Ebraiche, che raccontano la verità storica, il Nuovo Testamento è
pieno d’allegorie, proprio per questo motivo. La stessa città di Roma viene
chiamata "Babilonia" (città che allora si trovava in territorio dei nemici
dei Romani, l’Impero dei Parti) per non compromettere né l’autore né i
lettori e permettere che il testo sopravvivesse. Che i gentili siano
rappresentati da animali non è inusuale, infatti, nella visione del Profeta
Daniel, gli imperi mondiali sono raffigurati da diverse bestie, di cui la
più terribile ed abominevole è proprio la bestia romana. Ai cristiani piace
molto dare un’interpretazione simbolica alla Bibbia, quindi, non dovrebbero
avere difficoltà ad ammettere che anche questo racconto sia incluso nel loro
elenco di allegorie, visto che le prove contro la letteralità dello stesso
sono schiaccianti. Non ci risulta che né Gerasa né Gadara fossero città
prevalentemente abitate da non-Ebrei, per cui l’allevamento di porci in
quella zona è altamente improbabile, com’è assurda la quantità di duemila −
è invece realistico pensare che ci fossero delle legioni romane stanziate in
quell’area.
Vorrei chiarire che con questo non abbiamo nessuna intenzione di offendere i
cittadini di Roma, i quali sono come tutti gli esseri umani uguali davanti
ad Elohim ed hanno anch’essi bisogno di misericordia divina ed hanno la
stessa dignità dei Giudei e di tutti i popoli. Questa riflessione è
semplicemente un’analisi storica della situazione sociale e politica di quel
tempo, in cui l’Impero Romano s’era guadagnata la cattiva fama per i suoi
metodi atroci di conquista e dominazione. I soldati Romani d’altronde, erano
maggiormente dei mercenari di svariate origini, non necessariamente Romani
nel senso stretto del termine.
Yeshua e lo Shabat
Prima d’iniziare con questo
capitolo, vorrei togliere la curiosità di coloro che probabilmente si
domanderanno qual’è la mia filiazione teologica. Vi dico categoricamente che
non sono un avventista, no, a me piace molto il vino e lo bevo volentieri,
visto che non è affatto proibito dalle Scritture, ma piuttosto raccomandato.
Certo, non è concesso l’eccesso come in tutte le cose che sono buone in
essenza, ma possono essere male amministrate od utilizzate, e quindi
diventano dannose o peccaminose − il sesso, per esempio, è qualcosa di
sublime, che l’uomo ha degradato al livello di mercanzia nel commercio più
basso. Ma usato come si deve, è meraviglioso. Il vino, quindi (e sia chiaro
che quello senza alcool non è mai esistito in Israele, come ci vogliono far
credere gli avventisti), non solo è permesso, ma
“rallegra il cuore” (Salmo 104:15) ed è un’immagine della Torah. Ricordatevi
che il primo miracolo di Yeshua fu proprio fare del vino, e non poco,
addirittura dopo che era già finito (quindi, avevano bevuto i ragazzi), ed
ha fatto pure della miglior qualità, il che vuol dire, di alta gradazione...
Dopo questo breve excursus e lasciando in chiaro che non appartengo a nessun
movimento od organizzazione delle varie in circolazione con i più svariati
nomi, come sabatisti o cose simili, ci addentriamo in questo argomento.
E venne a Natzaret, dov’era
cresciuto, e com’era solito, entrò nel giorno di domenica nella
chiesa... (Luca? 4:16...)
Come? Non avete trovato questo versetto? Ah, già, scusatemi, mi sono
sbagliato, devo aver preso un evangelo apocrifo... Allora vi ritrasmetto il
versetto, quello giusto:
E venne a Natzaret, dov’era cresciuto, e com’era
solito, entrò nel giorno di Shabat nella Sinagoga. (Luca 4:16)
Ecco, adesso ci siamo.
L’avete trovato il versetto questa volta? Certo! E’ quello che avete nelle
vostre Bibbie, anche voi, i "sunday boys".
Una delle principali tradizioni pagane con cui i cristiani hanno reso
invalidi i comandamenti della Torah, addirittura uno dei Dieci −quelli che
sono considerati assolutamente invariabili e fondamentali−, riguarda il
giorno che Elohim ha ordinato sin dal principio come giorno da osservare
particolarmente, il quale i cristiani hanno sostituito con un giorno
stabilito dagli uomini, in base ad antiche tradizioni pagane relative al
culto del sole, ovvero di Baal/Osiride/Mitra. I difensori del culto
domenicale hanno inventato e continuano ad inventare ogni sorta di scuse per
giustificarsi, scuse che purtroppo per loro, non possono trovare fondamento
nella Bibbia. L’istituzione della domenica è intimamente collegata a tutte
le feste pagane introdotte nel cristianesimo, le quali hanno profonde radici
nella religione degli antichi Egizi, in Babilonia e nell’abominevole culto
cananeo di Baal. Queste feste esecrabili agli occhi d’Elohim sono state
“cristianizzate” nei concili della chiesa, principalmente quelli di Nicea e
Laodicea, per conquistare il favore dei capi religiosi pagani e sostituire
la “vecchia guardia” dei fedeli nazareni che fino a quel momento osservavano
le Scritture − ed iniziò persino la persecuzione contro di loro. Così anche
i riformatori s’accollarono l’eredità pagana della romana chiesa, la quale
appunto, come dice la parola, loro hanno semplicemente “riformato”, ma non
hanno de-paganizzato completamente, mantenendo molte tradizioni peggiori di quelle contro
le quali il Rabbino di Natzaret si batteva per purificare il culto.
I cristiani chiamano la domenica “giorno del Signore”. Tale definizione non
ha alcun fondamento biblico; nelle Scritture, il “giorno di Adonay” si
riferisce sempre al giorno della resa dei conti, chiamato anche il “giorno
dell’ira di Adonay” (cf. Apocalisse 1:10; Tzefanyah 2:2,3). D’altronde, se
c’è un giorno della settimana che possa essere chiamato “giorno del Signore”,
ce lo dice Yeshua stesso:
«Il Figlio dell’uomo è Signor dello
Shabat» (Matteo 12:8; cf. Marco 2:28; Luca 6:5)
Tuttavia, i difensori del
giorno consacrato al sole, credono di trovare una giustificazione biblica ed
accusare Yeshua, come la fazione più fanatica dei farisei, d’essere stato un
violatore dello Shabat, perché egli compiva atti necessari durante quel
giorno. Sta di fatto che nel Giudaismo autentico, sia nell’interpretazione
della Torah quanto nel Talmud, le guarigioni ed altri atti di misericordia
compiuti da Yeshua sono perfettamente legittimi. In caso di necessità, sia
nello Shabat che negli altri giorni solenni delle festività giudaiche, le
guarigioni ed altri atti definiti di servizio alla vita, non solo sono
permessi, ma espressamente comandati! Esempi di questo tipo si trovano
scritti anche nel Talmud, il libro del Giudaismo considerato dai cristiani
come la risposta ebraica al Nuovo Testamento. Quindi, coloro che accusavano
Yeshua di profanare lo Shabat perché faceva delle cose dovute e prescritte
come legittime, erano dei fanatici nello stesso modo che lo sono oggi quelli
che sostengono su questa base la presunta giustificazione per consacrare il
loro giorno romano del sole come sostituto di quello ordinato dall’Eterno
dal principio ed osservato puntualmente sia da Yeshua che dai suoi apostoli.
I cristiani sostengono che lo Shabat è il giorno che Elohim ha ordinato agli
Ebrei, ma non a tutta l’umanità: è molto facile confutare questa
affermazione, la quale non ha alcun fondamento biblico. In realtà, lo Shabat
è la prima cosa di cui le Scritture ci dicono che Elohim benedisse e
santificò:
“Il
settimo giorno, Elohim compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il
settimo giorno da tutta l’opera Sua. Ed Elohim benedisse il settimo
giorno, e lo santificò, perché in esso Egli si riposò di tutta l’opera
che aveva creata e fatta”.
(Genesi 2:2,3)
Evidentemente, non c’era
ancora alcun popolo Ebreo quando Elohim dichiarò che il settimo giorno è Shabat,
ovvero, il giorno di riposo, lo benedisse e santificò. Poi, alcuni
secoli dopo, Elohim scrisse con il Suo dito, non avvalendosi da uomo alcuno,
i Dieci Comandamenti.
“Quando l’Eterno ebbe finito di parlare con
Mosheh sul monte Sinai, gli dette le due tavole della testimonianza,
tavole di pietra scritte con il dito d’Elohim”.
(Esodo 31:18)
Perché Elohim abbia scritto
di Persona, con il Suo proprio dito, doveva essere qualcosa d’importante, di
trascendente, d’immutabile, visto che tutte le Scritture sono state da Lui
ispirate, ma scritte tramite i Suoi Profeti, invece queste parole Egli le
scrisse personalmente. Cosa scrisse di così fondamentale? I Suoi
comandamenti, tra i quali Egli ordinò anche
questo:
“Ricordati del giorno dello Shabat per
santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ in essi ogni opera tua; ma il
settimo è Shabat, santo all’Eterno, il tuo Elohim. Non fare in esso
lavoro alcuno, né tu, né il tuo figlio, né la tua figlia, né il tuo
servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero ch’è dentro
le tue porte; poiché in sei giorni Adonay creò i cieli, la terra, il
mare e tutto ciò ch’è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò
l’Eterno ha benedetto il giorno di Shabat e l’ha santificato”.
(Esodo 20:8-11)
Erano questi Comandamenti
soltanto per Israele? Se è così, allora i cristiani possono adorare altri
déi, erigersi idoli, nominare il Nome d’Elohim invano, disprezzare i
genitori, assassinare, commettere adulterio, rubare, calunniare, concupire
le cose del prossimo? Se non sono tenuti a rispettare lo Shabat, non lo sono
neanche nei riguardi degli altri nove! Non è a caso che la Torah fu data a Mosheh non
nella Terra Promessa, Eretz Yisrael, ma in Sinai, ovvero, in un territorio
assegnato ai gentili!
Questo comandamento, il quarto, contiene delle particolarità che
apparentemente non sono prese in considerazione nel modo che dovrebbero
esserlo:
In primo luogo, è l’unico dei Dieci che inizia con la parola
“ricordati”: questo significa che è qualcosa che esisteva già da prima, che
era stato stabilito dal principio.
Infatti, per ricordare una cosa, bisogna che essa sia stata ordinata in
precedenza.
Questo è uno dei quattro Comandamenti che regolano il comportamento
dell’uomo verso Elohim, mentre gli altri sei si riferiscono ai rapporti
dell’uomo verso il suo prossimo. Notare che in nessuno di questi, il
prossimo è determinato. Invece, questo è l’unico dei Comandamenti che nomina
specificamente anche i gentili:
“Non fare in esso lavoro alcuno, né tu,...
né lo straniero...”; evidentemente, lo Shabat doveva essere
rispettato anche dai
gerim, cioè, dai non-Ebrei. Lo Shabat
non fu istituito solo per gli Ebrei, ma per tutta l’umanità, e non solo,
perché abbiamo ancora un ulteriore elemento:
“Non fare in esso lavoro alcuno, né tu,...
né il tuo bestiame...”: forse gli animali sono anch’essi Ebrei?
Essi sono invece parte della Creazione, e per questo motivo devono anch’essi
essere lasciati in pace nel giorno che Elohim determinò sia di riposo.
Risulta evidente che lo Shabat è l’unico
Comandamento valido per l’intera
Creazione!
Questi versi sopra citati si trovano nelle Scritture Ebraiche, le quali i
cristiani considerano invalidate (dalla loro tradizione). Vediamo quindi quali sono le
indicazioni che ci da il Nuovo Testamento riguardante il giorno da
consacrare specialmente al culto:
E vennero in Kefar-Nahum, e subito, lo Shabat, Yeshua,
entrato nella Sinagoga, insegnava. (Marco 1:21)
E quando venne lo Shabat, [Yeshua] si mise ad insegnar nella
Sinagoga. (Marco 6:2)
E venne a Natzaret, dov’era cresciuto; e com’era solito,
entrò di Shabat nella Sinagoga, e alzatosi per leggere, gli fu dato il
rotolo del Profeta Yeshayahu. (Luca 4:16,17)
E scese a Kefar-Nahum, città di Galilea, e vi stava
ammaestrando il popolo nei giorni di Shabat. (Luca 4:31)
Or avvenne in un altro Shabat ch’egli entrò nella Sinagoga,
e si mise ad insegnare. (Luca 6:6)
Or egli stava insegnando in una Sinagoga in giorno di
Shabat. (Luca 13:10)
Nel Nuovo Testamento possiamo soltanto trovare conferma che
lo Shabat è il giorno dedicato al culto, il quale Yeshua stesso osservò,
come è stato ordinato dal Padre sin dalla Creazione. Yeshua non ci ha dato
alcuna indicazione di trasferire la solennità dello Shabat ad un altro
giorno. Dopo la sua risurrezione − che è la scusa principale che presentano
i cristiani per consacrare il loro culto nel primo giorno della settimana,
argomento che vedremo più avanti − verifichiamo se gli apostoli hanno fatto
diversamente:
Ed essi, passando oltre Perga, giunsero ad Antiochia di
Pisidia; e recatisi lo Shabat nella Sinagoga, si posero a sedere. E dopo
la lettura della Torah e dei Profeti, i capi della Sinagoga mandarono a
dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola d’esortazione da rivolgere
al popolo, ditela». (Atti 13:14,15)
E quando i Giudei uscivano dalla Sinagoga, i gentili
pregarono loro di parlare di quelle medesime cose al popolo lo Shabat
seguente... E lo Shabat successivo, quasi tutta la città si radunò per
udire la parola d’Elohim. (Atti 13:42,44)
E di là ci recammo a Filippi, città capitale di quella
regione della Macedonia, che è colonia romana... E nel giorno di Shabat
andammo fuori della porta, presso il fiume, dove supponevamo fosse un
luogo d’orazione, e seduti, parlavamo alle donne ch’erano quivi
radunate... Ed ella fu battezzata con quelli della sua casa... (Atti
16:12,13,15)
E Shaul, secondo la sua usanza, andò da loro e per tre
Shabat tenne con loro ragionamenti sulle Scritture. (Atti 17:2)
Ed ogni Shabat parlava nella Sinagoga, e persuadeva
Giudei e Greci. (Atti 18:4)
Shaul, l’apostolo dei gentili, predicava anch’egli ogni
Shabat, e non solo agli Ebrei, ma anche ai gentili! E predicava la Torah! Ai
gentili! In nessun caso ci si
dice che egli abbia minimamente accennato che si dovesse sostituire lo Shabat
per il primo giorno della settimana. Shaul insegnò anche i suoi discepoli gentili
di radunarsi ogni Shabat per il culto, secondo com’era
stato ordinato da Elohim. Erano già diversi anni che la risurrezione di
Yeshua era accaduta, ma gli apostoli e tutti i discepoli ancora celebravano
il culto ogni Shabat. Se l’apostolo Shaul avesse voluto trasmettere un
cambiamento di programma, un’innovazione, proclamando il primo giorno della
settimana come quello in cui si doveva rendere culto, quale migliore
occasione di questa per farlo? Era stato pregato dai capi della Sinagoga
d’esprimere quello che aveva da dire, i gentili erano pronti ad ascoltarlo,
ed egli persuadeva Giudei e gentili! Perché non diede quest’ordine di
sostituire lo Shabat con il primo giorno della settimana? Evidentemente,
perché non era assolutamente nei piani dell’Eterno. Infatti, in Atti
13:29-37, egli parla sulla risurrezione di Yeshua in maniera convincente, ma
non fa alcuna menzione della presunta dedicazione del primo giorno della
settimana come quello che i credenti nel Messia di Natzaret debbano
osservare al posto del giudaico Shabat. Nemmeno una parola. Notare che
queste persone che chiedono lui d’insegnarli la verità erano gentili, non
Ebrei! Non avevano alcun legame né religioso né culturale con lo Shabat
ebraico. Potevano benissimo essere indottrinati senza l’influenza del
Giudaismo. Shaul, detto Paolo, pronto a discutere ardentemente con Kefa e
con tutti gli apostoli di Yerushalaym per far valere la sua opinione, non
dice niente sulla consacrazione della domenica! Continua ad osservare lo
Shabat, e lo insegna anche ai gentili! Questi gli chiedono espressamente di
parlare loro del messaggio che egli predicava, erano veramente desiderosi di
ascoltarlo; tuttavia, Shaul non dice loro ‹ci vediamo domani per il culto›,
ma li fa aspettare fino allo Shabat successivo! Come mai non c’era la
riunione anche la domenica? Non era quella una chiesa cristiana? Shaul,
detto Paolo, l’apostolo dei gentili, il rivoluzionario predicatore del nuovo
messaggio, il giorno di domenica probabilmente lavorava o era impegnato con
le sue attività giornaliere, perché il giorno prescelto dal suo Signore per
celebrare il culto era lo Shabat.
Più avanti, in Europa, Shaul trova delle donne che si riunivano per adorare
Yeshua di Natzaret nel giorno di Shabat. Esse erano gentili, non Ebree.
L’apostolo, se fossero state nell’errore, seguendo una dottrina “giudaizzante”
(così definiscono oggi i pastori cristiani a coloro che vogliono ubbidire i
comandamenti d’Elohim), le avrebbe corretto, insegnandole la sana dottrina,
la retta via, e senz’altro le avrebbe detto ‹sorelle, non osservate più
questo giorno, siete nella grazia, non più sotto la Legge›... invece, nel
giorno di Shabat, egli le battezzò! C’è qualcosa che non quadra con
l’insegnamento della maggioranza dei cristiani...
Da dove tirano fuori i cristiani la loro teoria
che si debba consacrare la domenica? Non dalla Bibbia! C’è bisogno ancora di
ulteriore conferma? leggiamo ciò che scrisse l’autore della lettera detta
“agli Ebrei” (che non era Shaul, ma di questo parleremo più avanti):
Rimane dunque il riposo dello Shabat per il popolo
d’Elohim. (Ebrei 4:9)
Ciò vuol dire che è lo Shabat il giorno riservato al popolo
d’Elohim. Yeshua, nella sua profezia sugli avvenimenti degli ultimi
tempi, disse:
«E pregate che la vostra fuga non avvenga d’inverno, né di Shabat».
(Matteo 24:20)
Per quale motivo Yeshua esorta a pregare che
non si debba fuggire durante lo Shabat, se questo giorno non è quello da
osservare? Che senso avrebbe una tale preghiera in un tempo futuro,
se lo Shabat non fosse ancora il giorno che si deve dedicare all’adorazione
d’Elohim? Evidentemente, Yeshua non era stato informato che le cose
sarebbero state cambiate, ed ha profetizzato senza adeguarsi alla nuova
situazione... Oppure, si sono sbagliati coloro che hanno deciso senza alcun
fondamento scritturale, d’osservare il primo giorno della settimana al posto
dello Shabat! Quale delle due possibilità è più credibile?
Yeshua parlava della persecuzione contro il popolo d’Elohim, e convalida lo
Shabat come il giorno che esso deve osservare. Nell’Apocalisse abbiamo
descritte due caratteristiche di questo popolo perseguitato:
Ed il dragone s’adirò contro la
donna ed andò a far guerra contro il rimanente della sua progenie, che
osserva i comandamenti d’Elohim e ritiene la testimonianza di Yeshua.
(Apocalisse 12:17)
Qui è la costanza dei santi,
coloro che osservano i comandamenti d’Elohim e la fede in Yeshua.
(Apocalisse 14:12)
Notate qualcosa di particolare? Quali sono le
caratteristiche dei santi? La prima di queste è che osservano i
comandamenti! Allora perché i cristiani insistono che basta solo la seconda
di queste caratteristiche? E come possono essi ritenere la testimonianza di
Yeshua, che osservò lo Shabat ed insegnò ad osservarlo, se loro non lo
fanno? “Chi dice di dimorare in lui [o di ritenere la sua
testimonianza], deve camminare nello stesso modo ch’egli camminò”.
Egli, Yeshua, camminò osservando tutti i comandamenti, incluso il “più
minimo”, e non ha mai esonerato nessuno dal dover farlo.
Tuttavia, ci sono due versetti dai quali i cristiani
prendono spunto, arrampicandosi sugli specchi, per giustificare la loro
posizione in difesa della domenica:
E nel primo giorno della settimana, mentre
eravamo radunati per rompere il pane, Shaul, dovendo partire al
sorgere il giorno, ragionava con loro e continuò il suo discorso
fino a mezzanotte. C’erano molte lampade nella camera superiore,
dove eravamo radunati. E un certo giovinetto,... fu preso di
profondo sonno; e come Shaul tirava in lungo il suo discorso,
sopraffatto dal sonno, cadde... Ed essendo risalito, [Shaul] ruppe
il pane e prese cibo; e dopo aver ragionato a lungo sino all’alba,
senz’altro partì. (Atti 20:7-9,11)
«Ogni primo giorno della settimana ciascun
di voi metta da parte a casa quel che potrà secondo la prosperità
concessagli, affinché, quando verrò, non ci sian più collette da
fare». (1Corinzi 16:2)
Esaminiamo prima il brano del Libro degli
Atti:
Innanzitutto, bisogna tener presente come si contano i giorni nella
Bibbia − che è come lo fanno tuttóra gli Ebrei: dal tramonto al
tramonto; ossia, la prima parte del giorno è in realtà la sera e la
notte, e la seconda parte è il mattino ed il pomeriggio, fino al
tramonto, quando inizia il giorno successivo. Così leggiamo in Genesi i
giorni della Creazione: “ fu sera, poi fu mattina”
(Genesi 1:5,8,13,19,23,31), e così è come si contano i giorni in tutte
le Scritture. Poi, bisogna considerare i tempi verbali. Quindi, noi
possiamo facilmente capire in quale momento si svolgono gli eventi, e a
cosa si riferiscono: “mentre eravamo radunati per rompere il
pane”, frase che i cristiani senza
pensarci due volte interpretano come la celebrazione della santa cena,
in realtà non dice assolutamente che questo “rompere il pane” abbia a
che fare con il culto o l’adorazione (come vedremo nel verso 11), ma
semplicemente con la necessità fisiologica dell’alimentazione, visto che
Shaul doveva partire la mattina presto. Infatti, “mentre
eravamo radunati” indica continuità,
un azione che si protrae da un momento precedente. E’ parte dei costumi
giudaici mangiare assieme dopo la celebrazione del culto, atto che si
chiama “kiddush”, l’equivalente di ciò che i cristiani comunemente
chiamano “agape”. Quindi, questo primo giorno della settimana è quello
che per noi in occidente si definisce come "sabato sera"; infatti, che
era buio si capisce dal fatto che c’erano molte lampade dov’erano
riuniti, e Shaul continuava il suo insegnamento che aveva naturalmente
iniziato durante lo Shabat. La tavola era apparecchiata perché egli
doveva partire al sorgere il giorno, ovvero al mattino, e quindi si
erano avviati a mangiare, ma egli continuava il suo discorso. Si
prolungò fino a tarda notte, quando accadde il fatto d’Eutico che s’era
addormentato. Finalmente, Shaul ruppe il pane, e ci viene anche detto
perché: per prendere cibo (non per celebrare la santa cena!), e poi,
all’alba, che era ancora lo stesso primo giorno della settimana, giorno
lavorativo, egli partì. Inutile che i predicatori insistano che si
trattava della domenica sera, perché è semplicemente impossibile che
l’autore abbia considerato la scadenza del giorno all’occidentale, non
essendo assolutamente in vigore il sistema orario che normalmente
conosciamo oggi. Inoltre, qui non dice che ci siano stati momenti
d’adorazione o di preghiera, cosa che avevano già fatto durante il
giorno, nello Shabat, ma semplicemente che Shaul, dovendo partire, ha
voluto dare il suo insegnamento perché questi fedeli avessero la
possibilità d’ascoltare il più possibile prima della sua partenza. In
pratica, si tratta di uno studio biblico, non della riunione principale
in cui l’adorazione e la preghiera sono gli elementi fondamentali.
Quindi, questo brano non da alcun suggerimento in favore di un culto
domenicale, ma piuttosto lo confuta, perché Shaul partì quello stesso
giorno al mattino, cosa che non avrebbe fatto se fosse stato lo Shabat,
il giorno in cui egli celebrava il culto.
In quanto al
secondo brano, 1Corinzi 16:2, è puntualmente interpretato come una raccolta
dell’offerta durante il culto, com’è consuetudine nelle chiese cristiane. Se
i predicatori facessero un po’ più d’attenzione a quello che è scritto,
considerando le parole nel modo corretto, non ci vorrebbe molto perché
arrivassero alla conclusione giusta: “ciascun di voi metta da parte
a casa quel che potrà” − a casa o
durante il culto?... In realtà, non c’è il minimo accenno ad una riunione,
né che questa raccolta faccia parte dell’adorazione. Ciò che Shaul consiglia
è molto chiaro: che si metta da parte quello che si ha in cuore d’offrire
già nel primo giorno lavorativo, perché non sia poi speso durante la
settimana, come normalmente succede se non si separa il denaro da
risparmiare. In questo modo, quando egli verrà, ognuno avrà già pronta la
propria offerta, senza bisogno di dover fare una raccolta ad ultimo momento.
Non c’è in questo brano alcun accenno al giorno in cui si celebra il culto −
in ogni caso, in tutto il Nuovo Testamento, quando il giorno in cui si
radunavano i discepoli per l’adorazione è specificato, dice chiaramente che
era lo Shabat. Certamente, questo brano non è sufficiente per giustificare
il culto domenicale, di cui nemmeno parla. In realtà, i predicatori, molto
impegnati ad insegnare al popolo che si devono dare molte offerte, e anche
la decima (un comandamento della “Legge”, del quale il Nuovo Testamento non
fa’ parola!) utilizzano anche questo verso per prendere due piccioni
con una fava: convincere le persone di celebrare il culto la domenica, e di
dare molte offerte − le quali, prendendo letteralmente l’insegnamento di
Shaul, dovrebbero raccogliersi soltanto in quel giorno,
“affinché, non ci sian più collette da fare”,
tuttavia, nelle chiese cristiane si raccoglie l’offerta ogni volta che c’e il
culto, in qualsiasi giorno della settimana... E poi, l’importanza di dare la
decima è un chiaro esempio che per i cristiani la
“Legge” a volte e valida, dipende se conviene o meno.
Tuttavia, ci sono altri versi nel Nuovo Testamento
che i cristiani usano in difesa del loro culto domenicale, ma ciò indica
soltanto che questi esegeti hanno dei grossi problemi con la matematica:
Or la sera di quello stesso giorno,
ch’era il primo della settimana, ed essendo, per timore dei Giudei,
serrate le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, Yeshua
venne e si presentò in mezzo a loro, dicendo:
«Shalom aleichem!»... E otto giorni dopo, i suoi discepoli erano di
nuovo in casa, e Toma era con loro.
Yeshua venne, a porte chiuse, e si presentò in mezzo a loro,
dicendo:
«Shalom aleichem!» (Yohanan 20:19,26)
Il primo episodio
avvenne nella sera del giorno in cui i discepoli scoprirono ch’era risorto,
ovvero, il primo della settimana, verso la fine di quel giorno (perché,
essendo sera, doveva iniziare al tramonto il secondo giorno). Intanto, non
dice che essi stavano celebrando alcun culto nel momento in cui Yeshua
apparve, ma erano semplicemente chiusi in casa perché avevano paura.
Aggiungere alle parole della Bibbia situazioni che pensiamo siano probabili
non sono sicuramente il modo corretto di stabilire una certezza sulla quale
fondare una dottrina. Potevano, forse, trovarsi in preghiera, ma non ci è
detto. Era domenica sera, alla scadenza del giorno, quando Yeshua si
presentò. Il secondo episodio avvenne otto giorni dopo, e qui sembra
che per gli esegeti cristiani la matematica improvvisamente diventa
un’opinione, perché: come fa ad essere anche questo il primo giorno della
settimana? La prima apparizione fu domenica sera, otto giorni dopo, era
anch’esso domenica? Incredibile! Mi ricorda la storiella di quell’Ebreo che,
avendo trovato una borsa piena di denaro, molto pesante, proprio un giorno
di Shabat, pregò Elohim ed Egli trasformò quel giorno in domenica, in modo
tale che questo Ebreo potesse trasportare il peso senza violare il
comandamento... Infatti, otto giorni dopo la domenica è lunedì, e prendendo
in considerazione che era già verso la fine del giorno, poteva addirittura
essere un martedì. Nella Bibbia le matematiche sono una scienza esatta. Il
settimo giorno è quello che precede l’ottavo, e l’ottavo è quello dopo il
settimo:
«Rimarrà sette giorni
presso la madre; l’ottavo giorno, me lo darai» (Esodo 22:30)
«Starà sette giorni sotto la madre; dall’ottavo giorno in poi, sarà
gradito come sacrificio» (Levitico 22:27)
“... sarà impura sette giorni... l’ottavo giorno si circonciderà la
carne del prepuzio del bambino”. (Levitico 12:2,3)
“Per sette giorni si farà
l’espiazione per l’altare... E quando quei giorni saranno compiuti,
l’ottavo giorno e in seguito...”
(Yehezkel 43:26,27)
Ci sono molti altri esempi come questi nelle
Scritture, in cui le teorie della matematica non vengono smentite. Tuttavia,
se qualcuno ha dei dubbi su come si contano i giorni, è interessante
considerare i seguenti due brani:
“...
Shlomo celebrò una festività, e tutto Israele con lui... per sette
giorni, e poi per altri sette, in tutto quattordici
giorni”. (1Re 8:65)
“Le purificazioni cominciarono il primo giorno del primo mese, e l’ottavo
giorno dello stesso mese vennero al portico dell’Eterno, e per otto
giorni purificarono la Casa dell’Eterno; il sedicesimo giorno del
primo mese avevano finito”. (2Cronache 29:17)
Ecco come si contano i giorni! Non c’è alcun
mistero, né formule kabbalistiche: 7+7=14; 8+8=16. Quindi, lo stesso
criterio matematico è valido sempre, e se Yeshua si presentò ai discepoli
domenica sera, otto giorni dopo era per forza lunedì, oppure, se quella
prima volta si fermò con loro e quando se ne andò era già lunedì, otto
giorni dopo era martedì. Questo gli esegeti che difendono l’osservanza della
domenica non lo riescono a capire. Sono comunque sicuro che, se nel testo di
Yohanan 20:26 fosse scritto
“sette giorni dopo”, essi non avrebbero interpretato che si
trattava del sabato, ma avrebbero fatto bene i conti e rimarrebbe sempre,
come piace a loro, domenica.
Quindi, non c’è
nella Bibbia nessun ordinamento che stabilisca la solennità del primo o
dell’ottavo giorno? Certo che c’è! Come no! Proprio nella Torah!
Addirittura, sono giorni nei quali si deve proclamare santa convocazione e
solenne radunanza! Leggiamo:
“Per sette giorni mangerete
pani azzimi... dal primo giorno fino al settimo... E il primo giorno
avrete una santa convocazione, ed una santa convocazione il settimo
giorno. Non si faccia alcun lavoro in quei giorni; si prepari soltanto
quel ch’è necessario a ciascuno per mangiare, e non altro. Mangiate pani
azzimi dalla sera del quattordicesimo giorno del mese, fino alla sera
del ventunesimo giorno”. (Esodo
12:15,16,18)
“Il primo mese, il quattordicesimo giorno del mese, sull’imbrunire,
sarà la Pesach dell’Eterno; ed il
quindicesimo giorno dello stesso mese sarà la festività dei pani
azzimi... Il primo giorno avrete una santa convocazione; non farete in
esso alcun lavoro... Il settimo giorno avrete una santa convocazione;
non farete in esso alcun lavoro”.
(Levitico 23:5-8)
“Il settimo mese, il primo giorno del mese, avrete un Shabat
solenne, una commemorazione fatta a suono di tromba, una santa
convocazione. Il quindicesimo giorno di questo settimo mese sarà Sukkot
durante sette giorni, in onore dell’Eterno. Il primo giorno vi sarà una
santa convocazione, non farete alcun lavoro... L’ottavo giorno avrete
una santa convocazione... è giorno di solenne radunanza, non farete
alcun lavoro”. (Levitico 23:24,34-36)
C’è soltanto un particolare: questi “primo giorno”
ed “ottavo giorno” non sono quelli della settimana, ma quelli delle
festività! Infatti, questi sono determinati dal mese − il primo del mese, il
quattordicesimo, il ventunesimo... I primi due brani si riferiscono alla
Pesach e alla celebrazione di Matzah, dal 14 al 21 di Nisan/Aviv; il terzo passo
regola le festività di Yom Teruah (Rosh HaShanah), il primo di Tishri/Etanim, e
Sukkot, dal 15 al 23 di Tishri/Etanim. Quindi, primo giorno del mese non è lo
stesso che primo giorno della settimana; nel calendario ebraico, come in
quello occidentale a noi conosciuto, i giorni del mese non coincidono con
l’ordine settimanale, e quindi, questo
“primo giorno” della festività può occorrere in qualsiasi giorno della
settimana. Magari i cristiani a cui la loro domenica è tanto cara s’erano un
po’ illusi, ma purtroppo per loro, non c’è speranza alcuna di santificare la
domenica, a meno che essa sia proprio in coincidenza con un giorno di
festività giudaica.
Visto che dalle Scritture non si può neanche prendere uno spunto per
spiegare il perché i cristiani − salvo rare eccezioni − osservano il primo
giorno della settimana anziché quello ordinato da Elohim, ci chiediamo quale
sia l’origine di tale innovazione, e quando essa sia stata introdotta. La
tradizione del cristianesimo nella sua forma attuale risale in realtà a
secoli prima della nascita di Yeshua di Natzaret; i giorni festivi e le
cerimonie ad essi connesse esistevano già nell’antico Egitto, in Babilonia,
nell’India, in Grecia e Roma. E’ da queste antiche tradizioni che si sono
tramandati simboli come l’albero di natale e la croce, caratteristiche
architettoniche come rosoni, ogive, torri ed obelischi, e feste come il
natale, la pasqua, e l’osservanza della domenica. Esporre tutti questi
elementi richiederebbe uno studio a sé, il che non è il proposito di questo
sito; tuttavia, tratteremo sommariamente alcuni di questi punti quando sarà
opportuno se collegato ad argomenti di cui ci occupiamo in questo studio,
come ad esempio in questo caso, l’origine del culto domenicale.
Infatti, i sacerdoti del sole nell’antico Egitto rendevano omaggio alla loro
divinità il primo giorno della settimana, al mattino perché è quando il sole
sorge (contrariamente alle festività ebraiche, che puntualmente iniziano al
tramonto). In quel giorno essi condividevano una sottile cialda in forma
circolare, che rappresentava il disco solare, ovvero, un’ostia. Essa era
custodita in un ostensorio con la forma del sole, con i raggi intorno al
disco centrale − avete visto questo oggetto in qualche luogo di culto? Come
parte del rituale, i sacerdoti Egizi disegnavano con le mani sul loro petto
il segno della croce, simbolo che si trova in ogni monumento egizio,
conosciuto comunemente con il nome di
ankh. Nella loro cerimonia
domenicale, essi celebravano la morte e risurrezione d’Osiride. Questa è la
base teologica di tutte le religioni pagane che hanno poi contribuito alla
definizione del cristianesimo greco-romano. Il culto cananeo di Baal era
simile, fondato sui misteri di Tamuz, il figlio di Ashtarte compianto
durante la quaresima (Yehezkel 8:14). Per queste religioni il primo giorno
della settimana era sacro, perché rappresentava l’inizio della vita,
concetto fondamentale nei culti solari e fallici, come lo erano quello
egizio, cananeo e romano. A chi volesse informazione dettagliata sugli
elementi del paganesimo adottati dal cristianesimo, raccomando di consultare
"The Two Babylons", Alexander Hislop, Loizeaux Brothers, Neptune, New
Jersey, 1916 (prima edizione), in
inglese.
“ La quarta bestia è un
quarto regno sulla terra... Egli proferirà parole contro l’Altissimo,
ridurrà allo stremo i santi dell’Altissimo, e penserà di mutare i tempi
e la legge”. (Daniel 7:23,25)
Questa figura della quarta bestia è
universalmente identificata con l’Impero Romano nelle sue varie forme, che
si ripresenta nella fine dei tempi − in pratica, rappresenta tutti gli
imperi dell’occidente, i quali hanno in un modo o l’altro ricevuto l’eredità
di Roma, principalmente nell’ambito religioso. Questo soggetto usa il suo
potere politico per “mutare i tempi e la legge”, che nel linguaggio del
Profeta si può parafrasare come “cambiare il sistema ordinato dall’Altissimo
alterando il calendario e sostituendo i comandamenti”;
infatti, questo atto di mutare i tempi e la legge non è una cosa leggera, ma
è compiuto direttamente contro l’Altissimo e contro i Suoi santi, come il
Profeta ci spiega chiaramente.
Ci
sono, inoltre al Nuovo Testamento, diversi documenti e prove storiche che
nei primi quattro secoli successivi all’era apostolica, i cristiani
osservavano lo Shabat nel settimo giorno della settimana, ed era il giorno
scelto per celebrare il culto principale. Lo storico Giuseppe Flavio, in
riferimento all’espansione del messaggio evangelico nel primo secolo
scrisse: “Non c’è alcuna città dei Greci, né dei barbari, né di qualsivoglia
nazione, in cui la nostra usanza di riposare lo Shabat non sia stata
introdotta”.
Lo Shabat rappresentava per i Romani un’odiosa pratica dei Giudei, popolo
che si ribellò diverse volte contro l’autorità imperiale e che,
irriducibile, costrinse i Romani a distruggere Yerushalaym ed espellere i
Giudei dalla loro terra, dando inizio alla Diaspora. Il fatto che i
discepoli del Nazareno, anche non essendo Giudei, avessero la stessa Legge
di questi, dava profondo fastidio all’impero. Così Vespasiano e Domiziano
imposero delle tasse suppletive a tutti coloro che osservavano lo Shabat.
Poi Adriano, nel 135 CE mise fuorilegge il riposo sabbatico; ciononostante,
Giudei e cristiani continuarono ad essere fedeli al comandamento d’Elohim.
Tuttavia, dovettero ancora passare due secoli di persecuzioni da parte
dell’impero perché, nell’ambito cristiano, lo
Shabat fosse gradualmente sostituito dal giorno sacro al sole, imposto dal
potere politico-religioso imperiale. Nel 321 CE, il famigerato Costantino,
l’imperatore "cristiano", fervente adoratore del sole, il quale, dopo la sua
"conversione" al cristianesimo compì diversi crimini ed omicidi atroci anche
contro membri della sua famiglia, decretò:
“Nel venerabile
giorno del sole, i magistrati ed il popolo residente nelle città dovrà
riposare, e tutti i negozi saranno chiusi. Soltanto nelle campagne gli
agricoltori potranno lavorare perché il giorno successivo potrebbe non
essere idoneo per seminare e piantare”. − Codex Justinianus,
lib. 3, tit. 12, 3.
Poi, nel 325 CE fu istituito il concilio di Nicea, nel quale l’imperatore
impose di cambiare in tutto l’Impero Romano il giorno di culto sostituendo
lo
Shabat, osservato dai cristiani, con il giorno del sole (domenica), per
condiscendenza con i pagani, i quali per legge dovevano accettare il
cristianesimo, nuova religione ufficiale dell’impero. Da quel momento in
poi, migliaia di cristiani furono messi a morte perché continuavano ad
osservare lo Shabat e non la domenica. Altri iniziarono a dedicare entrambi
giorni al culto, per non abbandonare lo Shabat istituito da Elohim e non
disubbidire all’autorità politica. La storia ci attesta che nel corso dei
secoli, milioni di persone furono uccise per opporsi ai dettami della chiesa
cattolica romana, i quali erano eseguiti dall’autorità civile. In questo
stesso concilio di Nicea, la Pesach cristiana fu sostituita con la pasqua
romana che si festeggia tuttóra − vedremo questo argomento più avanti, nel
capitolo riguardante l’ultima cena e la risurrezione.
A questo concilio seguì quello di Laodicea in Frigia Pacatiana nel 363-364
CE. Il nome "Laodicea" vi dice qualcosa? Nel canone XXIX il concilio
decretò:
“I
cristiani non devono giudaizzare riposando nello Shabat, ma devono lavorare
quel giorno e riposare di domenica. Se qualcuno è còlto nell’atto di
giudaizzare, sia dichiarato anatema a Cristo”.
La chiesa determinò che essi fossero messi a morte. Le leggi
divennero talmente severe, che nessuno poteva avere un lavoro, né
intraprendere un’attività commerciale o concludere un affare se non
accettava di lavorare durante lo Shabat e riposare la domenica. Proprio come
profetizzato nell’Apocalisse:
“E faceva
sì che nessuno potesse comprare o vendere, se non chi avesse il marchio”
(13:16,17). E’ interessante il fatto che questo marchio dev’essere messo
sulla mano destra o sulla fronte, proprio come il giorno solenne ordinato
dall’Eterno doveva essere
“come un segno sulla tua mano, come un
memoriale fra i tuoi occhi, affinché la Legge dell’Eterno sia nella tua
bocca”
(Esodo 13:9). Il concilio di Laodicea fu l’inizio dell’adempimento di questa
profezia, introducendo il primo elemento che può identificarsi come uno dei
componenti del marchio della bestia romana, un segno che sostituisce quello
stabilito da Elohim − anche se non il marchio nella
sua complessità, che è piuttosto un insieme di elementi, leggi e costumi.
Questo stesso decreto costituisce una prova che fino a quel momento, i
cristiani osservavano lo Shabat, altrimenti, che senso avrebbe emanare una
legge contro qualcosa che nessuno fa? Infatti tutti i documenti dell’epoca e
quelli precedenti ci confermano che i cristiani niente sapevano della
domenica come giorno di culto fino a quando i pagani introdussero le loro
leggi, feste e costumi, ufficializzati dal potere politico.
Per concludere con questo capitolo, vorrei
aggiungere alcuni dati storici per ulteriore conferma di ciò che è stato
esposto. Naturalmente, l’Evangelo fu predicato anche fuori dai confini
imperiali. Molti degli apostoli si diressero in Oriente: Nataniel, Taddai e
Toma predicarono in Assiria, Kefa scrisse da Babilonia (1Kefa 5:13) −
l’interpretazione che essa possa riferirsi a Roma è puramente speculativa,
di fatto, se Kefa (più conosciuto come Pietro) fosse mai stato a Roma,
l’apostolo Shaul, detto Paolo, l’avrebbe senz’altro nominato tra coloro i
quali egli saluta nella sua lettera ai Romani. Assiria fu la prima nazione
che accettò in massa l’Evangelo, come predetto da Yeshua (Matteo 12:41; Luca
11:32) ed i missionari Assiri portarono il messaggio fino in Cina. Toma
giunse in India, dove esiste una comunità di credenti in Yeshua sin dal
primo secolo. Nel libro degli Atti 8:27-39 abbiamo la testimonianza che fu
trasmesso anche in Etiopia. In tutte queste nazioni, i cristiani osservavano
lo Shabat prima che i missionari occidentali imponessero le loro nuove
teorie e pratiche.
Quando i brutali gesuiti arrivarono in India, il loro capo richiese al
vescovo cattolico di Roma (il cui titolo è "pont-max", ereditato dagli
imperatori), che instaurasse in India l’inquisizione per estirpare il “Giudaismo”,
riferendosi all’osservanza dello Shabat.
Centinaia di persone furono condannate al rogo, quasi la totalità di essi
non erano affatto Giudei, ma dichiararono d’essere stati sempre cristiani,
da secoli! Tuttavia, non si piegarono all’imposizione dei pagano-cristiani
europei, e subirono il supplizio per fedeltà all’Evangelo.
Questa stessa istituzione criminale, i gesuiti, nel 1604 CE esercitarono
forti pressioni sul re d’Etiopia affinché esso aderisse a Roma e proibisse i
suoi sudditi cristiani di osservare lo Shabat.
Alle prove storiche s’aggiunge anche un’evidenza linguistica: i nomi dei
giorni della settimana provengono da quelli dei pianeti, i quali sono
nomi di divinità pagane. In tutte le lingue europee ad eccezione di quelle
germaniche, il settimo giorno è chiamato da un nome derivato direttamente da Shabat,
il che dimostra quanto importante è stata l’influenza dei primi
cristiani in questa scelta. Infatti, così abbiamo in italiano
sabato, in spagnolo e portoghese
sábado,
in romeno sâmbata, in greco
sabbaton, in russo e serbo
subbota, nelle altre lingue slave
sobota, in ungherese
szombat, ecc. Il fatto che invece nelle lingue germaniche non sia così
è molto significativo, ed ha una spiegazione: i popoli germanici
abbracciarono il cristianesimo nel medioevo, quando ormai esso era in piena
apostasia ed si erano già introdotti tutti gli elementi pagani greco-romani
(ai quali i germanici aggiunsero i loro, per completare), quindi, i nomi dei
giorni continuarono ad essere quelli degli déi germanici, compreso il primo
giorno, consacrato al cosiddetto culto cristiano, che continua a chiamarsi
Sun-day/Sonn-tag, ovvero, "giorno del
sole".
Abbiamo detto che gran parte delle tradizioni cristiane sono originate
nell’antico Egitto, una di esse è nominare i giorni secondo i pianeti, ai
quali a sua volta è attribuita una caratteristica. Così come il primo giorno
era dedicato al sole, il settimo era invece sotto il nefasto Saturno, in
onore del quale nessuno celebrava alcuna festa. Così il giorno benedetto
dall’Eterno nella Creazione, fu offuscato dai pagani sotto un segno negativo
− e tuttóra i cristiani britannici ed americani, coloro che si reputano i
missionari del mondo, chiamano il loro settimo giorno
Satur-day!
Per
concludere, riporto alcuni dati storici e citazioni di personaggi autorevoli,
tutti i quali, malgrado abbiano osservato la domenica, hanno comunque
riconosciuto il loro errore dando testimonianza che in origine esso proviene
dal paganesimo e che l’unico giorno che Elohim ci ha dato per dedicare
specialmente all’adorazione è lo Shabat biblico. (Nelle citazioni,
logicamente, non riporto i nomi ebraici come Yeshua o Mosheh, ma il nome
tradotto, secondo come è stato scritto dagli autori).
· “I
cristiani antichi erano molto zelanti nell’osservanza dello Shabat, il
settimo giorno. E’ chiaro che tutte le chiese orientali e la maggior parte
del mondo osservavano lo Shabat come giorno festivo. Nella stessa maniera,
Atanasio ci attesta che tenevano assemblee di culto durante lo Shabat, non
perché fossero influenzati dal Giudaismo, ma per rendere adorazione a
Gesù, Signore dello Shabat.
Epifanio dice lo
stesso”. − Antiquities of the Christian Church, vol.
II, book XX, cap. 3,
sec. 1, 66.1137, 1138.
· “Osserverai lo Shabat, in ubbidienza a Colui che terminò la Sua
opera di Creazione, ma non ha cessato la Sua opera di provvidenza: è un
riposo per la meditazione della Torah, non per la pigrizia delle mani”. −
Costituzione dei Santi Apostoli, i Padri Anti-Niceni, vol. 7, pag. 413;
un compendio di documenti del terzo e quarto secolo.
· “Già nell’anno 225 CE esistevano patriarcati e concili della Chiesa
d’Oriente, osservante dello Shabat, da Canaan fino all’India”. −
Mingana, Early Spread of Christianity, vol. 10, pag. 460.
· “Nessuno dei padri prima del quarto secolo ha identificato il
primo giorno della settimana con lo Shabat; né l’ osservanza del primo
giorno ha alcun fondamento nel quarto comandamento né nei precetti o
nell’esempio di Cristo e dei suoi apostoli. E’ incontestabile il fatto che
la prima legge, sia ecclesiastica che civile, per cui l’osservanza sabbatica
è stata trasferita al primo giorno della settimana è l’editto di Costantino
nel 321 CE”. −
Chamber’s Encyclopædia, vol. VIII, pag. 401, ed. 1882, articolo "Sabbath".
· “La prima volta che l’osservanza della domenica è riconosciuta
risale ad una costituzione di Costantino dell’anno 321 CE, che decreta che
tutte le corti di giustizia e tutti gli abitanti delle città ed i negozi
erano obbligati a riposare nel giorno del sole”. −
Encyclopædia Britannica, 11th edition, vol. 26, pag. 95, articolo:
"Sunday".
· “L’osservanza dello Shabat era pratica generale nelle
chiese orientali, ed anche in alcune occidentali.
Nella chiesa di Milano, lo Shabat era tenuto in grande stima.
Non perché le chiese
orientali o qualcun’altra del resto del mondo osservasse lo Shabat era
inclinata verso il Giudaismo, ma esse si riunivano in quel giorno ad adorare
Gesù
Cristo, Signore dello Shabat”. − History of the Sabbath, part II,
par. 5, pagg. 73,74, Londra, 1636, Dr. Heylyn. Questa particolarità
della chiesa di Milano è nota, infatti Ambrogio, il più celebre dei vescovi
di questa città, dichiarò che egli a Milano osservava lo Shabat, ma quando
andava a Roma, osservava la domenica.
· “Fino al quinto secolo l’osservanza dello Shabat giudaico fu
praticata nella chiesa cristiana”. −
Ancient Christianity
Exemplified, Lyman Coleman, cap. 26, sec. 2, pag. 527.
· “Sin dall’istituzione dello Shabat nella Creazione... c’è
stata una linea continua di uomini fedeli a Dio che hanno osservato il
settimo giorno della settimana... Nella chiesa d’Occidente il settimo giorno
continuava ad essere osservato fino al quinto secolo”. −
Schaff-Herzog Encyclopædia of Religious Knowledge.
· “I cristiani antichi avevano una grande venerazione dello
Shabat, e passavano quel giorno con adorazione e sermoni. Non è da dubitare
che essi presero questa pratica dagli apostoli stessi, come risulta da
diverse scritture concernenti questo argomento”. “La domenica era il primo
giorno in cui i pagani solennemente adoravano il sole e perciò lo chiamarono
sunday. In parte per l’influenza di questo astro specialmente in quel
giorno, ed in parte per rispetto a questo corpo divino, com’essi lo
concepivano, i cristiani pensarono di mantenere lo stesso giorno con lo
stesso nome, per non sembrare intolleranti e non evitare la conversione dei
pagani”. −
Dialogues on the Lord’s Day,
pag. 189, Londra, 1701, by Dr. T. H. Morer (teologo - church of England).
· “Essi [i cattolici romani] affermano che lo Shabat è stato
sostituito dal giorno del Signore [domenica], contrariamente al Decalogo,
come appare evidente. Non c’è nemmeno un esempio a cui essi possano far
riferimento per attuare tale cambiamento. Grande è, dicono, il potere della
chiesa, che ha abolito uno dei Dieci Comandamenti!”. −
Confessione di Fede
d’Augsburg, art. 28, scritto da Philipp Melanchton e approvato da Martin
Luther, 1530.
· “La Legge morale contenuta nei Dieci Comandamenti, ribadita
dai Profeti, Egli Jesus non cancellò. Non fu il disegno della sua venuta
abolire alcuna delle sue parti. Questa è una Legge che non deve mai essere
infranta... Ogni parte di questa Legge deve rimanere vigente su tutta
l’umanità in tutte le età; perché non dipende né dal tempo né dal luogo, né
da alcuna circostanza che possa cambiarla, ma è nella natura dell’uomo e
nell’immutabile rapporto tra queste parti”. − John Wesley,
Sermons on Several Occasions, vol. 1, N° 25.
· “Lo Shabat nel settimo giorno era vigente nell’Eden, e lo
è stato sempre sin d’allora. Questo quarto comandamento inizia con la parola
‹ricorda›, dimostrando che lo Shabat già esisteva quando Dio scrisse la
Legge sulle tavole di pietra in Sinai. Come possono gli uomini pretendere
che questo comandamento sia stato annullato mentre ammettono che gli altri
nove sono ancora vigenti?”. −
“Dwight
L. Moody, Weighed and Wanting”,
1898, pagg. 46-47.
D.L. Moody fu il più famoso
evangelista del suo tempo,
e fondatore dell’Istituto Biblico Moody.
· “Noi dobbiamo quindi, riconoscere un Dio, Infinito, Eterno,
Onnipresente, Onnisciente, Onnipotente, il Creatore di tutte le cose, il più
Saggio, il più Giusto, il più Buono, il più Santo. Noi dobbiamo amarLo,
temerLo, onorarLo, avere fiducia in Lui, pregare Lui, renderGli grazie,
lodarLo, santificare il Suo Nome, ubbidire i Suoi comandamenti, e dedicare
del tempo per la Sua adorazione, come siamo diretti dal terzo e quarto
comandamento, perché questo è l’amore di Dio, che noi osserviamo i Suoi
comandamenti, ed i Suoi comandamenti non sono gravosi. E questa è la parte
più importante della religione. Questa è stata sempre, e sarà sempre la
religione del popolo di Dio, dal principio fino alla fine del mondo”. −
Isaac Newton, citato in “Sir
David Brewster, Memoirs of the Life, Writings, and Discoveries of Sir Isaac
Newton”,
2 vols., Edinburgh, 1885.
Abbiamo sentito l’opinione di personaggi
importanti dell’ambiente protestante-evangelico. Leggiamo adesso cosa hanno
detto i diretti responsabili dell’apostasia:
· “Non possiamo trovare in nessuna parte della Bibbia che Gesù o
gli apostoli abbiano ordinato che lo Shabat fosse trasferito dal sabato alla
domenica. Noi abbiamo il comandamento di Dio dato a Mosè di santificare lo
Shabat, che è il settimo giorno della settimana, il sabato. Oggi, la
maggioranza dei cristiani osserva la domenica perché questo è stato rivelato
a noi dalla chiesa [romana] al di fuori dalla Bibbia”.
−
Catholic Virginian, ottobre 3, 1947.
· “Dove ci si dice nelle Scritture che dobbiamo osservare il
primo giorno? Noi siamo stati ordinati di santificare il settimo giorno, ma
in nessuna parte ci è stato comandato d’osservare il primo giorno. La
ragione per cui noi santifichiamo il primo giorno invece del settimo è la
stessa ragione per cui osserviamo tante altre cose: non perchè lo dice la
Bibbia, ma perché la chiesa lo ha comandato”.
−
Isaac Williams, Plain Sermons on the Catechism, vol. 1, pagg. 334,336.
· “La domenica è un’istituzione cattolica, e la pretesa di
osservarla può fondarsi soltanto su dei princìpi cattolici. Dall’inizio fino
alla fine delle Scritture non c’è un solo passo che possa giustificare il
trasferimento dell’adorazione dall’ultimo giorno della settimana al primo”.
−
The
Catholic Press, Sydney, Australia, agosto 26, 1900.
· “Domanda: «Esiste alcun modo di provare che la chiesa ha il
potere d’istituire feste o precetti?»
Risposta:
«Se non avesse tale potere, non potrebbe aver fatto ciò
in cui tutte le religioni
moderne sono d’accordo con la chiesa - non potrebbe aver sostituito
l’osservanza dello Shabat, settimo giorno della settimana, con l’osservanza
della domenica, il primo giorno della settimana, il che è un cambiamento per
il quale non c’è alcuna autorità scritturale»”.
−
Stephen Keenan, A Doctrinal Catechism, 3rd. ed. pag. 174.
· “Domanda: «Come si può provare che la chiesa ha autorità
per stabilire feste e giorni festivi?»
Risposta:
«Dallo stesso fatto di
aver trasferito l’osservanza dello Shabat alla domenica, cosa che anche i
protestanti permettono; quindi ingenuamente si contraddicono loro stessi,
osservando attentamente la domenica, mentre rifiutano la maggioranza delle
altre feste imposte dalla stessa chiesa»”.
−
Henry Tuberville, An Abridgement of the Christian Doctrine (1833), pag. 58 −
La stessa affermazione si trova in Manual of Christian Doctrine, Daniel
Ferris, 1916, pag. 67.
· “E’ opportuno rammentare ai presbiteriani, battisti, metodisti
e tutti gli altri cristiani, che nella Bibbia non troveranno alcun supporto
alla loro osservanza della domenica. La domenica è un’istituzione della
chiesa cattolica romana, e coloro che osservano quel giorno seguono un
comandamento della chiesa cattolica”.
−
Il
sacerdote Brady, in un articolo riportato nell’Elizabeth, New Jersey News,
marzo 18, 1903.
· “Se i protestanti vogliono seguire la Bibbia, devono adorare
Dio nel giorno di Shabat. Nell’osservare la domenica, essi stanno seguendo
una legge della chiesa cattolica”.
−
Albert Smith, cancelliere dell’arcidiocesi di Baltimore, in una risposta al
cardinale, febbraio 10, 1920.
· “L’osservanza della domenica da parte dei protestanti è un
omaggio che essi fanno, malgrado loro stessi, all’autorità della chiesa
cattolica”. −
Louis Segur, Plain Talk About Protestantism of Today, 1868, pag. 213.
· “La chiesa cattolica, da più di mille anni prima
dell’esistenza del protestantesimo, in virtù della sua divina missione, ha
trasferito il giorno dello Shabat alla domenica... La domenica è, quindi,
fino ad oggi, figlia riconosciuta della chiesa cattolica, senza alcuna
parola di rimostranza dal mondo protestante”.
−
Il
cardinale James Gibbons, Catholic Mirror, settember 23, 1893.
· “Puoi leggere la Bibbia dal Genesi all’Apocalisse, e non
troverai il minimo indizio che possa autorizzare la santificazione della
domenica. Le Scritture ribadiscono con forza l’osservanza dello Shabat, un
giorno che noi non abbiamo mai santificato.
−
Il
cardinale James Gibbons, The Faith of Our Fathers, ed. 1917, pagg. 72-73;
110th edition, pag. 89.
Ci sono molte altre
testimonianze concernenti questo argomento, ma queste possono essere
sufficienti per illustrare la verità in quanto al giorno che i cristiani
dovrebbero osservare per essere d’accordo alla volontà d’Elohim. L’antico
popolo d’Israele è stato più volte giudicato, mandato in esilio o punito in
diverse maniere per aver violato lo Shabat. Per questo motivo, al ritorno
dell’esilio in Babilonia, i capi d’Israele stabilirono oltre 1500 regole per
evitare che il popolo profanasse lo Shabat. Erano determinati a non far
cadere la nazione un’altra volta per lo stesso motivo. E’ possibile che
Elohim sia così volubile, che una trasgressione che Gli dispiaceva così
tanto in un periodo, al secolo seguente significasse niente per Lui? Sembra
piuttosto improbabile...
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